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Redazione - 27 maggio 2013

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Quella serata al bowling di Padova

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racconto di Bruna Mozzi, foto di Sergio Vollono

In paese tutti conoscevano Luigino, detto el Pìcoeo per via di quelle gambe corte che non s’eran decise a crescere né a seguire le braccia e i fianchi su su fino al collo sottile e bianchissimo, con grandi orecchie a sventola e capelli sottilissimi che – diceva sua so

rella, sempre in vena di scherzi e di presa in giro – vi si potevano infilar le perline per le collane… Era tutto nervi, sempre teso, scattante, sveglio e pronto di riflessi; non occorreva chiamarlo col nome per intero, bastava dire “el” ed era già davanti a te, pronto  a sfidarti, ad alzare i pugni se ce ne fosse stato bisogno…eppure buono in fondo, come quella volta che tornò a casa tutto rotto e sanguinante con l’occhio pesto e le chiome arruffate come il gatto della signora Nora che nella stagione dell’amore non si vedeva per giorni e poi quando ricompariva era magro magro col pelo dritto e tutto sporco; quel giorno era tornato irriconoscibile tanto da far tremare di paura sua madre a vederlo colla faccia piena di sangue; ma no, non aveva fatto a pugni per la solita lucertola o la rana del fosso dietro casa e nemmeno era caduto tra i rovi in cerca di un nido.  Aveva preso le difese del suo amico, quello un pò ritardato che diceva sempre “Uhm uhm” e che a tredici anni non sapeva ancora scrivere il suo nome per bene: si era battuto col Toni che era più grande di lui di tre spanne, ma soprattutto aveva due spalle larghe da far venire la tremarella.

E poi c’era Barcòn: lo chiamavano così perché da generazioni suo padre e prima suo nonno e il padre del nonno erano barcari ed avevano un “burcio” per il trasporto di merci nella riviera del Brenta: una vita difficile che lui voleva lasciare; gli pesava sentirsi chiamare così sin da “putèlo” a scuola e poi, crescendo, dagli amici del bar, al circolo delle bocce, là dietro la vecchia fabbrica. Era proprio in quel postaccio che aveva imparato, dal nonno e poi dal padre, il gioco della “bala”: da ragazzo poi non c’aveva messo molto a farci scommesse e coi soldi vinti si era preso il primo mangiadischi; se lo ricordava ancora ben squadrato, bianco e giallo, ci metteva sempre i 45 giri della Berti, della Cinguetti, ma specialmente della bionda quella “bona” di Mestre, … sì la Patty Pravo…quella che ci sarebbe stata subito, non come la santarellina della Gina che non aveva voluto saperne di lui e dei suoi baci,  neanche quella volta che lui aveva messo il vestito buono di suo fratello maggiore e l’aveva portata al cinema a vedere “I guerrieri della notte” sulle bande del Bronx…

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el Pìcoeo e Barcòn si conobbero qualche anno dopo, sarà stato forse il ’79 o al massimo l’80: prendevano la corriera per le superiori al mattino presto, lì alla fermata della “Busa” vicino all’osteria dei Celegato. In realtà più di qualche volta vi si fermavano non solo per la colazione o il caffè e le sigarette, ma anche per passare la mattina a bersi qualche spritz o giocare al biliardo, bruciando la scuola e saltando matematica o tecnica. A volte, anche al ritorno  si fermavano per dire poi a casa che c’era stato il solito sciopero dei trasporti o un’occupazione o chissà che altro: era proprio Barcòn a farsi venire le idee più strambe e el Pìcoeo lo seguiva. Se la passavano poi anche di domenica o i fine settimana dei lunghi inverni nebbiosi,trovando sempre qualcosa da fare.

E poi, el Pìcoeo finì la scuola, passando gli esami a stento, perché al secondo tentativo, se non ce l’avesse fatta, suo padre lo avrebbe mandato a lavorare in fabbrica senza diploma, dallo zio che aveva una piccola ditta di carpenteria e gli affari gli andavano bene.

