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Il vento che spazza l’altopiano ricoperto di neve ai 140 chilometri orari. Montagne di 4.000 metri a picco sul mare. Il rumore dei seracchi che collassano nell’acqua gelida, con un suono che per gli inuit è la voce delle anime passate ad altra vita. Giorni di tempesta che scandiscono il calendario e rallentano lo scorrere del tempo, chiariscono verità millenarie e aprono porte verso altri mondi. Si chiama proprio In quei giorni di tempesta il nuovo libro di Robert Peroni, 76 anni, medico, psicologo, alpinista e esploratore originario dell’altopiano del Renon (Bolzano) che da 36 anni vive a Tasiilaq, sulla costa orientale della Groenlandia SOV_Peroni.indddove ha aperto La Casa Rossa (http://www.the-red-house.com/en/index.php), struttura ricettiva ecosostenibile – proprio in questi mesi in fase di ampliamento per accogliere nuovi ospiti da tutto il mondo – che dà lavoro alla popolazione locale. Proprio nei giorni di tempesta – il terribile Piterak, per ripararsi dal quale gli inuit per secoli hanno vissuto letteralmente sotto terra, in abitazioni scavate nel ventre dei ghiacci – gli abitanti del luogo che lavorano insieme a Robert, così come i turisti, sono costretti all’interno di una struttura che geme e oscilla al ritmo del vento implacabile. Dimenticata la frustrazione di aver perso una giornata di esplorazioni con gli sci ai piedi per vincere le distese innevate e il fucile nello zaino per difendersi dagli orsi, scoprono un modo nuovo di incontrarsi, attraverso i racconti e la sapienza che la popolazione locale è riuscita a salvare dal saccheggio impietoso dell’uomo bianco, giunto in Groenlandia alla fine dell’Ottocento e autore di un oltraggio che non ha lasciato agli inuit alcuna chance di sopravvivenza. Edito da Sperling&Kupfer (204 pagine, 16,90 euro, in libreria dal 25 ottobre) e scritto a quattro mani con Francesco Casolo, il volume dà voce a Gideon, lo scultore cresciuto da un famoso sciamano, a Viggo che ha vissuto i giorni della tempesta del secolo, ad Anda, «trasferito» bambino a Copenaghen per essere rieducato. Il libro verrà presentato con Francesco Casolo il 19 novembre a Milano alle 15 al Museo Civico di Storia Naturale nell’ambito della fiera BookCity e il 20 novembre alle 14,30 a Cuneo nell’ambito della rassegna Scrittoriincittà.

Peroni, nel suo libro racconta di un popolo che “ha resistito alla durezza del clima ma ha finito per soccombere all’arrivo della modernità”. Tutta questa sapienza andrà davvero perduta e distrutta?

robert_peroni_4c-uhlosLa sapienza degli inuit riguarda soprattutto la capacità di convivere perfettamente fra loro e con la natura. L’arrivo dell’uomo bianco ha imposto loro regole completamente diverse, con cui dovrebbero imparare a raggiungere una mediazione per cercare di sopravvivere e non dimenticare ciò che hanno imparato in millenni di storia, ma il tempo stringe e presto tutto andrà comunque perduto. L’unica chance è rappresentata dai giovani, che vivono con un piede ancora nel vecchio mondo e un piede nel nuovo. Se una mediazione sarà possibile verrà da loro, perché si tratta di un popolo che l’ambiente ostile ha spinto a sviluppare insospettate possibilità di sopravvivenza.

Il mondo che lei racconta – in verità – è molto vicino alla sensibilità dell’uomo occidentale moderno, e il successo dei suoi libri precedenti lo dimostrano. Qual è la “porta” che ha trovato per comunicare anche agli scientisti (e dunque un po’ anche a se stesso, forse) queste verità?

Per me trovare una chiave è stato molto semplice, perché mi è bastato ascoltare il mio cuore. Ho cercato di trasmettere solo quello che ho sentito, e poiché ciò era molto forte credo il messaggio abbia potuto passare più facilmente. Per questo io e Francesco Casolo abbiamo cercato la via più semplice e diretta. Certo, non mi sarei mai aspettato il successo che poi è arrivato. La mia idea originaria era solo di fare qualche bozza per me, per raccontare agli occidentali chi sono gli inuit. Credo che i miei racconti siano piaciuti così tanto perché la società inizia a mettere a fuoco i problemi esistenti: la sensibilità è alta e per questo viene così tanto apprezzata quella che, forse con un po’ di arroganza, mi piace pensare sia una qualche forma di Verità, espressa in una forma così semplice che diventa subito chiara a chi la ascolta.

In molti sognano di fare ciò che ha fatto lei: lasciare il proprio mondo e ritrovare se stessi in un’altra realtà. Questo, secondo alcuni, è una fuga da una realtà con cui non riusciamo a fare i conti fino in fondo. Come la pensa?

Spiegare la scelta mia e di tanti altri come una fuga sarebbe molto semplice, perché una scelta del genere richiede comunque l’abbandono della propria vita precedente e occorre pensarci bene prima di prenderla. Io stavo bene in Alto Adige, non volevo affatto scappare. Pian piano ho capito però che c’era anche la possibilità di una vita (e di una via) completamente nuova, proprio grazie all’insistenza degli inuit, che mi hanno sempre detto: “Tu sei bianco, ma nell’anima sei uno di noi. Devi vivere qui”. E così ho fatto: ho solo allargato il mio orizzonte, ma non ho perso nulla del mio passato e della mia terra, anche se fisicamente non ci abito più. Se proprio di fuga vogliamo parlare, allora personalmente credo sia stata una fuga dall’eccesso, dal troppo, un’abbondanza che a tratti trovavo nauseante e che mi ha fatto cercare una realtà più semplice e autentica.

Cosa permette di distinguere la sapienza vera e profonda di uno sciamano da quella di un ciarlatano qualunque?

La convivenza svela molti aspetti nascosti dell’animo umano. Nell’ambiente groenlandese percepisco tutto in modo più vicino, più visibile. Ciò conferisce alle cose, ai pensieri e alle persone una trasparenza che non lascia spazio a fraintendimenti. Qui non ci sono mai porte chiuse, è sempre tutto aperto. Penso a quanta differenza vi sia in occidente, se ci fermiamo un attimo a riflettere su quante porte ogni giorni apriamo e chiudiamo. E’ una differenza esistenziale e di prospettiva sul mondo a mio avviso illuminante.

Qual è l’eredità altoatesina che si porta sempre dentro?

pol1601uhlos-1L’Alto Adige è sempre stato una terra di passaggio, per Goethe fu così, e non si tratta che di un esempio. Quello altoatesino è un popolo che ha ricevuto influssi provenienti da viaggiatori da ogni dove e questa, credo, è la cifra fondamentale. Della mia terra questo mi porto dentro: l’idea che la vita sia un viaggio nel quale avvengono numerosi incontri, dai quali possiamo sempre imparare qualcosa di nuovo.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

In questi mesi stiamo allargando gli ambienti della Casa Rossa. Quasi ogni giorno gli inuit del posto vengono a chiedermi “Robert, fammi lavorare per te almeno due ore”. Io e la mia attività rappresentiamo l’unica chance lavorativa per la popolazione locale, ed è per questo che intendo ampliare l’offerta ricettiva, per attirare un numero sempre maggiore di turisti e continuare a sostenere la popolazione locale.

Silvia Fabbi

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