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E’ arrivato Natale! Ma come, di nuovo? Eh sì, la maggior parte dei cristiani ortodossi segue tuttora l’antico calendario giuliano, e il loro Natale si celebra il 7 di gennaio del nostro calendario. E io nel giorno della vigilia (da noi l’Epifania), puntuale all’appuntamento, sono andato a Betlemme una seconda volta per osservare anche queste celebrazioni.
Il cristianesimo ortodosso, a differenza del cattolicesimo, è diviso in varie Chiese e confessioni, ciascuna con la sua storia e le sue tradizioni particolari. A Gerusalemme ci sono quattro principali patriarcati ortodossi: il più grande è quello della Chiesa greca ortodossa, a cui la maggior parte dei cristiani palestinesi appartiene; seguono poi gli altri patriarcati: il copto, l’etiopico, e il siriaco.
Per questo motivo, mentre nel Natale cattolico c’era stata un’unica grande processione al culmine della quale era apparso il patriarca latino, per il Natale ortodosso hanno organizzato quattro processioni separate per ognuno dei patriarchi, ad orari diversi durante la giornata.
Quando sono arrivato in tarda mattinata, c’erano di nuovo molte persone in piazza a Betlemme, anche se in quantità minore rispetto al Natale cattolico. Pure i gruppi di scout nelle processioni erano meno numerosi, e sono finiti in fretta. Al contrario, le preghiere e i rituali all’interno della Basilica della Natività sono durati a lungo e mi hanno particolarmente affascinato.
Nella chiesa in penombra, rischiarata dagli elaborati candelabri sospesi, un fortissimo odore d’incenso permeava l’aria. Gruppetti di monaci e prelati in tonache scure o uniformi dorate erano immersi in contemplazione di fronte alle antiche icone e agli altari, recitavano versetti sacri da una Bibbia voluminosa, intonavano un inno di preghiera, o incedevano con passo solenne in una marcia rituale attraverso la basilica, percuotendo il suolo con un argenteo bastone. Nel mezzo di ciascun gruppo si intravedeva un uomo anziano, addobbato con i più sacri paramenti, dalla barba bianca e lunghissima, e con lo sguardo stanco e quasi assente, ma con un’aura di autorità e di prestigio inconfondibile: un patriarca, un pastore del gregge di fedeli.
Abiti, rituali, lingue diverse: nella Basilica della Natività ad ogni Chiesa la sua cappella, e in ogni cappella una maniera unica e speciale di celebrare il Natale. Attorno ai sacerdoti c’era una folla di fedeli di mille colori e nazionalità, immersi nella preghiera o assorti in contemplazione, e dietro di loro un buon numero di turisti e di curiosi intenti a fotografare ogni singolo dettaglio di questa cacofonica celebrazione religiosa.
L’indomani, nel giorno del Natale vero e proprio, abbiamo ripetuto un’esperienza simile a Gerusalemme, nella Chiesa del Santo Sepolcro. Ci siamo immersi con piacere nel mezzo di una folla turbinante di pellegrini, ancora più densa e variegata di quella di Betlemme, e ci siamo perduti tra le varie cappelle, gli absidi e gli altari, ognuno appartenente a una differente confessione religiosa.
Questa chiesa, considerata la più santa di tutta la Cristianità, è un vero labirinto impregnato di simboli religiosi e di misticismo. Nel mezzo della baraonda, due processioni affatto diverse si rincorrevano l’un l’altra: la prima condotta dai frati francescani nei loro umili sai di tela marrone, e recitata in latino; la seconda guidata da un prete armeno e da un nutrito coro di diaconi e chierichetti, e cantata in armeno. Lingue incomprensibili alla maggior parte dei fedeli, ma cariche di solennità e di richiamo religioso.
E mentre la testa di una processione lambiva la coda dell’altra, i pellegrini seguivano l’una o l’altra o entrambe, o attendevano pazientemente in fila per l’ingresso al Santo Sepolcro, o accendevano dei ceri votivi in un’alcova, o si inginocchiavano di fronte ad un altare, o recitavano una preghiera nella loro lingua madre. Sotto i riflessi dorati e argentei delle decorazioni e dei candelabri, la scena appariva come una grande opera teatrale in più atti, in cui tutti gli atti venissero recitati in una volta sola, con tutti i personaggi, tutti i costumi e tutti gli scenari sul palco nello stesso momento, in sovrapposizione, mescolati in una sorta di confusione ordinata e creativa.
Quattro Appunti

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