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Di Lorenzo Bagnoli

Gli scatti in bianco e nero purificano l’immagine di quei colori d’Africa, tanto accesi da distrarre il poco avvezzo osservatore occidentale. Come accade in tutti i grandi reportage. Sono immagini impresse su pellicola, dieci anni fa.

Le fotografie della mostra di Massimo D’Amato “Lontano da Touba – misticismo islamico tra Senegal e Italia”, curata da Sunugal e Polifemo fotografia (a Milano alla Fabbrica del Vapore di via Procaccini 4 fono alle 19 del 26 ottobre) sono un diario intimo della religiosità senegalese. Raccontano i festeggiamenti del Grand Magal (la grande crescita) dai minareti di Touba, fino strade di Pontedera. Sembra di sentirlo, il caos della festa, che monta di foto in foto, più ci s’avvicina a Touba; oppure quel silenzio appesantito dal sole, rotto solo dalle preghiere a mezza voce.”È stato grazie a un amico sufi che ho potuto diventare invisibile – spiega l’autore -. Un lavoro così, altrimenti, è difficile da realizzare”. La particolarità di questa narrazione, dice il professor Pietro Clemente, antropologo dell’università di Firenze, è questo “doppio sguardo” assunto da D’Amato. Perché Italia e Senegal, di fronte al rapporto con Allah, perdono la loro connotazione, diventano un puro e semplice sfondo del rapporto tra l’uomo e Dio. In questo sguardo umano, prossimo con i suoi soggetti, si trova la chiave della poetica antitrionfalista di D’Amato. Non ci sono eroi, né antagonisti da sconfiggere.

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