Barcòn invece si ritirò in quarta, non ce la faceva proprio a studiare e così si era messa a lavorare sotto padrone facendo il meccanico, in fondo c’era portato e quando la macchina di sua sorella aveva qualcosa che non andava, lui risolveva tutto in  fretta e ci guadagnava 50 mila lire belli tondi per la serata in discoteca e per far bella figura con le ragazze.

Si diceva che a Padova, in Via Venezia, avevano aperto un bowling: una novità per quei tempi, finalmente un posto dove rintanarsi la domenica nelle serate che ti infilavano aghi di gelo nel viso o in cui pioveva che dio la mandava o quando non si sapeva che dirsi. Tanto la Monica e la Gianna andavano a casa presto, al massimo alle 10, perché l’indomani avevano la sveglia alle sei e mezzo, il loro paròn non perdonava nemmeno un minuto di ritardo e “le maglie da consegnare non aspettano”, diceva sempre tra una bestemmia e due colpi di tosse.

Ci andarono in macchina con Ale, Spartaco e Piègora: Ale era il più grande del gruppo, aveva già un bel lavoro, la ragazza fissa da 5 anni e i soldi certo non gli mancavano, visto che cambiava macchina ogni anno. Diceva che era della ditta per cui lavorava, ma non era credibile: macchine troppo lussuose per uno che faceva otto ore al giorno in un’agenzia d’assicurazione, passava dalla Giulietta 2000 alla Golf 1800 TD…e gli piaceva pestare; ogni tanto andava a sfogarsi in zona industriale dove di notte facevano le gare di velocità e ci scappava sempre qualche bigliettone grosso per lui e per chi vi scommetteva.

Spartaco invece era un tipo torvo, meglio non incrociarlo se aveva la luna di traverso: era capace di mandarti all’ospedale con due pugni o di sollevarti per il bavero e buttarti giù a terra in un secondo. Se non era di cattivo umore, era un pezzo di pane, un bonaccione che scherzava sempre, anzi stava al gioco e potevi prenderlo in giro se entravi nelle sue grazie ed eri in sintonia con lui. Gli piaceva bere e quella sera si era già scolato quattro bicchieri di birra assieme al Piègora, che chiamavano così perché portava un montone arancione ormai sbiadito e unto che gli aveva passato suo padre, lo faceva sembrare un pecorone grande e grosso e, se lo toglieva, pareva nudo, era magro magro, dentro il dolcevita nero cui era affezionato.

Saranno state già le 23 o poco più, mentre El pìcoeo, Spartaco e Barcòn con  Piègora e Ale stavano giocando una delle ultime partite e scherzavano con delle ragazze che s’erano avvicinate curiose; si divertivano bevendo con loro, a volte Piegora e Ale c’andavano pesante negli apprezzamenti e si dividevano tra i seggiolini alti del bar a limonare con le ragazze e i banchi dove c’erano le palle da bowling.

Stavano tutti a giocare l’ultima partita, Barcòn aveva fatto tre volte di seguito strike: del resto giocava da tempo e ogni domenica andava lì al bowling o con la sua compagnia o con alcuni balordi che aveva conosciuto da poco al bar del paese: si cimentava sempre in gare e scommettevano tutti alto, la posta arrivava anche ad un milione di lire e lui aveva già perso abbastanza; non era come da piccoli, scommettere,  adesso, era roba seria e qualche volta qualcuno aveva tirato fuori un coltello. Ci si era sempre fermati in tempo, ma si sa come vanno a finire queste cose, prima o poi ci scappa il ferito…

Quella sera successe tutto all’improvviso e in modo imprevedibile.

Barcòn aveva appena prelevato la palla, quella blu, che gli portava sempre fortuna  e stava per lanciarla, facendo perno sul piede sinistro e alzando con forza il braccio destro.

