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Testi oscuri, cancellati dalla storia, che riemergono nelle pagine di antichi manoscritti grazie alle moderne tecnologie. Potrebbe essere la trama di un film, e invece è la storia di Giulia Rossetto, giovanissima ricercatrice di Pordenone che studia codici bizantini in Egitto. La sua attività di ricerca ha però sede a Vienna, dove è arrivata la prima volta per l’Erasmus, nel 2014, e dove adesso frequenta il dottorato. Qui la sua vita ha preso una piega avventurosa, e lei, pianista e ballerina di danza classica, è ora coinvolta in un progetto internazionale che ha trasformato in un lavoro la passione per il greco antico.

Giulia Rossetto è nata a Roveredo in Piano (Pordenone) nel 1990. Si è laureata in lettere classiche all’Università di Padova, dove ha frequentato la Scuola Galileiana di Studi Superiori. Adesso, per il dottorato, si occupa di studiare tre manoscritti provenienti dal monastero di Santa Caterina sul Sinai. La caratteristica di questi testi è che sono palinsesti, cioè presentano due o più strati di scrittura, di cui quello più antico è stato cancellato per essere sostituito con uno più recente. Ciò che si legge nella scrittura superiore è un eucologio, cioè un libro di preghiere, bizantino, ma la vera sfida è rendere nuovamente leggibile il testo scomparso, eliminato perché non più utile o leggibile. «Mi interessa capire, in particolare, quali testi non erano più di interesse in un determinato periodo storico e in un determinato luogo» spiega Giulia.

Ma non è finita qui. La professoressa viennese che segue il lavoro, Claudia Rapp, è direttrice scientifica del Sinai Palimpsests Project, un progetto internazionale e interdisciplinare che ha proprio l’obiettivo di recuperare i testi cancellati dai manoscritti palinsesti conservati presso la biblioteca del monastero di Santa Caterina. Qui, oltre ai libri a stampa, sono custoditi più di 3mila codici, perfettamente conservati grazie alle condizioni climatiche ottimali. Fra questi almeno 160 sono palinsesti. Il progetto è finanziato dall’Aracadia Foundation di Londra e condotta dall’istituzione Emel (Early Manuscript Electronic Library), il cui direttore è Michael Phelps. Anche Giulia è stata invitata a partecipare, volando in Sinai 3 volte: nel settembre 2014, nel febbraio e nell’agosto 2015.

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L’attività al monastero non è facile. Il gruppo di ricerca alloggia nella foresteria gestita dai beduini, l’unica struttura presente accanto alle mura e circondata tutto intorno dal deserto. Gli orari di lavoro sono serrati e gli spostamenti sono organizzati dal direttore del progetto negli Stati Uniti e rigidamente controllati dai monaci, che conoscendo a menadito il territorio sanno evitare i pericoli che possono nascondersi nella regione. Ma l’emozione di lavorare a contatto con testi antichi, le escursioni notturne, le tradizionali cerimonie religiose creano un’atmosfera intensa che ripaga della fatica.

I manoscritti conservati a Santa Caterina sono soprattutto libri religiosi che sono andati a sostituire copie di testi classici e cristiani in greco, siriaco, georgiano, arabo, aramaico cristiano-palestinese, latino, albanese caucasico, armeno, slavo ecclesiastico antico, etiope. Per leggere i brani cancellati si utilizza una tecnologia elaborata dal Center for Imaging Science del Rochester Institute of Technology (New York). Qui viene studiata l’elaborazione digitale delle immagini che poi viene applicata agli ambiti più disparati, da quello medico a quello ambientale o politico. Gli scienziati del centro hanno inventato lenti e luci speciali per scattare una stessa fotografia per 33 volte a diverse lunghezze d’onda. Queste immagini multispettrali vengono combinate fra loro grazie all’elaborazione digitale, con un processo talvolta automatico e talvolta manuale, che si serve di speciali algoritmi. In questo modo è possibile ottenere una foto più leggibile del testo.

