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Dopo 35 anni, nel 2011, l’Italia è tornata ad essere un paese di emigrazione. Per la prima volta dal 1976, infatti, il numero di persone che hanno lasciato il nostro Paese è stato superiore a quello dei nuovi arrivati: 50 mila nel 2011 contro 27 mila, rispettivamente, ovvero quasi il doppio. Lo dice l’ISMU, nei dati presentati questa mattina a Milano. Se nel 2010 era drasticamente calato il gap fra nuovi arrivi e nuove partenze (69mila), nel 2011, per la prima volta dalla crisi petrolifera degli anni ’70, l’Italia torna a mandare all’estero più persone di quante accoglie.

Da una parte si registra una decisa riduzione dell’appeal del nostro Paese, che può in parte essere spiegata, anche, con il progressivo assorbimento dell’immigrazione irregolare e con i costi crescenti delle regolarizzazioni introdotte dal governo Monti. Dall’altra parte, non c’è dubbio che sulla riduzione delle nuove entrate pesi la crisi economica: si riducono le entrate per ricongiungimento, vista la precarietà degli impieghi, e così l’arrivo di studenti e lavoratori qualificati. La manodopera, che impiegava, classicamente, la maggior parte degli immigrati vede una progressiva continua contrazione. Ma, il dato che salta più all’occhio è l’alto numero di immigrati che ha deciso di lasciare l’Italia nel 2011: 33 mila secondo i dati ufficiali dell’ISTAT, addirittura 800.000 secondo quanto dichiara il demografo Blangiardo all’Huffington Post, nell’articolo sul medesimo argomento, pubblicato oggi.
E poi, sempre più, ci sono italiani che emigrano (+9% nel 2011) e si tratta sempre più di un brain drain. Se ne accorge subito chi come me, sempre più spesso si trova a firmare lettere di presentazione per corsi postgraduate che qualche brillante laureato ha deciso di seguire all’estero. Se dalla seconda metà del XIX secolo agli anni ’70 del 1900 abbiamo esportato soprattutto manodopera e mafia, contribuendo poi, grazie alle rimesse di minatori, piccoli ristoratori, operai a costruire la base finanziaria del boom del 1956 e della crescita industriale e commerciale successiva, oggi spediamo all’estero le risorse più preziose di un potenziale sviluppo futuro, in un momento storico nel quale, sempre più avremmo bisogno di mutare il nostro stantio sistema economico.
Perché partono i nostri giovani? In parte, si lascia l’Italia per mancanza esplicita di occasioni, ma in parte si decide di lasciare il nostro paese anche per lo scarso riconoscimento che le professioni intellettuali ricevono nel nostro sistema pubblico. Molti giovani biologi, ingegneri, scienziati sociali che lasciano l’Italia, sentono infatti prima di tutto un misconoscimento contrattuale, economico, culturale, in termini di privilegi sociali, della propria professione. La differenza di status e di entrate fra un cameriere a tempo pieno e un ricercatore sono infatti ormai poco più che sfumature di un grigio declino del terzo settore. E ciò avviene nello stesso momento in cui le più importanti istituzioni economiche internazionali ci inviterebbero, al contrario, a sfruttare, valorizzare la nostra cultura, considerata un giacimento potenzialmente più ricco di quelli petroliferi. Si moltiplicano i gruppi di coraggiosi che Vogliono Restare, e sostengono azioni per ri-costruire il made in Italy, come intitola l’ultimo numero di Wired. E continuano, in silenzio, la loro azione scientifica molti ricercatori che hanno fatto della ricerca la loro beruf o professione, in termini weberiani. E lo stesso vale per gli stagisti, gli specializzandi, i tirocinanti e le altre figure che di fatto permettono alle nostre istituzioni di sopravvivere. Senza di loro molti servizi tacerebbero, e la p.a. finirebbe in bancarotta.

Ma c’è bisogno di qualcosa di più: di un programma politico chiaro e forte che si ponga come prima priorità il contrasto alle migrazioni dei giovani intellettuali italiani. Se c’è una emergenza vera, in questo periodo, è proprio questa: non recuperare i capitali, ma recuperare le idee. Non si costruisce il futuro senza idee.

Vincenzo Romania

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