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Istanbul dalla A alla Z: l'occhio del diavolo

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L'occhio del diavoloNazar  boncuğu / occhio del diavolo

Perchè un gatto nero porta sfortuna? Perchè un cornetto rosso che sembra un peperoncino ci protegge dal malocchio? Da dove vengono queste superstizioni? Secondo i turchi, vengono dall’est, dall’asia centrale. Così almeno dal nome “superstizione” che in turco (batıl inanç) che letteralmente significa credenze dell’est. Le superstizioni anche se disprezzate e combattute dalle gerarchie religiose islamiche vivono nella vita quotidiana del popolo anche nella Turchia moderna. E con le superstizioni non si scherza: un giorno parlando con un conoscente di Smirne dissi che ero ateo: “Ma almeno alla forza del nazar boncuğu ci crede, vero?” Rispose lo sciagurato.

Il nazar boncuğu è un amuleto con cerchi concentrici di diverse sfumature di blu e azzurro che protegge dal malocchio. Come se tutto il mondo fosse pervarso da un’energia negativa che si trasmette con la forza dello sguardo, il nazar boncuğu, sta sulla facciata dei palazzi in edizione gigante composto con mattonelle attaccate sulla parete senza intonaco, dipinto sulla coda degli aerei, impresso sulle testate di quotidiani (Vatan, Șok) e in forma di perlina in vetro attaccato sui vestiti dei neonati. Secondo la superstizione i pensieri cattivi, anche se non espressi ed inconsci, si trasmettono attraverso il contatto visivo. Guai a dire: “Ma che bel bambino!”. Se il pupo prende un rafreddore sarà poi colpa vostra che, con la forza dello sguardo, avrete traferito la vostra (inconscia) invidia sul pargolo.  Gli occhi azzurri sono particolarmente pervicaci: trasmettono continuamante il malocchio, ma ne sono immuni. È per questo che l’occhio del Nazar è blu.

Il malocchio è solo una della tante supersizioni che avvolgono la vita quotidiana. Un giorno ero a Çamlıca il colle più alto di Istanbul dove si può godere di una vista meraviglosa e, se non fosse per i ripetitori e le antenne della televisione, anche unica.

In questo posto idilliaco, dove arrivano le coppie per il servizio fotografico il giorno prima del matrimonio, c’é un ristorante di proprietà statale con prezzi calmierati, dove mi accomodo lasciando la mia borsa sotto la sedia. Poco dopo arriva un cameriere. Per chiedermi l’ordinazione? No. Il premuroso “garson” mi fa notare che la borsa è a terra e mi offre una sedia dove allocarla. Faccio lo gnorri. Il cameriere imbarazzato mi bisbiglia una parola: “Gin”. La interpreto come una paronomasia: il cameriere dice gin, ma intende esprimere una generale proposta a ordinare un alcolico. Rispondo allora che avrei preferito un te. Il cameriere se ne va. Poco dopo da un tavolo vicino una signora tradizionalmente anatolica mi fa dei gesti convulsi: si morde il bavero della giacca, batte tre volte sul tavolo e fa segno si sputare tre volte dietro la spalla sinistra. Che ce l’abbia con me? Il cameriere torna imbarazzato questa volta con il caposala e senza il te. Il caposala mi sollecita, in modo ben più autoritario, a mettere la borsa sulla sedia, anche per rispetto degli altri avventori. “Ma che c’entra il rispetto?” gli chiedo io. Mi spiega che se la borsa resta a terra potrebbe arrivare il Jin, un diavoletto, che porterebbe in malocchio un tutto il locale. Rassegnato poso la borsa sulla sedia, io che credevo che in un bar il jin fosse qualcosa da bere.

 

Nicola Brocca

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