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Io non taccio: l’Italia dell’informazione in prima linea

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Dovrebbe essere un libro che parla dell’informazione sotto attacco. E lo fa, e molto bene. Ma “Io non taccio. L’Italia dell’informazione che dà fastidio” (edizioni CentoAutori, 15 euro) implicitamente si spinge oltre: parla di un lavoro così precario da non esserci più. Il giornalista d’inchiesta degli anni Duemila è pagato a pezzo, spesso lasciato senza tutela legale da aziende fragili create da imprenditori avventurieri, ha come unico padrone la propria coscienza e la voglia, il bisogno fisico e irrinunciabile, di raccontare, capire, provare a modificare il destino di questo cocciuto Paese convintosi del suo declino. A discapito delle minacce di morte, dei pestaggi, delle querele, delle prospettive di infinita povertà che gli si parano di fronte.

Perché nonostante immense, diciamo pure incolmabili, differenze economiche, l’Italia è unita tutta intera da una concezione del giornalismo e della comunicazione di stampo feudale. Il giornalista, ad ogni parallelo compreso tra le Alpi e Lampedusa, è per antonomasia uno sciacallo, un rompicoglioni, un montato. E simili, come racconta Giandomenico Lepore nell’introduzione, sono le reazioni: “Quando è mafia la minaccia è chiara, diretta. Quando a sentirsi minacciato è invece il politico il metodo per mettere a tacere il ficcanaso è meno ruvido di quello utilizzato dal mafioso. Ma non per questo meno insidioso”. Querele come se piovesse, richieste danni da capogiro, lusinghe e offerte. “I giornalisti non si ammazzano…non conviene”. Si tenta di comprarli. Tanto, più sono precari tanto più ci si riesce? No, viene da dire dopo aver letto le testimonianze di Federica Angeli, Giuseppe Baldessarro, Paolo Borrometi, Arnaldo Capezzuto, Ester Castano, Marilù Mastrogiovanni, David Oddone e Roberta Polese.

Già, Roberta. E’ colpa di Roberta – la Polish – se ho letto questo libro. “Io non taccio” è un titolo che le si addice appieno. Non tace Roberta. Chiunque la conosca sa che è impossibile. E di persone così, che rispondono solo alla propria coscienza ne abbiamo fortissimamente bisogno. Anche se rompono le palle. E tanto. Anche ai colleghi e all’interno delle redazioni. Da giornalista so quanto faticoso sia. Ma coltivare un parterre di colleghi che la pensi diversamente da noi, che lavori in modo differente, che possa mettere in crisi quotidianamente le nostre convinzioni e convenzioni è l’unica cosa sensata che ogni cultore del dubbio (un giornalista non dovrebbe essere forse solo e nientaltro che questo?) dovrebbe fare.

Siccome sono un rompicoglioni anche io, credo che il punto che emerge da questa raccolta di testimonianze non sia tanto quello di difendere e provare a moltiplicare questa genia di giornalisti eroi pronti a farsi sparare per raccontare quel che vedono. Quelli per fortuna ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. Sono un esempio, ma non possiamo affidarci al loro martirio per cambiare questo Paese. Il punto è ricreare un sistema imprenditoriale ed editoriale che renda ciò sostenibile anche per chi eroe non è. Credo che il compito di un giornalista in questo secolo sia questo e niente altro: trovare una via sostenibile al giornalismo, a redazioni che contemplino Roberta Polese e suoi mille ma.

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