Piègora era seduto tra le ragazze, fatto di birra e incapace di reagire anche alle sollecitazioni della Diana, una mora ben tornita, provocante e senza scrupoli che i maschi li aveva sempre fatti impazzire di desiderio. Spartaco era vicino a lui, ma più attivo e si sbaciucchiava la Sandra, che aveva la passione per i fotoromanzi e gli aveva detto che gli ricordava uno degli attori più fotografati.

Ale era stravaccato sullla sedia vicino alla pista e guardava svogliato un pò il suo bicchiere di whisky, un pò la traiettoria della palla tirata dal Barcòn.

E poi c’era El pìcoeo: lui stava uscendo dalla porta del gabinetto dei maschi, da un pò soffriva di mal di testa e si doveva sciacquare il viso ogni tanto per svegliarsi e non sembrare uno zombi. Da qualche mese poi aveva cominciato a perdere  quei pochi capelli fini fini e sulla testa lì proprio tra la fronte estrema e l’attaccatura dei capelli, gli era uscito un bozzolo, pareva una ciste, e per questo gli amici lo prendevano in  giro e gli davano sempre delle gran manate proprio lì. Sua madre invece aveva consumato la bicicletta e i risparmi a portare in chiesa ogni giorno fiori alla Madonna perché le facesse la grazia e al suo figliolo non venisse quel “brutto male”.

La radio del locale mandava la musica degli “883” perché al gestore piaceva Max Pezzali: da quando aveva lasciato bar e ragazza a Milano dove lavorava presso i Navigli, la grande città e la sua musica gli eran rimasti nel cuore.

Le ragazze erano distratte e come loro molti non si accorsero che erano entrati due tizi sospetti, il bavero alto, la sciarpa tirata su fino a coprire il naso e sulla testa un berretto scuro che faceva intravedere appena gli occhi; ciò che si notava bene però erano le due pistole che avevano tirato fuori appena varcata l’entrata. Si precipitarono vicino alla cassa e proprio lì si imbatterono nella Diana che aveva appena accavallato le gambe per civettare col barista, visto che Piègora non le dava retta.

Fu tutto in un attimo: El Pìcoeo quando vide che i due tipi avevano minacciato sia Diana sia il barista, come era sempre stato nella sua indole, cioè fare a pugni per difendere qualcuno, prese una palla che era lì a portata di mano all’inizio della pista e la lanciò con tutta la forza che aveva contro uno dei due tipi e a sua volta si buttò contro l’altro. Si illudeva che fosse come quando da piccolo al massimo ci rimediava un cazzotto sul labbro o sullo zigomo. Ma stavolta non fu così: si sentì un colpo in alto e si videro cadere pezzi di intonaco dal soffitto, ma poi subito un altro colpo che fu sparato ad altezza d’uomo. I tipi non scherzavano e parevano disposti a tutto… dopo i due spari si diedero alla fuga, si sentì lo sgommare dell’auto appena fuori in strada e svoltarono poi verso destra in direzione Ponte di Brenta, dileguandosi nel buio e nella nebbia.

Tutto all’improvviso sembrò tranquillo, come il cielo di nuovo terso e pulito dopo un temporale d’agosto o dopo una di quelle giornate ventose marzoline che scacciano le ultime nebbie padane nella pianura tra Padova e Venezia.

Solo dopo pochi attimi si accorsero che El Pìcoeo era accasciato dolorante, teneva strette le mani insanguinate sul ventre in basso verso l’anca ed era pallido pallido. Barcòn e Ale si precipitarono vicino a lui per tamponargli la ferita, ma capirono subito che era una cosa grave: il proiettile era dentro e il sangue usciva continuo ed abbondante. Fu tutto così veloce: il barista chiamò la polizia e l’ambulanza, ma oramai El Pìcoeo se ne stava andando… non aveva fiato per parlare, ed era ormai livido in volto, riuscì a dire due parole al Barcòn, quando gli si avvicinò con l’orecchio alle labbra: “’assa perdare” era evidente che per lui era finita e che soffriva troppo. Se ne andò tra le braccia e le lacrime del Barcòn.

