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Io, torturato in carcere. Voci di rifugiati siriani a Zarqa

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Zarqa, GiordaniaUltima settimana di apertura per la mostra fotografica di Francesco Fantini sulla Siria. Visita la mostra al Candiani di Mestre. Continua invece il racconto in presa diretta del dramma dei rifugiati

E’ ancora presto quando attraverso il confine palestinese ed entro in Giordania per il ponte di Allenby. La bandiera israeliana cede il passo alle gigantografie di re Abdallah. Il caldo e forte sole della Valle del Giordano mi coglie impreparata. Si parte subito in direzione di Zarqa, la terza città della Giordania, a nord di Amman. Saliamo, torniamo al livello del mare e poi ancora su, fino a 700 – 800 metri. E’ così che inizia la nostra avventura, alla scoperta di volti e storie dei rifugiati siriani scappati dalla guerra.

In auto, a guardare il mondo esterno dal vetro di un finestrino. Nelle case, in salotti bui ed affollati, ad ascoltare increduli e sconvolti i racconti di persone che hanno visto la morte coi loro occhi. Alla scoperta di una Giordania segreta, che nasconde storie terribili all’interno di quartieri ed edifici anonimi. Racconti di morte e distruzione, di massacri e terrore, di paura ed angoscia. E’ così che vivono molti siriani che hanno trovato rifugio in Giordania. Seduti in case spoglie ed essenziali, senza lavoro, senza soldi, senza più avere un luogo dove andare, una casa dove vivere. Costretti a ripartire da zero, in una città che non conoscono, col sogno irrealizzabile di poter tornare, un giorno in Siria. Nella Siria di un tempo che, ahimè, non esiste più.

Scendiamo dall’auto, ci togliamo le scarpe ed entriamo in casa. “As-salam aleykum”. Stringo la mano ad alcune donne, ci sediamo in salotto. Una stufa, una televisione su un mobiletto, un tappeto peloso di un marrone abbagliante, delle tende blu, come il vestito di una donna. Sorseggiamo una tazza calda di zuhurat shamia, una tipica infusione che bevevo sempre a Damasco.

Un signore della famiglia inizia a parlare: “La vedete questa? E’ una cicatrice, mi han spaccato il cranio mentre ero in prigione. Mi hanno incarcerato per 28 giorni e ho subito le peggiori torture. E qual è la mia colpa? Solo di avere partecipato a delle manifestazioni contro il regime”.

“Non dormiamo da giorni, non riusciamo più a dormire, a riposare. Questa è stata solo l’ultima di una serie di notti insonni. Siamo sconvolti da quello che abbiamo visto in Siria, non dormiremo mai sonni tranquilli”, ci racconta una donna. E continua

“Ci han distrutto la casa, la famiglia, la vita. Hanno commesso i crimini più terribili. Ma sono uomini o sono bestie? E’ Islam tutto questo? Bombardavano dall’alto, aerei da guerra sganciavano in continuazione bombe sulle nostre teste. Poi, quei codardi entravano nelle case coi fucili puntati e sparavano. All’impazzata. Uccidevano. Senza pietà, senza umanità. Uomini, donne, bambini. Prendevano le donne, vergini, e le violentavano davanti agli occhi dei loro padri, dei loro mariti, dei loro fratelli. I bambini li sbattevano contro il muro col fucile puntato alla nuca. Chiedevano dei loro padri, dei familiari che avevano partecipato alla rivoluzione”.

Sono sconvolti da una guerra che non sembra aver fine, angosciati per i parenti che son rimasti in Siria, spaesati in una realtà che non capiscono e alla quale non si vogliono abituare.

E’ il mio primo contatto coi siriani dopo che ho lasciato la Siria nel lontano 2010. Non so bene cosa dire di fronte alla drammaticità della situazione. Ascolto, mi commuovo, scrivo. Non posso fare altro, se non raccontare e riportare le loro storie per smuovere le coscienze della sorda comunità internazionale.

Finiamo la tisana, ci rimettiamo le scarpe, usciamo silenziosi e commossi e risaliamo in auto.

 

(racconto di Anna Clementi del 08/01/2013 pubblicato su Focus on Syria)

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