Save the children: Niger a un passo dal disastro umanitario

ss - 4 aprile 2012

Ai Weiwei, Pechino oscura il suo sito

ss - 4 aprile 2012

In treno tra Pechino e Shanghai preparando il viaggio in Bhutan

ss - 4 aprile 2012
empty image
empty image

Sui binariDopo averlo fatto molte volte di notte (quando questa era l’unica opzione possibile), e essermi piu’ di recente affidata invece ai voli, questa volta ho deciso di tornare da Pechino con il nuovo treno inaugurato poco meno di un anno fa. Un super rapido che collega la capitale a Shanghai in 5 ore e mezza di viaggio, contro le 12, e poi 10, di non piu’ di qualche anno fa, e contro l’alternativa di 2 ore di volo. Viaggiando ad una velocita’ media di 300 km orari, copre una distanza approssimativamente equivalente a quella che separa Venezia da Copenhagen, per un costo di 60 euro circa in seconda classe, e di poco meno di 100 in prima.
Fuori dal finestrino, per ora si alternano scorci di vecchi villaggi di campagna e lunghe distese di campi verdi, piu’ spesso ocra, secchi (attualmente e’ emergenza siccita’ in molte zone della Cina). Vaste distese puntellate qua e la’ da qualche tomba, posizionata secondo i principi del feng shui (una forma di geomanzia cinese), da qualche appezzamento di foresta, da colline rocciose, da canali e fiumiciattoli. Ogni tanto compare qualche contadino che semina, che irriga, che vanga, che pascola qualche pecora. Immancabilmente si ripresentano cantieri di costruzione o, altrettanto spesso, di distruzione. “Ma perche’ prendi il treno?”, m’ha chiesto un’amica a Pechino. “Vedrai solo grigio fuori.” Altro che grigio. Un ventaglio di paesaggi e di stili di vita che, da solo, ti ricorda la vastita’ e la diversita’ di questo straordinario paese-continente.
Alle mie orecchie si avvicendano le note di quella rock band cinese che m’ha stregata un anno fa e di cui ho (finalmente!) trovato il CD qualche sera fa a Pechino, in un locale underground a cui m’ha portato un amico cinese, (la persona piu’ interessante che abbia mai conosciuto – ma questo ad un’altra storia). Sulle ginocchia poggia quel libro che, con presenza reverenziale quasi scaramantica, domina la libreria di casa mia da un paio di mesi. La guida di un viaggio a cui, dietro lo quinte, sto lavorando da oramai un anno e che pare ora essere definitivamente confermato. Dopo mesi di attese, di negoziazioni, di permessi, di ricerche e di carte, qualche giorno fa sono finalmente riuscita ad avere tutti i placet e i via libera del caso. E quindi ora, tra un’occhiata fuori dal finestrino, un repeat di qualche canzone e uno scorcio ai miei curiosi compagni di viaggio, e’ finalmente giunta l’ora di aprirla e di studiarla. La guida del Bhutan.

“Dove?!“, “Cos’e’?!” sono state le risposte piu’ ricorrenti che mi sono state fatte da quei pochi a cui, finora, ho annunciato la mia prossima destinazione. Il loro disorientamento e’ comprensibile: facendo una ricerca qualsiasi sul Bhutan, i termini piu’ ricorrenti che emergono sono infatti “isolato” e “misterioso”. Posizionato, anzi, come rende meglio l’espressione inglese, sandwiched tra la Cina e l’India, e poco distante dal Nepal, il Bhutan e’ un piccolo regno buddista diroccato sulle vallate himalayane. Ufficialmente aperto al turismo internazionale solo dal 1974, consente l’ingresso a turisti stranieri solo tramite agenzie di viaggio e gruppi organizzati, con l’obbligo per ogni turista di versare 250 dollari al giorno. Una peculiare organizzazione del turismo che risponde al tentativo tradizionale bhutanese di limitare l’impatto della globalizzazione e dell’influenza straniera, per preservare l’identita’ nazionale. Ai “curiosi d’Asia”, infatti, il Paese e’ noto per la singolare invenzione, da parte del re Jigme Singye Wangchuck negli anni Ottanta, del concetto di “Felicita’ Interna Lorda”, in alternativa al criterio internazionale, puramente eonomico, di “Prodotto Interno Lordo”. A tanti altri, invece, il Bhutan puo’ suonare familiare per le foto dell’ottobre scorso, quando si sono celebrate le nozze del nuovo sovrano. L’equivalente asiatico, per molti versi, del matrimonio di William e Kate.
A rendere questo viaggio ancor piu’ speciale, (e sul fronte organzizativo piu’ complicato), e’ poi il fatto che in Bhutan … vado a lavorarci! Niente tour turistico di trekking per me. Invece mi sono presa 3 settimane di ferie e vado a lavorare in una realta’ indigena, esclusivamente con gente del posto. Ho anche chiesto – e ottenuto – di poter venire alloggiata non in strutture alberghiere ma presso una famiglia locale. Senza vanto, credo di poter dire di essere alla vigilia di un’esperienza attualmente quasi unica al mondo: uno dei regni piu’ isolati al mondo, e la possibilita’ di lavorarci e viverlo dal di dentro! Evocazioni da esploratori e viaggiatori di secoli andati. Un Viaggio con la “v” maiuscola. Il tipo di viaggio che da sempre sogno di poter fare. E che dunque porta con se’ grandi aspettative e grandi sogni. E, assieme a loro, anche la paura che si riveli diverso da come lo sto ricamando e, soprattutto, tanta paura che si possa presentare un qualche altro intoppo che lo faccia saltare last-minute.
L’organizzazione, infatti, e’ stata tutt’altro che una passeggiata. Con il visto e l’alloggio me la sono cavata inaspettatamente e relativamente facilmente, perche’ se ne sono occupati i miei prossimi datori di lavoro. A mia sorpresa, invece, il vero grande rompicapo e’ stato  riuscire a trovare, e ad acquistare, il volo. Un volo, peraltro, molto costoso, considerata la relativa vicinanza tra Bhutan e Cina (di fatto, il Bhutan e’ al sud del Tibet). Ho passato giorni e giorni a trattare con – e non esagero – tutte le agenzie viaggi che in Cina sono in grado di vendere voli per e dal Bhutan, sganciati dal pacchetto turistico che comperano tutti i turisti (e che non vale nel mio caso). Al termine di una settimana in cui mi sono ridotta quasi in lacrime, e in cui ho cominciato a prefigurare l’opzione di dover rinunciare al viaggio causa impossibilita’ di acquistare un volo, sono invece riuscita a fare un collage di voli che, passando per Bangkok e facendo uno stop-over in India, nel giro di “una notte asiatica”, riuscira’ a depositarmi a Paro, l’aeroporto internazionale a circa un’ora dalla capitale Thimpu.

Ancora non mi pare vero. Ancora non me ne capacito del tutto. Ancora non riesco davvero a crederci. Ho lasciato una Tiananmen adornata di coppie di bandiere cinesi e italiane (per la visita di Monti), tra un’ora arrivo a Shanghai, a fine mese vado a farmi un lungo weekend in una remota regione musulmana cinese e poi, tra un mese, parto per la “terra del Drago Tonante”. La mia mente e’ tutta un susseguirsi di ricordi, di pensieri, di appunti di viaggio, di note di preparativi, che si scavalcano l’un l’altro. Un nietzschiano “caos creativo”  che  quasi non mi fa dormire la notte.
Tutto deve andare liscio di qui fino ad inizio maggio.
Wish me good luck

Silvia Sartori

6 comments

Leave a comment

*