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India: quegli americani che ci fanno?

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Devo ammetterlo: non ho troppa simpatia per gli americani. Per carità, l’America è un Paese bellissimo, gran meta per viaggi on the road e ci ho passato delle vacanze meravigliose. Sarà per il mio animo profondamente e intrinsecamente europeo, ma con gli americani non ho mai avuto un particolare feeling quando mi ci sono trovata a vivere/studiare/lavorare assieme. Questa mia impressione non nasce dai miei soggiorni a stelle e strisce, ma dalla convivenza con un gruppo di ragazzi americani in India dove, per due mesi, sono stati gli unici altri occidentali con cui avessi a che fare quotidianamente. E, se devo essere sincera, per me lo shock culturale maggiore è stato con loro, gli americani, non con gli indiani.

Anzitutto la barriera linguistica. A volte era più facile capirsi a gesti con gli indiani che a parole con gli americani. Davano sempre per scontato che il loro interlocutore sapesse parlare perfettamente inglese e non facevano alcuno sforzo per pronunciare le parole più piano, o per utilizzare termini più semplici. Un pomeriggio, al mercato delle stoffe a Jodhpur, io e due ragazze americane ci siamo fermate ad ammirare dei tessuti stampati. Una delle mie accompagnatrici aveva chiesto qualche cosa al venditore che, poveretto non riusciva proprio a capire. Nemmeno io, avvicinandomi, sul momento sono riuscita ad interpretare quel rigurgito di parole masticate che le usciva dalla bocca. All’ennesima ripetizione a vuoto ho avuto l’illuminazione ed ho sillabato, al povero indiano, la parola C O T T O N, così come si scrive. La ragazza voleva semplicemente sapere se il tessuto fosse di cotone, ma nemmeno al decimo tentativo aveva provato a scandire lentamente la parola.

Alcuni dei miei compagni americani avevano qualche difficoltà a contestualizzare la situazione, e tendevano a giudicare la realtà indiana con parametri puramente occidentali. A poco più di una settimana dal nostro arrivo in India, una ragazza commentava shockata lo stato di sporcizia delle strade. Non riusciva a capacitarsi di come potessero esserci in giro così tanta immondizia e così tanti mendicanti: sarebbe bastato che il governo li assumesse per ripulire le strade, così avrebbe facilmente risolto due problemi in uno, la disoccupazione e la sporcizia delle città. La mia host family indiana, abituata alle ragazze americane ma che non aveva mai ospitato un’europea, si meravigliava che preferissi rimanere in casa a giocare con i bambini ed a guardare le donne cucinare, invece di uscire con gli altri a ballare nei locali simil occidentali della città. Una sera, mentre si parlava del più e del meno, il mio host daddy mi chiese se il mio Paese fosse vicino all’America. Quando risposi che era lontano quasi quanto l’India, mi guardò sorridendo, commentando ‘Si vede che tu sei diversa dagli altri’. Gli ‘altri’ avevano inoltre una concezione piuttosto vaga della storia. Ogni edificio o monumento risalente a prima dell’Ottocento era automaticamente definito medievale e, quindi, di scarso interesse. Ho sentito con le mie orecchie confondere Martin Lutero con Martin Luther King e, comunque, definirlo un qualsiasi ‘random guy’ del (ovviamente) Medioevo europeo.

L’esperienza più intensa l’ho sperimentata durante un fine settimana a Jaisalmer, una cittadina-fortezza incastonata nel mezzo del deserto del Marwar, a poche centinaia di kilometri dal Pakistan, un luogo di una bellezza mozzafiato. È chiamata la città d’oro, dal colore giallo dorato dei muri delle case, che risplendono al sole del deserto quasi ad abbagliare il visitatore, ed è famosa per i suoi magnifici templi jain ed i tessuti patchwork colorati: ce ne sono tantissimi, di ogni forma, colore e dimensione, appesi lungo le strade. Mentre mi perdevo incantata fra i merletti di pietra dei templi jain, metà dei miei compagni di viaggio dormiva per smaltire la sbronza della sera precedente. Nel tardo pomeriggio siamo partiti tutti assieme per una cammellata nel deserto. Dopo un paio d’ore, appena prima del calar del sole, siamo arrivati ad uno spiazzo con dune sabbiose, dove i cammellieri hanno iniziato ad allestire il campo per la notte. Mentre cercavo di godermi quell’esperienza unica che è il tramonto nel deserto e di immortalarne i colori, i miei compagni di viaggio erano tutti presi a rotolare giù dalle dune scolandosi un litro di birra dietro l’altro. Ancora prima di cena, fu necessario mandare qualcuno a recuperare altre bottiglie. Alle ragazze più giovani poi, poco più che ventenni, non sembrava vero di poter bere in tutta tranquillità, visto che negli USA bisogna aver compiuto 21 anni per bere alcolici in pubblico. Che fossimo in mezzo al deserto o in un pub, faceva poca differenza. Fra i litri di birra a stomaco vuoto, le capriole sulla sabbia e la cena iper-piccante, la metà della compagnia passò la nottata piegata in due dietro ad una duna. Peccato, perché non ho mai visto tante stelle tutte assieme e così splendenti come in quella notte nel deserto, dormendo a pancia all’aria sotto una sfolgorante via lattea.

Barbara Zamboni

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