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La chiesa della terza rivelazione e la tomba dell'imperatore poeta

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Quella sera a Hoi An c’era la luna piena. Alta, luminosa, a oscurare le stelle e a risvegliare gli spiriti.

Spente tutte le luci elettriche della città, restavano a far luce solo le candele e gli incensi bruciati, offerti ai fantasmi e agli spiriti, ai propri defunti, e piccole lanterne di carta lasciate navigare lente nelle acque del fiume per dare una direzione alle anime perse.

Per qualche ora nelle strade di questa città autentica, risparmiata dalle bombe, la vita è proseguita regolarmente, avvolta da una foschia magica che non bastava a distrarre a ogni angolo i giocatori di xiangqi, gli scacchi cinesi.

L’abbiamo lasciata così Hoi An e non poteva regalarci un’istantanea più suggestiva.

La mattina dopo un bus locale ci ha lasciati nella vicina città di Danang, giusto in tempo per la messa caodaista, ovvero della “Chiesa della Terza Rivelazione” fondata proprio in Viet Nam nel 1926.

Qual è la terza rivelazione? Quella che Ngo Van Chieu, funzionario dell’amministrazione coloniale francese e fondatore del movimento, ha ricevuto durante una serie di sedute spiritiche. Sembra che un essere superiore di nome Cao Dai gli avesse dato ordine di fondare una nuova religione fondamentalmente sincretica, che riunisse cioè tutti gli elementi delle principali religioni del mondo: l’ebraismo, l’induismo, il taoismo, il confucianesimo, lo scintoismo, il buddismo, il cristianesimo, l’islamismo. Dio viene rappresentato con un occhio divino, che infatti troneggiava nel nostro Tempio in forma di palla gigantesca dietro a uno dei due altari (speculari, uno di fronte all’altro). Sul soffitto c’era una rappresentazione di diversi “Santi”: Gesù, Budda, Confucio, Maometto e Laozi. Tra gli altri, sono venerati anche Victor Hugo e Giovanna D’Arco, ma tutti non ci stavano. A parte una milizia privata, l’organizzazione è simile a quella Cattolica (un Papa, cardinali, vescovi, preti) con l’aggiunta dei medium e delle donne, che possono raggiungere la carica di cardinale. Molto democratico. Le entrate però sono separate, a sinistra per le donne, a destra per gli uomini.

Per assistere alla celebrazione siamo arrivati un po’ prima. Eravamo soli e disorientati da una serie di cuscini rossi e blu disposti a scacchiera sul pavimento, ci siamo seduti vicini, ma siamo stati subito separati da un sacerdote: una in fondo a sinistra, l’altro in fondo a destra e un altare in mezzo. È così la celebrazione: donne da un lato, uomini dall’altro, tutti inginocchiati per terra a cantare una litania intervallata da inchini mentre due sacerdoti tengono il tempo, sempre uguale, con degli strumenti in legno.

Per proseguire la nostra rotta verso Nord abbiamo viaggiato sul “treno della riunificazione”. I binari corrono da Hanoi a Saigon e attraversano tutto il Paese sul lato Est, verso la costa, così come li avevano costruiti i colonialisti francesi. Solo la guerra era riuscita fermarne la corsa: dal ’76, ogni giorno e notte, i treni sono tornati a scivolare sui binari che scorrono lungo una delle zone più piovose del Paese. Non passano per le gallerie come fanno i bus. Serpeggiano pigramente per le montagne, tra la giungla che nasce dalla roccia e lo strapiombo sull’Oceano increspato. Pioveva anche il giorno in cui l’abbiamo preso noi. Tutto intorno la luce era filtrata dal grigioblù di nuvoloni minacciosi, la pioggia rigava i finestrini. Il mare, lì sotto, continuava a spumeggiare sulla costa frastagliata. Curva dopo curva, ci siamo lasciati la catena del Truong Son alle spalle e siamo arrivati a Hue, vecchia residenza di quegli imperatori “fantoccio” che i francesi tolleravano, purché pagassero dazio. Tutt’altro che risparmiata, rasa al suolo durante la Seconda Guerra mondiale, della cittadella non resta che qualche fondamenta, un solo palazzo e alcune ricostruzioni postu

Non sono state toccate dalle guerre però le tombe che gli imperatori si fecero costruire a una ventina di chilometri dalla città, lungo il fiume dei Profumi.

Seguendo la via delle anime, intirizziti da uno sbalzo di temperatura di venti gradi e da una pioggia incessante, siamo andati a sbirciarne qualcuna. Raccontano tutte una storia diversa. Come quella di Tu Duc, l’imperatore poeta. Il suo sepolcro è un piccolo villaggio con laghetto, montagna, animali rari, pavillons e depandances per le sue 104 cortigiane. Anche in vita trascorreva tantissimo tempo in quello che sarebbe stato il suo cimitero personale, lo usava per comporre poesie. Aveva inciso personalmente la sua autobiografia su una stele in pietra, rinominata da lui stesso “della modestia”, per gli errori che conteneva. Si dice che le sue vere spoglie con il tesoro che l’ha accompagnato nell’estremo viaggio, non siano in realtà sepolte lì, ma in un luogo che nessuno ha mai scoperto. Per tenere il segreto, prima della morte il poeta diede ordine di ammazzare tutti i 200 schiavi che avrebbero avuto l’ “onore” di occultare la sua salma. È chiaro che abbiamo un problema irrisolto con la morte se neanche gli imperatori, dopo una vita di sfarzi e non lavoro, riuscivano ad affrontare l’idea di dover rinunciare a patrimonio e corte. Così facevano spesso costruire un piccolo seguito di mandarini in pietra, in attesa di “ricevere ordini”. Rigorosamente bassini, che non superassero l’altezza di “sua altezza”.

Le anime di Tu Duc e di tutti gli altri imperatori vengono venerate ancora oggi dai vietnamiti, così come le anime dei propri defunti e dei personaggi eccellenti e questo è il punto. Il Paese è moderno e in continua espansione: in quello che chiamiamo “Estremo Oriente” sono stati importati ed esportati usi e costumi da e verso l’Occidente, si sono fusi, alcuni si sono persi. Però c’è ancora e resta profonda l’impronta spirituale, addirittura superstiziosa, di un Paese che per quanto alcuni vedano “venduto” all’appiattimento della globalizzazione, continua a vivere nelle tradizioni.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

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