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Questo articolo è tratto da Il Bo, giornale on line dell’Università di Padova: http://www.unipd.it/ilbo/

C’è il rischio concreto che l’obiettivo di una scolarizzazione universale, che riduca le disparità e renda più eque le società specialmente nei paesi e per i popoli più svantaggiati si allontani.  È questo ciò che dice l’Unesco, rendendo conto dei progressi del progetto “Educazione per Tutti” con il suo rapporto annuale, presentato il 16 ottobre scorso a Parigi. In particolare, il raggiungimento degli obiettivi prioritari stabiliti nel 2000 dal forum mondiale di Dakar sull’educazione, e sottoscritti da 164 paesi, la cui prima scadenza è nel 2015, appare fortemente compromesso.

Già due anni fa, con il rapporto 2010, l’Unesco, agenzia delle Nazioni Unite che ha il compito di coordinare gli sforzi internazionali del progetto EPT e di monitorarne i progressi, denunciava un forte rallentamento ed evidenziava come i grandi progressi fatti fossero concentrati in particolare negli anni più vicini alla conferenza del 2000. Ora, con l’approfondirsi della crisi, i ritardi e i tagli nei finanziamenti ai programmi di scolarizzazione – sui quali si erano impegnati sia i paesi attuatori che i donatori, nazioni ed agenzie internazionali – stanno dispiegando tutti i loro effetti, e per la prima volta da decenni un trend di progresso che sembrava ormai acquisito è fermo: l’alfabetizzazione nel mondo non progredisce più, e il rischio di un ritorno indietro è altissimo.

Questo scacco, nonostante la crisi, non era affatto scontato, e il rapporto sottolinea sia la grande diversità della situazione nelle diverse aree, sia l’estrema efficacia di uno sforzo coordinato che spesso non fa notizia ma che ha permesso progressi giganteschi. Nel 2010 i 108 milioni di bambini privi di scolarizzazione si erano infatti ridotti a 61 milioni, un 25% in più di adolescenti aveva raggiunto la scuola secondaria e il tasso di scolarizzazione era molto migliorato in diversi paesi in via di sviluppo. Si era ulteriormente ridotto a livello mondiale il divario nell’accesso tra ragazzi e ragazze, e nonostante un certo rallentamento (i tre quarti di questo progresso erano stati ottenuti negli anni 2000-2005) l’obiettivo di garantire entro il 2015 un accesso universale all’educazione primaria e in generale una maggiore protezione dell’infanzia sembrava ancora raggiungibile. Di fronte a 750 milioni di adulti nel mondo, per due terzi donne,  che non sanno né leggere né scrivere, sarebbe così possibile rendere l’analfabetismo un problema in via di soluzione, almeno in prospettiva.

Si tratta di un obiettivo essenziale per lo sviluppo: come sottolineano gli estensori del rapporto, l’educazione non è soltanto una finalità e un diritto fondamentale, ma è prima ancora un mezzo per lottare contro le diverse forme di povertà, una delle due chiavi – con la sanità – delle possibilità di cambiamento nei paesi più svantaggiati. L’educazione delle donne ha un peso straordinario sulla salute dei piccoli, sulla riduzione del tasso di fecondità e di quello di mortalità infantile, elementi determinanti per molti paesi di fronte al rischio di esplosione demografica. Senza un insegnamento di base di qualità  sembrano davvero difficili progressi duraturi nella sanità, nella parità tra uomo e donna, e anche in campi come l’accesso all’impiego, la sicurezza alimentare, la democratizzazione e la capacità di utilizzare le nuove tecnologie dell’informazione, riducendo il gap con i paesi più sviluppati e rendendo effettive le possibilità di sviluppo locale e di una distribuzione delle risorse più equa.

Certamente la demografia galoppante di alcuni paesi, specialmente nell’africa sub-sahariana, non aiuta, trasformando la stagnazione in un regresso di fatto, ma il fattore determinante è quello economico: sotto l’urto della crisi seguita al tracollo del sistema finanziario nel 2008 vengono meno la determinazione, e la possibilità materiale, di mantenere gli impegni presi sia da parte dei paesi in via di sviluppo che dei donatori. Se la situazione non si sbloccherà rapidamente, un’intera generazione vedrà le sue possibilità compromesse, e con lei i Paesi che contavano sui programmi di aiuto alla scolarizzazione per un avvenire diverso. Ogni 100 bambini non scolarizzati ce ne saranno infatti almeno 47 che non vedranno mai una scuola, e si calcola che nei 123 paesi a minore reddito pro capite circa 200 milioni di giovani fra i 15 e i 24 anni, uno su cinque, non raggiungeranno mai neppure le scuole elementari. La situazione, anche vista da un punto di vista economico, appare paradossale: i grandissimi progressi ottenuti nei primi anni dagli obiettivi di Dakar sono stati infatti conseguiti utilizzando appena tre miliardi di euro sui 16 complessivi previsti, e si calcola che ogni euro investito in educazione permetta ai giovani che ne beneficiano di restituire alle loro società, con la formazione e le capacità che guadagnano, da 10 a 15 euro negli anni successivi. Un motore di sviluppo straordinario.

Oggi, oltre 71 milioni di giovani in età scolare mancano all’appello, e le prospettive appaiono in rapido peggioramento. Le conquiste dell’educazione sono fragili e possono svanire rapidamente, ma anche permettere risultati straordinari. Ne sono esempi contrapposti la Nigeria, che era passata dal 39% di infanzia non scolarizzata nel 2000 al 34% nel 2005 ed è nuovamente sprofondata al 42% nel 2010, ponendosi con più di 10 milioni di bambini esclusi dalle aule al primo posto nella lista dei 12 Stati che da soli totalizzano il 50% dei bambini privi di scuole, da un lato; e l’India, che nonostante i numeri giganteschi della sua popolazione e della sua crescita demografica, rallentata ma comunque consistente, ha portato all’educazione primaria 18 milioni di bambini in dieci anni, facendo crollare il numero dei non scolarizzati dai 20 milioni del 2000 ai 2,3 milioni del 2010. Non solo di fronte ai paesi in via di sviluppo, ma di fronte a tutte le società, come evidenziano i numeri delle università nella crisi, si profila una scelta netta, negli anni a venire, fra l’educazione per tutti e la fabbrica delle élites. Fra una crescita diffusa della scolarizzazione, con una formazione di qualità capace di fare da volano per lo sviluppo complessivo raggiungendo anche gli adulti privi di formazione da una parte, e società fortemente diseguali, caratterizzate da una concentrazione delle competenze, delle possibilità e delle risorse su pochi e con la grande maggioranza a margine dall’altra. Una seconda possibilità che la crisi sta rendendo tutt’altro che remota anche per paesi fino a pochi anni fa ai vertici del benessere.

 

Michele Ravagnolo

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