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Quello che so dei dinka è un misto di leggenda, stereotipo, passaparola, interpretazione di sguardi raccolti da dietro il finestrino di una macchina in corsa, dentro le stanze dei meeting con le autorità locali e lungo le corsie di ospedale. È un’immagine parziale che risplende di un’aura di magia e di leggenda. Storie di resistenza e di guerriglia, di agguati notturni, continue migrazioni, banditi nascosti nella boscaglia. E storie di mucche.
La prima cosa che si impara è che i dinka vivono con il loro bestiame una simbiosi completa che è parte integrante della loro identità. Per mettersi in mostra i giovani in età da matrimonio portano a spasso per il villaggio la loro mucca migliore, vestita a festa, coperta da un drappo colorato, le lunghe corna adorne di pennacchi. Le famiglie si identificano con i nomi delle mucche e si distinguono per la tipologia dei capi che possiedono: bianche, pezzate, con la gobba…
Ne consegue che possedere una mandria è sinonimo di grande ricchezza e prestigio. Coltivare la terra è disdicevole. Ma non avevo mai creduto veramente a questa storia.
Forse non ci credo ancora, ma un giorno mi è capitato di incontrare un commissioner, la principale autorità di riferimento della contea. Si trattava di una visita di rappresentanza per la presentazione di una progetto di sviluppo sanitario esteso in tutta la contea. La responsabile della progettazione ha illustrato con dovizia tutti gli indici di copertura dei servizi sanitari, calcolati in lunghe settimane di ricerca, poi ha dettagliato i risultati che si sarebbero raggiunti in termini di miglioramento delle condizioni di salute della popolazione nei tre anni successivi. Alla fine lui ci guarda sorridendo “Bene, sono soddisfatto del vostro lavoro. Avete un po’ di tempo ora? Venite con me”. Senza sapere come e perché ci troviamo in macchina ad inseguire il suo fuoristrada tra la polvere delle piste in terra battuta che partono dal centro del paese verso il Nilo, che inaspettatamente scorre lì, poco lontano.
Ci troviamo nel suo orto, un appezzamento fertile e lussureggiante. Il commissioner si aggira tra le piante, si china a raccogliere qualcosa. Poi si gira verso di noi con sguardo interrogativo “cosa sono questi?” e ci mostra i due enormi cetrioli. “La vostra infermiera mi ha regalato dei semi che ho fatto coltivare ai miei operai ugandesi. E ora?”. Tutto intorno a noi un campo di zucchine, pomodoro e cetrioli giganti.
In un’atmosfera surreale, alla luce del tramonto, la nostra esperta di sanità pubblica ha cercato di abbattere ogni barriera culturale condividendo il concetto di “soffritto” e di “saltare in padella”. Dopo qualche minuto l’ha guardato seria “Ci farebbe un grande onore se accettasse un invito a cena da noi questa sera: pasta con le zucchine e insalata greca”.
Con grande soddisfazione di tutti il commissioner ha fatto il bis.
Giulia Comirato

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