Tra presente, futuro e Trieste: ecco «Il passato che non conosco» di Mauro Buffa

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Mauro Buffa, lo scrittore, viaggiatore e giornalista (ecco il suo ultimo lavoro, «Il passato che non conosco») ci racconta il suo viaggio in Albania. 

Talvolta le distanze geografiche non corrispondono a quelle storiche e culturali. È il caso dell’Albania raggiungibile a una sola ora di volo da Venezia o ancora meno dalla costa adriatica. Eppure questo paese è stato per mezzo secolo un luogo nascosto di cui si ignorava quasi tutto. Il motivo del suo isolamento va ricercato nelle particolarissime condizioni politiche della dittatura comunista di Enver Hoxha che ne hanno fatto uno stato eremita  paragonabile alla Corea del Nord.

Lo stato albanese nato soltanto nel 1912 dall’implosione dell’Impero Ottomano ha avuto nella sua breve storia una vita travagliata. Ridotto ben presto a protettorato italiano e poi invaso, ha raggiunto la piena indipendenza solo dopo la fine della seconda guerra mondiale a seguito della lotta di liberazione. Entrata nell’orbita dell’URSS prima e della Cina dopo, si è riaffacciata al consesso europeo nel 1991 quando, crollato il regime, furono indette le prime elezioni libere. Allora l’Europa scoprì un paese poverissimo e arretrato che vide migliaia di cittadini imbarcarsi su navi fatiscenti per raggiungere le coste italiane in fuga da un passato fatto di repressione e privazioni e un presente quantomai incerto.

Sono passati da allora quasi trent’anni e l’Albania si è incamminata, pur tra molte difficoltà, verso l’integrazione europea. Un’integrazione non solo politica ma anche e soprattutto sociale se si considera che oltre un milione di cittadini albanesi risiede e lavora in paesi dell’Unione europea e in particolare in Italia. Visitare l’Albania è oggi facile, un’opportunità da cogliere per scoprire un paese che presenta tanti aspetti interessanti.

 

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«Ci sono tre Albanie» mi ha detto un cooperatore del CESVI, una importante onlus impegnata in progetti di sviluppo. La prima è quella di Tirana, la capitale e della città portuale di Durazzo, la seconda è quella costa sul mare Adriatico, la terza è l’interno montuoso ancora povero. Vediamole dunque attraverso i miei occhi di visitatore nella tarda estate del 2018.

Tirana, porta dell’Albania con l’unico aeroporto internazionale intitolato a Madre Teresa, è una città moderna e piacevole. Spicca l’architettura razionalista degli anni venti e  trenta  perfettamente conservata e oggi l’ex quartiere della nomenklatura comunista (il Blok), un tempo sorvegliato da guardie armate e interdetto alla popolazione è la parte più vivace della città con numerosi ristoranti di buona qualità. Nella villetta, in verità non sfarzosa, di Hoxha è ospitato un cocktail bar. Solo la lugubre piramide costruita per essere il mausoleo del dittatore dopo la sua morte, rimane, volutamente in stato di abbandono, come monito del passato.

Nuove chiese e moschee (oltre il sessanta per cento della popolazione è musulmano)  testimoniano il rinascimento religioso dopo i lunghi anni dell’ateismo di stato. Ma la religione oggi è usata anche come strumento politico soprattutto dalla Turchia che finanzia la costruzione della nuova grande moschea di Tirana, oltre a scuole e ospedali, e in tal modo torna a estendere la sua influenza sul paese.

Da Tirana a Durazzo, dal cui porto partirono le navi nel ’91, pochi chilometri di autostrada  e una periferia con costruzioni  nuove e spesso pacchiane. Da dove vengano i soldi per costruire tutto ciò, posto che lo stipendio medio è intorno ai duecento euro, non è chiaro. Come non è chiara la ragione del grande numero di banche e agenzie di prestito che presupporrebbero una notevole disponibilità e circolazione di denaro. La risposta scontata è che provengono dalle rimesse degli emigranti ma questo non può giustificare i grandi alberghi e condomini che sfilano non solo nelle due principali città ma anche lungo la costa. Certo è che l’Albania dopo l’apertura è divenuta anche terra di passaggio di traffici illegali dai Balcani all’Europa occidentale dove gli introiti delle mafie vengono spesso investiti nelle attività immobiliari.

