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Il Patto Tripartito nella propaganda giapponese

Il Patto Tripartito nella propaganda giapponese

In che situazioni si trovarono gli Italiani che dopo il 9 Settembre 1943 rimasero per due o più anni isolati in Cina senza alcun contatto con l’Italia?

Oggi che la Cina è una potenza mondiale che produce di tutto e tiene in mano crediti verso gli Stati Uniti per milioni di dollari, e possiamo andare fino in Islanda con la sola carta di identità, ci riesce difficile immaginare quei tempi in cui c’erano almeno da sei a quattro diverse Cine e due Italie.

cartolina propagandistica col Sol Levante del Giappone che penetra nel paese alleato del Manchukuo

cartolina propagandistica col Sol Levante del Giappone che penetra nel paese alleato del Manchukuo

I Giapponesi, seguendo una pratica antichissima, dopo aver invaso una grandissima parte del territorio cinese, lo divisero, nel 1937, organizzandolo quattro in stati fantoccio: il Manchukuo, il Mengjiang, il governo provvisorio della Cina a Pechino e il governo riformato della Cina a Nanchino. Nel 1940 Il Manchukuo annesse il Mengjiang e Nanchino si annesse Pechino, dietro ordini di Tokyo. Restavano ancora due entità indipendenti: il governo nazionalista di Chiang Kai-Shek e i comunisti di Mao. Tutti erano in lotta contro tutti. L’Italia, a sua volta, dal 23 Settembre era ufficialmente gestita da due Stati: il regno d’Italia e la Repubblica Sociale Italiana.

”]francobolli cinesi dell'epoca [per gentile concessione di Costanza Prada, nipote di Ferruccio Stefenelli]I rappresentanti dell’Italia, che fino all’8 settembre avevano goduto di extraterritorialità nelle legazioni ed immunità diplomatica nelle ambasciate, si trovarono ad essere improvvisamente spogliati di ogni potere e protezione, e a dover patire il furto ed il saccheggio impuniti delle proprietà italiane e l’imprigionamento o gli arresti domiciliari da parte dei Giapponesi. Solo con la nascita della Repubblica Sociale Italiana i Giapponesi, con riluttanza, posero gli ex diplomatici italiani in Cina di fronte a un aut aut: o con il Duce o con il Re.

”]la comunita` italiana a Shanghai nel 1939: l'ambasciatore Taliani primo da sinistra [foto tratta da http://italianiashanghai.blogspot.com/2010/08/la-casa-ditalia-1930-1949-circa.html]

Ferruccio Stefenelli, eroe della Prima Guerra Mondiale, scelse Salò principalmente per riuscire a prendersi cura di tutti gli Italiani che altrimenti sarebbero rimasti senza alcuna difesa. Questo lo possiamo provare ad esempio con un suo telegramma inviato nell’Ottobre 1943 da Nanchino all’Ambasciata Italiana a Berlino, la sola in grado di comunicare con l’Asia: “Malgrado nostre dichiarazioni di lealtà Governo Fascista, autorità giapponesi e cinesi hanno preso misure drastiche ed umilianti verso le istituzioni e cittadini italiani. Questa legazione è chiusa e fondi sequestrati. Pregovi adoperarsi ogni modo affinché’ Consoli fascisti vengano reintegrati nelle loro funzioni e abrogate le restrizioni della libertà personale dei cittadini italiani. Prego farmi conoscere urgenza per informazione e norma Stefenelli risultato passi che credete intraprendere presso rappresentanze diplomatiche giapponesi e cinesi.”. Il 14 luglio 1944 a Nanchino fu firmato l’accordo tra RSI e Cina occupata per il ritorno di Tien-tsin alla Cina. Stefenelli venne dunque nominato console generale di seconda classe a Shanghai.

Questo lo mise in conflitto con l’Ambasciatore Taliani che invece aveva confermato la sua fedeltà al Re. Stefenelli fu quindi epurato, al suo rientro in Italia, per qualche tempo, finché le vere ragioni delle sue scelte furono riconosciute e venne riabilitato e reintegrato nella carriera diplomatica della Repubblica.

