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Istruzione: il sorpasso di Cina e India raccontato dai numeri

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Tratto da “Il Bo”, il giornale on line dell’università di Padova, www.unipd.it/ilbo

I laureati nel mondo aumentano sempre di più e, secondo una nota pubblicata dall’OCSE, saranno in percentuale sempre meno europei e americani, mentre salirà la porzione di quelli provenienti dai paesi emergenti, in particolare asiatici. Nel 2010, nel complesso dei paesi membri all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e degli altri appartenenti al G20 (Argentina, Brasile, Cina, India, Indonesia, Federazione Russia, Arabia Saudita e Sudafrica), c’erano circa 129 milioni di persone fra i 25 e 34 anni con un’educazione di livello universitario, in ascesa rispetto ai 91 milioni di 10 anni prima. La maggior parte di loro, 66 milioni, ormai appartiene già ai paesi emergenti, come conseguenza della crescita demografica e degli investimenti nel sistema educativo degli ultimi anni; se la tendenza continua, stima l’OCSE, nel 2020 negli stessi paesi i laureati saranno oltre 200 milioni, gran parte dei quali provenienti dalla Cina (29%) e dall’India (12%), mentre saranno solo un quarto gli studenti provenienti dall’Europa o dagli Stati Uniti.

Che la global talent pool, la “massa globale dei talenti”, stia cambiando dimensioni e composizione non è certo una novità. Il fattore nuovo è costituito innanzitutto dalla Cina che, dopo essersi dedicata nel secondo dopoguerra ad abbattere l’analfabetismo (che oggi interessa appena l’1,2% dei cinesi tra i 15 e 24 anni), dagli anni 2000 si è concentrata soprattutto sull’alta educazione: in quindici anni gli istituti universitari sono più che raddoppiati, raggiungendo quota 2.305 nel 2009. Sembrano grossi numeri, ma bisogna tener conto che il “Regno di mezzo” (questo letteralmente il significato di Zhongguó, la Cina) ha una massa di studenti universitari che cresce di 2 milioni all’anno, più di tutti gli iscritti alle università italiane. Più staccata appare l’India, che pure nel 2020 supererà gli USA sia per numero di iscritti che in percentuale sul totale mondiale.

Le ragioni della crescita dell’educazione superiore in Asia, e soprattutto in Cina (al di là del contributo delle culture ancestrali, dalla religione agli ideogrammi) stanno soprattutto nell’inarrestabile crescita economica degli ultimi anni, accompagnata dalla conseguente fame di talenti e di competenze. I dati parlano chiaro: in Cina, India e Indonesia gli occupati nel settore “Science e technology” non raggiungono ancora il 10%, mentre sono più di un quarto della forza lavoro nei paesi OCSE, con punte che superano il 40% in Svezia, Danimarca e Norvegia. Se i paesi emergenti appaiono da questo punto di vista ancora in ritardo, questo però significa che il loro mercato del lavoro continuerà presumibilmente ad assorbire i giovani laureati anche nei prossimi anni, assicurando loro migliori salari e maggiori percentuali di occupazione.

 

Questo del resto non significa ancora che i paesi emergenti abbiano raggiunto la leadership anche per quanto riguarda la qualità degli studi. Secondo lo studio OCSE Education at a Glance 2012, che rappresenta il punto di riferimento statistico a livello mondiale, un numero crescente degli studenti provenienti dai paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), soprattutto i migliori e più motivati, continua infatti a rivolgersi ad università estere, in particolare anglosassoni. Nel 2010 sono stati più di 4,1 milioni gli studenti di tutto il mondo che si sono iscritti in un’università estera: il 17% negli Stati Uniti e il 13% nel Regno Unito, seguiti da Australia (7%), Germania e Francia (entrambe circa al 6%). Anche l’Italia a questo riguardo gioca un ruolo, anche se secondario: nel 2010 infatti il nostro paese accoglieva circa l’1,7% degli studenti in mobilità internazionale, risultando alla dodicesima posizione a livello mondiale. Altri dati, provenienti dall’UNESCO (e pubblicati da CampusFrance) pongono invece la Penisola al nono posto, con il 2,1% della quota mondiale (68.273 presenze). Chi avrà ragione?  Forse conta più sapere è che entrambe le fonti danno comunque in forte ascesa la presenza di studenti stranieri in Italia, con un aumento di circa il 50% negli ultimi 5 anni: segno che forse anche il nostro paese può avere delle sue carte da giocare nella globalizzazione degli studi.

Per la Cina il prossimo obiettivo rimane comunque l’eccellenza, perseguito con il solito misto di dirigismo partitocratico e di grandi risorse finanziarie. Già oggi il 9% delle pubblicazioni scientifiche mondiali sono cinesi: nell’ultima classifica delle migliori università al mondo, a dire il vero stilata a Shanghai, la top ten è ancora angloamericana, ma tra le prime 500 ci sono ormai 42 atenei cinesi. Qui il Celeste Impero figura al secondo posto: ancora molto lontano dagli americani, ma prima di Regno Unito, Giappone e Germania. I paesi occidentali non possono certo riposare sugli allori, se vogliono continuare a essere il riferimento della formazione universitaria mondiale.

 Daniele Mont D’Arpizio

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