Gli amici non tornarono più al bowling e niente fu più come prima.

 

Bruna Mozzi

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LA CHIUSURA DEL BOWLING di Sergio Vollono

Ho incontrato il dottor Magistrelli a novembre del 2012 presso la sede ormai dismessa del bowling. Il Bowling di Padova, la sua creatura, che aveva aperto nel 1985 e che ha gestito fino alla chiusura.

Eh si, perché anche il Bowling di Padova ha chiuso. E’ un altro pezzetto di questa citt° che scompare, che si trasforma e magari fra un anno o due vedremo riaprire, magari rimesso a nuovo, come una mega-palestra luccicante.

Il dott. Magistrelli è una persona affabile, molto gentile. Mi riceve nel grande salone che fino ad un anno fa si divideva tra lաccoglienza dei clienti, la zona adibita alla ristorazione e il banco dove poter noleggiare una pista o un tavolo da biliardo.

Adesso è un grande cantiere. Gli operai stanno smontando, con pazienza tolgono tutto questo legno che per anni ha fatto rotolare migliaia di volte le bocce pesantissime che mani più o meno esperte lanciavano ogni sera.

Mi racconta che lìavvio dell’attività è stato complicato. Investimenti importanti, circa 3 miliardi di lire, per allestire il tutto. Poi la Curia non vedeva di buon occhio questo primo grande spazio dedicato esclusivamente al divertimento. In quegli anni la società Bowling viene percepita dalla chiesa locale come un posto un po’ equivoco, certamente non adatto al divertimento della famiglia media.

Sul fronte politico mi racconta che l’unico che non ne ostacola la partenza è l’allora presidente della Camera di Commercio Paolo Giaretta che, intuendo forse le potenzialità del posto, concede rapidamente la licenza.

Del resto la diffidenza è comprensibile, mi dice Magistrelli. In Italia il bowling era arrivato da poco e ancora poco se ne sapeva. Con trent’anni di ritardo il primo viene costruito a Roma fra gli anni 50-55 a Viale Regina Margherita. E da allora piano piano cominciano a sorgere anche a  Pescara, Parma e in altri posti.

Comunque le cose vanno decisamente bene fino allո9, al punto che nella zona aprono altri quattro concorrenti, a Rubano, Santa Maria di Sala, San Gorgio in Bosco e Campodarsego. Il Bowling di Padova impiega 15 persone, 2 in amministrazione e 13 fra tecnici, baristi, cassiere.

Il business comincia a Calare negli anni 90 ma ci si mantiene comunque in linea di galleggiamento fino al 2001, l’anno delle Torri Gemelle. Da lì in poi comincia il grosso calo di attività, circa il 30% nello stesso anno.

Fanno eco a questa rapida discesa la globalizzazione, la comparsa di molte sale da videopoker, anche illegali, e internet point.

Insomma, il mondo cambia in quegli anni, comincia sia pure in modo latente, una grande crisi che porta la gente a modificare piano piano le proprie abitudini, anche a Padova. Internet tiene sempre più i padovani in casa, le scelte nelle abitudini si fanno pi* selettive.

A questo cambiamento diffuso è difficile da comprendere in tempo si aggiunge, sostiene Magistrelli che la crisi lըa vissuta da dentro, una certa disattenzione delle istituzioni. E quando nel 2011 matura la decisione di chiudere un percorso e di passare la mano ad altri imprenditori, magari con nuove idee e motivazioni, nessuna voce si leva in difesa di questa grande attrazione per la città.

Ma nessuna voce si leva neanche quando la proprietà dell’mmobile si oppone alla continuazione dell’attività Bowling e quindi costringe Magistrelli a dichiarare il fallimento, nonostante ci fossero acquirenti, anche stranieri, pronti a rilevare l’attività.

In pratica, conclude Magistrelli, abbiamo chiuso e messo sul lastrico molte persone senza neanche sapere il perché. Peccato.

 

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