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Kattavia e Monolithos: un’altra Rodi

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Ogni persona vive un luogo in maniera diversa. Su ogni fazzoletto di terra ogni uomo incide un’esperienza, un punto di vista, una cornice personale. Michel Foucault le chiamava ‘eterotopie’. La più facile da individuare, quando si va in vacanza, è quella che discrimina gli occhi dei turisti da quelli dei locali che vivono le stesse città, gli stessi panorami per tutto l’anno.

Per chi vive a Rodi, esistono essenzialmente due isole: quella di chi ci abita e quella degli italiani. Passeggiando per le vie di Lindos, nel bel mezzo di un caldo mese di febbraio, incrociamo una coppia di giovani imprenditori che ci dice che Rodi è bella tutto l’anno ma in primavera o in inverno ha un fascino particolare, perché non è invasa da italiani, caciaroni, cafoni, spesso di cattivo gusto. È solo in questa calma atemporale che si riesce a cogliere la magia delle casette bianche che si arrampicano fra le due colline che accarezzano il mare e il cielo, due conche che si confondo allo sguardo.  Non è sicuramente solo uno stereotipo, quello dei ragazzi di Lindos.

Ce ne accorgiamo, sfogliando i libri in lingua italiana lasciati all’angolo di book sharing della lavanderia automatica, che incontriamo in un piccolo vicolo che si inerpica verso l’acropoli. Si tratta quasi solo di spazzatura. Si fa fatica a volare più in alto di Faletti o Fabio Volo.  Da queste parti, gli italiani devono essere stati per forza visti come degli invasori. In un angolo sperduto nel sud dell’isola è ancora conservata, per quanto decadente, una vecchia scuola d’epoca fascista, con le iscrizioni in italiano, del periodo coloniale. Altre se ne ritrovano sulla via crucis di Ialissos, e nei palazzi della città di Rodi. Ivi, nei periodi meno affollati, si ha anche la fortuna di incrociare qualche anziano che ha studiato nelle scuole italiane, durante l’occupazione.

Più tardi, sono arrivati coloro che cercavano templi e colonne e che, dopo aver visitato Agrigento o Paestum, sono tornati a casa delusi. Altri , che della Grecia hanno un gusto commerciale che non va oltre Creta e non spinge, più lontano del Dodecaneso, li hanno seguiti lasciando quella brutta sensazione che percepiamo in alcuni sguardi. La nostra Rodi è diversa. Ha il sapore di un road trip. Prendiamo una macchina a noleggio e scendiamo lungo la costa orientale. Incrociamo cale, rocce, ulivi, mezzi militari dell’esercito greco che si muovono lungo le strade, giovani in scooter, anziani con carretti a motore, qualche ricco tedesco in Mercedes. Superato l’anfiteatro naturale di Lindos – che è meraviglia e stupore – scendiamo verso sud, nella Rodi dei surfisti, dei puristi, degli amanti della natura selvaggia.


Kattavia è una piccola platia con pochi caffè e qualche stabilimento turistico sulle spiagge di Prasonisi, la punta più estrema che separa l’Egeo dal Mediterraneo. Per la gran parte dell’anno, da queste parti, la spiaggia è secca, e l’ultimo promontorio lo si raggiunge a piedi. Altre volte, come in questo caldo giorno di febbraio, l’acqua separa i due lembi di terra. Con i piedi scalzi riusciamo ad avvicinare le piroette di un surfista con la sua tuta nera. Il vento fa volare brandelli di plastica e di carta, lungo la battigia. Un cane randagio, lasciato qui da chissà quale viandante, li insegue. Ci viene indietro, poi cambia direzione. Conosce bene gli italiani anche lui.  Risaliamo in macchina. La costa ovest è meno emozionante. Tranne che per un luogo mozzafiato: Monolithos, una fortificazione, ormai poco più di un rodere, su un monolite. Finché gli occhi e le braccia non superano la vetta, non se ne coglie l’eccezionalità: da oltre mille metri, vediamo la roccia finire a strapiombo nel mare. Le curve di Rodi, poggiarsi morbide, come fianchi di donna. Poco lontano Kos e altre isole minori. Capisco fino in fondo cosa intendeva Foucault: basta uno sguardo, una soggettiva unica e irripetibile a riempire una vacanza.

Vincenzo Romania

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