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I negoziati in Giordania e la soluzione Due popoli, uno Stato

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Amman di notte (foto di Luca Barbieri)

Purtroppo non è disponibile on-line ma segnalo un interessante intervento di Antonio Ferrari sul Corriere della Sera di oggi a pagina 34. Parlando della ripresa dei colloqui tra israeliani e palestinesi in Giordania il giornalista dipinge un quadro lucido della situazione attuale: due contendenti (israeliani e palestinesi) con molte pregiudiziali e poca volontà di venirsi incontro, ma soprattutto un ospite (Re Abdallah II) per il quale questo tentativo di dialogo è di grossa importanza “per ricollocare il regno, attraversato dai fermenti delle rivoluzioni arabe, fra gli attori irrinunciabili di ogni possibile accordo tra le parti”. La Giordania, che nei mesi scorsi ha visto scendere in piazza migliaia di cittadini che chiedevano prezzi più bassi e maggiore democrazia, a parte un cambio di governo (la testa che Abdallah ha offerto al suo popolo) è passata indenne attraverso l’annus horribilis delle signorie mediorentiali. Ma fino a quando? “Impossibile dimenticare – scrive Ferrari – cosa potrebbe significare per la monarchia hashemita la possibile implosione del regno di Bashar el Assad”.

La mossa di ospitare i nuovi negoziati insomma è, per un Re la cui moglie (e il 65% della popolazione) è palestinese, una disperata necessità. Compito proibitivo comunque. Ferrari dà conto anche di un interessante dibattito che sta salendo in Israele (dibattito cui l’Italia è storicamente refrattaria), quello sulla nascita di uno Stato “binazionale”, “una soluzione (un solo Stato per due popoli) che sicuramente è più accettabile per i palestinesi che per gli israeliani”. Una via stretta, sicuro. E pericolosa anche. Ma la sensazione di molti tra coloro che hanno visitato la Palestina (sottoscritto incluso) è che ormai – tra colonie e muro – la soluzione Due popoli, due Stati, sia di fatto ormai impercorribile.

Lu.B.

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