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Il Sud Sudan riesce a dare un’emozione particolare, quella di descrivere luoghi che forse non son stati mai raccontati. Probabilmente si tratta di presunzione, ma c’è sempre un ragionevole dubbio. Anuol è uno di questi luoghi. Un villaggio che per me era solo un punto segnato con un pennarello rosso su una carta imprecisa, vicino ad un impreciso confine tra due contee. Anche i cartografi delle Nazioni Unite non riuscivano a darci un dettaglio maggiore.

Una delle particolarità di Anuol è che durante la stagione delle piogge rimane completamente isolato. Il Nilo esonda, portandosi dietro tutta la pioggia caduta in Uganda. Il paesaggio arso diventa lagunare, le ninfee galleggiano un po’ ovunque a pelo d’acqua, gli aironi vanno alla ricerca di pesce e i fili d’erba crescono per mesi, fino a nascondere alla vista l’orizzonte, i villaggi, le persone. In mezzo alla boscaglia vivono diverse popolazioni che, con ogni clima, non sembrano interrompere la loro lotta per il possesso delle mandrie e dei pascoli.

La storia vuole che un giorno alcuni villaggi fossero entrati in conflitto tra loro, c’era chi aveva vinto e chi era stato costretto a fuggire oltre il corso di un fiume, in un angolo di terra dimenticata. Talmente nascoste, le popolazioni di quei villaggi, che neppure le agenzie internazionali presenti nell’area sembravano essersi accorte di loro. Cercandoli i medici dell’Ospedale avevano incontrato Anuol. Poi era cominciato a piovere. La storia a questo punto era diventata leggenda. Si era iniziato a raccontare che la responsabile del programma di salute pubblica fosse riuscita a trasportare ad Anuol una squadra di operai specializzati ed il materiale necessario per costruire un dispensario. Arrivava voce che avesse seguito personalmente i trasporti, avventurandosi nel pantano arrampicata su un trattore. L’obiettivo ben chiaro di sfidare gli acquitrini malarici e costruire una struttura di riferimento per la popolazione. Ogni tanto mi mandava delle foto dei lavori, per rassicurarmi che tutto ciò stava accadendo realmente. Poi le piogge erano terminate, il cielo si era fatto limpido e le acque avevano iniziato a ritirarsi.

Quando sono arrivata in Sud Sudan la terra era ormai secca, le ninfee rimanevano isolate in qualche misera pozza d’acqua, gli aironi si erano spostati chissà dove e la giungla d’erba aveva iniziato ad ingiallire. La mattina presto saremmo partiti per Anuol, in visita ufficiale. Al momento della partenza è stato subito evidente che nessuno voleva perdersi l’occasione di una trasferta ed in macchina con noi si erano stipati l’amministratore dell’ospedale, il responsabile sanitario della contea, un infermiere non meglio identificato ed il responsabile del dispensario. Lungo la strada era comparso un giornalista radiofonico che si era arrampicato nel retro del fuoristrada. Veniva dalla città di Rumbek, aveva preso accordi con qualcuno e avrebbe garantito la visibilità dell’evento.

Al villaggio ci aspettano le autorità locali, qualche anziano. Qualcuno ci scorta all’interno di una capanna, siamo seduti in cerchio, attendiamo, arriva una donna con delle casse di bibite gassate, calde. Preferiamo Cola, Sprite, Fanta? Tutto si svolge secondo il tradizionale copione dell’ospitalità africana: a turno ci presentiamo, ringraziamenti, un’analisi della situazione sanitaria della zona, qualche richiesta di supporto per il futuro. Ci spostiamo a visitare il nuovo dispensario, viene attaccata la targa, foto di gruppo, foto delle autorità, momento interviste. Poi la visita inaspettata ad un cantiere abbandonato: una promessa del governo durante la campagna elettorale, doveva essere un nuovo ospedale. Rimangono solo le fondamenta e qualche parete, soffocate nell’erba alta. La visita è conclusa si riparte prima che cali il sole.

Probabilmente è tutto previsto. Sono già comparsi una serie di malati che chiedono un passaggio in ospedale. Ricordo una signora che sembrava molto anziana e un bambino di circa 8 anni, con suo padre. Ci contiamo, ci stringiamo e alla fine si siedono tutti  nel retro. Forse ora si parte. Guardo fuori dal finestrino per raccogliere qualche ultima immagine …troppo poco tempo per poter comprendere la quotidianità complessa di Anuol. Guardo fuori dal finestrino e vedo avvicinarsi un uomo con una capra, al guinzaglio: questa è per voi, è il regalo del villaggio di Anuol per il lavoro svolto. Impossibile rifiutare.

Guardiamo la macchina. All’interno i malati, l’amministratore dell’ospedale, il responsabile sanitario della contea, un infermiere non meglio identificato, noi quattro e l’autista. Una rapida conversazione in lingua dinka e il nostro regalo finisce sul tetto, le zampe ben divaricate per non perdere l’equilibrio, il guinzaglio annodato al portapacchi. Ora sono tutti soddisfatti. Si allargano i sorrisi. Nessun problema, ce la farà, potete partire. Ad ogni curva tendo l’orecchio per capire se la capra continua a dare segni di vita. La responsabile del progetto mi nota, sorride: l’ultima volta abbiamo dato un passaggio ad un pastore che si è rifiutato di legare la sua capra sul tetto, voleva tenerla con sé. Non c’è stato modo di convincerlo, e alla fine la capra ha viaggiato con noi. Quella volta sì che è stata dura.

Giulia Comirato

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