La costa albanese è bella, con spiagge di sassolini bianchi e un mare incontaminato, punteggiata da piccoli centri balneari con ancora timidi tentativi di sviluppo turistico. L’ostacolo principale è la mancanza di infrastrutture. Da nord a sud c’è un’unica strada molto trafficata che, nella parte meridionale, si arrampica su un passo a duemila metri. Non ci sono vie di comunicazione alternative, non esiste una rete ferroviaria. Impensabile raggiungere queste località per una comoda vacanza marina.

Chi è interessato alla storia politica invece noterà i numerosi bunker, ne furono costruiti quasi duecentomila in tutto il paese. Spuntano dal terreno con le feritoie per le mitragliatrici aperte in direzione del mare dal quale sarebbe venuta l’invasione. Allora le spiagge erano off limits, zone riservate a installazioni militari, in compenso sulle colline circostanti la popolazione veniva chiamata al lavoro “volontario” per piantare migliaia di ulivi che ancora oggi danno i loro frutti.

Uno sguardo alla storia e cultura albanese è quanto mai opportuno perché permette di scoprire autentici tesori come il sito archeologico di Butrinto vicino al confine con la Grecia, dove i resti di teatri, templi e abitazioni risalgono al X secolo a. C. Nell’entroterra il sito archeologico di Apollonia testimonia della civiltà greca mentre tra le città d’arte la più importante è senza dubbio Argirocastro con i suoi edifici in stile ottomano e l’imponente fortezza che domina la città.

Lasciata Argirocastro per inoltrarsi ancora di più nell’interno del paese si vede un paesaggio aspro fatto di montagne calve e corsi d’acqua impetuosi. Le strade si fanno più strette e tortuose, il traffico diminuisce e ai lati della carreggiata non è insolito vedere uomini a piedi e carretti tirati da asini. Un salto indietro nel tempo tra gole dove fu combattuta la vittoriosa guerra partigiana culminata con la liberazione il 13 settembre 1944 e dove può capitare di attraversare un ponte di ferro dove sulla targa c’è scritto Ansaldo 1936. E poi un’altra città d’arte Berat, ricca di moschee ottomane e chiese ortodosse chiamata la città dalle mille finestre dove i raggi del sole si riflettono nelle moltissime finestre della città vecchia creando un particolare gioco di luce. Qui mi è capitato di alloggiare all’Hotel Tomori, ex Hotel Turist cioè l’albergo della nomenklatura dei paesi comunisti in visita in Albania. Altro salto indietro nel tempo. Gli spazi enormi e le suppellettili fanno rivivere in pieno l’epoca del socialismo reale. A parte il nome nulla è cambiato.

Il viaggio si conclude a nord di Tirana salendo verso Kruje la città roccaforte dell’eroe nazionale Giorgio Castriota detto Scanderbeg, il condottiero che riuscì, finché visse, a fermare i turchi e a preservare l’indipendenza del popolo albanese. Da Kruje si domina la vallata e in un certo senso l’intera Albania. La sera parte la preghiera del muezzin nella principale moschea della città. Somiglia un lungo lamento ma è un’invocazione ad Allah, l’unico dio.

Quale sarà il futuro prossimo di questo paese? La preadesione all’Unione europea è iniziata ma il livello socio economico è ancora troppo basso per permetterle di associarsi. Sarà allora attratta nell’area di influenza turca, la cui presenza si nota ormai dappertutto? Certo è che occorre un balzo culturale che veda nello sviluppo equilibrato la strada da percorrere e non la bulimica voglia consumistica che affligge chi, per troppo tempo, non ha avuto quasi nulla. E poi l’alto livello di corruzione, le carenze del sistema sanitario, l’emigrazione dei giovani istruiti in cerca di migliori opportunità. Sono molti i problemi dell’Albania, un paese tornato a essere molto vicino a noi e il cui destino non ci può lasciare indifferenti.