Il lavoro di Giulia Rossetto consiste nel descrivere ciascun codice e ordinare i dati in un database. Ma la parte più interessante è quella che la porta a utilizzare le fotografie multispettrali che ha imparato a elaborare durante un soggiorno a Rochester. Nel corso del progetto, che è iniziato nel 2009, sono stati digitalizzati e studiati 74 palinsesti in 10 lingue diverse per un totale di 6.800 pagine. Sono stati così riscoperti più di 284 testi cancellati, datati tra il V e il XII secolo. Ciascun manoscritto contiene uno o più testi erasi. I risultati stanno venendo pubblicati online e saranno poi presentati ufficialmente nel corso di una conferenza scientifica internazionale che si terrà a Vienna dal 24 al 27 aprile 2018, all’Accademia Austriaca delle Scienze.

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Il Sinai Palimpsests Project è molto importante per la sua interdisciplinarietà, in cui umanisti e scienziati, filologi e informatici collaborano gomito a gomito. Lavorando sui codici di Santa Caterina, per un caso fortunato, di quelli che capitano una volta nella vita, Giulia ha fatto una scoperta clamorosa. Osservando le immagini multispettrali del manoscritto “Arabic New Finds 66” ha iniziato a intravedere tracce del testo eraso, da cui emergevano indizi che facevano pensare che fosse stato scritto in Egitto nel V o VI secolo. La ricercatrice si aspettava un testo cristiano, invece si leggono distintamente i nomi di Persefone, Zeus, Dionisio: personaggi della mitologia, scritti in greco antico.

Di questo brano sconosciuto Giulia ha decifrato 89 linee di scrittura, per la maggior parte incomplete, e ha scoperto che si tratta di un poema greco in esametri (lo stesso metro usato per Iliade e Odissea). Si individua il numero 23, che probabilmente indica la numerazione di un libro. Giulia Rossetto ipotizza che si possa trattare delle cosiddette Rapsodie, raccolte in 24 libri, come i poemi omerici, conosciute solo attraverso citazioni frammentarie e attribuite dagli antichi al mitico poeta Orfeo. C’è voluto molto tempo per arrivare a questo risultato. «È un processo lungo – racconta la ricercatrice –, e ogni volta che si riprende in mano il palinsesto si legge qualcosa di più: è una questione di esercizio e di pazienza». Proprio mantenere la calma e trovare la giusta motivazione sono le parti difficili del lavoro. «Non capita tutti i giorni di trovare un testo classico sconosciuto: nella maggior parte dei casi (quasi il 90%) i palinsesti contengono testi biblici, teologici o liturgici, che magari possono sembrare di non immediato interesse».

L’attività di Giulia l’ha portata a viaggiare parecchio per conoscere sempre di più sul mondo che ha deciso di studiare e che è diventato la sua vita: Georgia, America, Armenia, Grecia, sempre con la sua macchina fotografica. Per il momento spera di rimanere in Austria, anche se non nasconde il desiderio di tornare in Italia se ci fosse la possibilità e «se la meritocrazia a livello di concorsi universitari funzionasse davvero».

«Studiare il greco è stato e continua a essere qualcosa di profondamente arricchente e di cui sono molto grata – afferma Giulia –: potevo immaginare solo nei miei sogni che ne avrei potuto fare un lavoro. Trovo che lo studio del greco e dei classici sia imprescindibile per conoscere e cercare di capire a fondo il mondo in cui viviamo, nonché per sviluppare capacità organizzative e di ragionamento che ci sono utili nella vita di tutti i giorni. Se tornassi indietro rifarei tutto, e se mai mi capiterà di insegnare, insisterò sul fatto che quello del greco e dei classici non è un mondo polveroso e morto, perché c’è ancora moltissimo da scoprire e da interpretare».

Speriamo davvero che sia proprio così.
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