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La guerra civile colombiana raccontata da una cooperante

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Stupisce un po’ che non si parli di un paese che è in guerra civile da più di 40 anni. Presente sui mass media per episodi assai puntuali, come, ad esempio, nell’ultimo decennio col caso di Ingrid Betancourt, grazie anche al fatto che la persona rapita il 23 febbraio 2002 e liberata il 2 luglio 2008, aveva e ha la cittadinanza francese. E poi, il paese viene troppo spesso descritto con parole tipo narcotrafico, guerriglia, paramilitari e così via.

Ma c’è un’altra Colombia, sconosciuta ai più in Italia. Il Paese oggi è governato da Juan Manuel Santos, ministro della difesa durante l’assai polemico governo di Alvaro Uribe, il quale scelse sempre la strada del repressione con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia anziché il dialogo, dimostrando una scarsa indipendenza dal governo statunitense, e con i diritti umani che avevano una validità quasi pari a zero.
Fra gli italiani che conoscono il Paese in profondità  c’è la cooperante trentina Sara Ballardini, la quale ci ha raccontato come è la situazione odierna in Colombia, al di là degli stereotipi. Dallo scorso anno lavora in una comunità di contadini del nordovest del Paese.

Sara, classe 1982, ha capito sin dall’inizio le difficoltà a cui andava incontro. “Spesso nelle comunità in resistenza in cui sto vivendo ritorna la stessa domanda: come fate a resistere ancora, con tutti i soprusi, tutte le accuse, le diffamazioni, gli omicidi, le minacce? Dove trovate l’energia? E ogni volta ascolto queste persone care rispondere con un sorriso: la fede ci dà la forza”.
Ma di quale fede stiamo parlando?
” Si tratta di una fede che va molto più in là della chiesa o del gruppo religioso a cui appartengono o no; è la fede nella vita, la fiducia che la vita va più in là di quello che possiamo vedere e toccare; è la fede alimentata nelle relazioni umane, nella solidarietà, nella relazione con l’ambiente biodiverso, nella dignità, nelle risate e nei sorrisi condivisi con persone che vivono degli stessi sogni, delle stesse speranze. Risate che danno forza, che trasmettono un’energia positiva”.
Gli efetti del conflitto fra le FARC e lo Stato centrale non potevano mancare nella discussione.
Come si vive questa situazione?
“Lo scorso 5 di gennaio un gruppo paramilitare ha ordinato un “paro armado” (sciopero armato, ndr) in gran parte del Paese: tutti i negozianti e i trasportatori delle regioni controllate hanno dovuto chiudere le saracinesche e fermare i propri mezzi per rispettare l’ordine di questo gruppo illegale; la forza pubblica non ha reagito, macchiandosi ancora una volta di complicità e omissione. E ancora una volta il governo è corso a rassicurare i suoi alleati, dicendo che si prenderanno misure efficaci contro questo gruppo, che non c’è da preoccuparsi troppo”.

La giovane nata in una vale in provincia di Trento riconosce “l’energia delle tante persone colombiane che si alzano tutte le mattine con la forza necessaria per resistere con dignità e trasparenza in un contesto di conflitto che viola i diritti umani fondamentali; un’energia che mi accompagna ogni giorno”.
Sara sente indignazione profonda per “la sfacciataggine del governo, quando s’affanna per difendere gli investimenti internazionali invece della propria popolazione o meglio, a spese della propria popolazione. Un atteggiamento comune a tanti governi del mondo, purtroppo”. Il sentimento si ripete quando parla di “un sistema economico e politico che uccide, un sistema di guerra, che purtroppo non accenna a cambiare neanche qua in Colombia; una consapevolezza che non ci può lasciare dormire tranquilli”. Tutto un canto contro l’indiferenza.
Ad ogni problema c’è una sfida con cui affrontarlo. La sua è “riuscire a tener gli occhi ben aperti sulla realtà e dare il proprio contributo per migliorarla, senza lasciarsi prendere dallo sconforto, dall’impotenza; tenere gli occhi bene aperti anche sui movimenti che danno speranza, per poter contribuire, ognuno con la sua energia”.
Se la speranza è l’ultima a morire è perché c’è gente come Sara che lotta per mantenela sempre viva, nonostante le infinite difficoltà.
Gustavo Claros

9 comments

    1. Claros, se vuole, risponderà. Mi permetto di segnalare, però, che non dovrà dare chiarimenti, al massimo parteciperà ad un dibattito. Il suo è un pezzo in cui esprime, ovviamente, la sua opinione. Si può essere d’accordo o meno. E quindi siamo contentissimi – lo dico sul serio – che il gruppo “Italiani che amano la Colombia” esprima il suo dissenso. Magari chiediamo loro di articolare anche il perché del loro dissenso. Se vogliono mandare un contributo, ben venga, siamo apertissimi a farlo. Spiace solo per il “poco professionale”, in fondo: nel pezzo parla una cooperante e dice la sua. Si può non condividere, ma che c’entra la professionalità?

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