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Kusturica e i veri balcani

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Nell’irrefrenabile esuberanza del film «La vita è un miracolo», Emir Kustirica sembra essersi posto un obiettivo ben preciso: animare luoghi inanimati, o comunque poco frequentati. E così il placido percorso ferroviario del treno «Nostalgija», che accompagna i turisti fra i silenziosi boschi della Mokra Gora, diventa il set di un film dove infuria la guerra, e s’intrecciano le vicende di un’umanità chiassosa e variegata.

Non solo: contemplando una collina disabitata, Kusturica decide di fondare «Drvengrad», un vero e proprio villaggio scaturito dalla sua fantasia, dove i visitatori passeggiano tra costruzioni in legno, bizzarre sculture zoomorfe e murales coi volti di Maradona e Fidel Castro. Kusturica avrà avuto i suoi motivi per «colonizzare» questi altrove: eppure i Balcani pullulano già di vita nelle loro città antiche, anzi, denotano una propensione alla socialità che al di qua dell’Adriatico è ormai prossima a sparire.

A Novi Sad, per esempio, i giardini pubblici s’inseriscono nell’assetto urbano con estrema naturalezza, senza soluzione di continuità con strade e piazze circostanti: fino a tarda ora, sono affollati da gente di ogni tipo ed età, che passeggia tranquillamente sotto la tenue luce dei lampioni. Al «Partizan», lo stadio dell’omonima squadra di Belgrado, c’è il tutto esaurito anche per un preliminare di Champion’s League di metà agosto: le differenze nei prezzi dei biglietti sono minime, in tutti i settori la partita si segue tassativamente in piedi, e cantando.

A Sarajevo, la domenica mattina, ci si sveglia col richiamo delle campane cattoliche, e si ha ancora nelle orecchie quello dei muezzin musulmani, in una pluralità acustica che camminando per strada coinvolge anche gli altri sensi. L’anima dei Balcani si può scorgere anche lungo rotte poco note: come a Samobor, che si snoda lungo un fiume ed accoglie gli abitanti di Zagabria in cerca di relax, oppure Zlatibor, una graziosa località in riva al lago, dove i villeggianti passeggiano tra le bancarelle di artisti e commercianti.

A dispetto dell’immagine un po’ stilizzata che ne danno Bregovic e Kusturica, spesso inclini alla caricatura autoironica, i serbi non sono tutti rozzi e casinisti: visitando i Balcani, anzi, colpisce proprio l’estrema attenzione per la novità, l’avanguardia e l’aggiornamento, riscontrabile in vari settori, dall’architettura al design, dal marketing alla cucina. Basti pensare al lungofiume della Sava, a Belgrado, dove un vecchio complesso di magazzini dismessi ospita adesso una serie di ristoranti alla moda, arredati con un gusto molto fresco e giovanile, con tanto di dehors rialzati.

Accanto a queste e molte altre meraviglie, però, restano saldi al loro posto i muri crivellati di Osijek e i grattacieli accartocciati di Belgrado. Restano, anche, i grigi palazzi uniformi alla periferia est di Zagabria, lascito dell’urbanistica sovietica del regime di Tito: vorrebbero celebrare un astratto principio di uguaglianza, ma trasmettono un concreto senso di oppressione. E allora, forse, è più facile comprendere gli slanci della fantasia di Kusturica, e collocarli in un più ampio e coinvolgente progetto di rigenerazione sociale.

Alessandro Macciò

Su Kusturica e i balcani leggi anche l’articolo di Andrea Ragona

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