”]”]Decreto di Mussolini per Taliani {dal libro "E' morto in Cina" scritto dal Taliani stesso e pubblicato nel 1949, per gentile concessione di Costanza Prada]

I Giapponesi si erano comportati da veri ladri, rubando e non restituendo i dollari americani custoditi dalla S.I.N.I.T. a Shanghai. Come Taliani scrisse nel suo libro di “E’ morto in Cina”, fecero fortissime pressioni su di lui perché aderisse al nuovo regime di Mussolini. Li conosceva ormai molto bene. Cito dal suo diario, nel 1939: “Un’azione terroristica di cinesi apparentemente armati da Chiang Kai-shek venne soffocata dal nostro battaglione San Marco nel peggiore quartiere di Shanghai, Badland: malaterra. Ma all’indomani si presentarono ufficiali nipponici a chiedere la liberazione degli arrestati, e la richiesta apparve inesplicabile sinchè quelli non provarono che tutti i terroristi erano armati e pagati da loro, e se ne vantarono, e si misero a ridere a grossi singulti“. Il 25 Ottobre 1943 Mussolini inviò un telegramma a Taliani in cui lo “collocava a riposo”. Poco dopo l’internamento divenne più duro.

Gli Italiani vennero internati in vari luoghi attorno a Shanghai e nella ex missione di Wehsieng per quasi due lunghi anni, in cui non avevano alcun contatto con il mondo esterno ed erano costretti a mangiare cibo deteriorato e scarso.

Wehsieng - l'ex missione trasformata dai Giapponesi in campo di internamento

Wehsieng - l'ex missione trasformata dai Giapponesi in campo di internamento

Il governo di Badoglio fece tentativi di riavvicinamento con la Cina Nazionalista di Chiang Kai-Shek nel 1944 finché in ottobre il governo cinese riconobbe quello di Badoglio. Nel gennaio 1945 De’ Gasperi, ministro degli Esteri, avviò la formalizzazione dei rapporti diplomatici tra Regno d’Italia e Cina di Chiang Kai-Shek. Dato che il nuovo ambasciatore, Sergio Fenoaltea, non arrivò in Cina fino al 1946, fu chiesto a Taliani di essere l’ambasciatore de facto. Egli ricorda come il 15 agosto 1945, i giapponesi e il console svedese fossero venuti ad annunciare la liberazione. Le guardie erano scomparse e il cancello era aperto. Enormi quantità di cibo, biancheria, coperte, tabacco, sapone e medicine sono stati paracadutati nel campo anglosassone, ma gli italiani non hanno ricevuto nulla. Si sono sentiti ignorati e abbandonati a se stessi. I marinai italiani morivano di fame. Non essendo considerati prigionieri di guerra, portatori dei diritti riconosciuti dalla Convenzione di Ginevra, ma internati militari italiani, molti riuscirono a tornare in Italia solo nel 1946.

Un Russo, tal Nik. Gromov, probabilmente il Kisselev-Gromov che scrisse nel 1936 a Shanghai un libro che denunciava i gulag sovietici, informava con una velina che Stefenelli aveva consegnato, alla notizia della fine della guerra, non senza lunghe discussioni preliminari, la gestione del Consolato di Shanghai ad un “comitato” costituito dagli ex internati al lavoro forzato nei moli di Nandao. [per gentile concessione dell’archivio privato di Costanza Prada]

Qualche Italiano che aveva famiglia e lavoro in Cina rimase fino alla conquista comunista del 1949. Conosciamo le storie di alcuni che finirono in campi di internamento americani nelle Filippine o a Honolulu, dove venivano sempre indirizzati dall’aggressività americana e chiamati “bloody fascists”. Ritornarono in Italia o per Singapore, Colombo, Aden e il canale di Suez, o attraverso il Pacifico e il canale di Panama.

Molte storie non sono state raccolte e scritte, e sarebbe interessante che qualcuno, riguardando i diari dei nonni, trovasse fotografie e narrazioni. Una società coloniale, classista ed aristocratica stava tramontando. Un nuovo mondo diverso era all’orizzonte. Che cosa rimane, oggi, degli edifici costruiti dagli Italiani a Tien-tsin?
Lo scopriremo nella prossima puntata…

[segue – parte undicesima] di Giovanni LOMBARDO

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