Bomba a Taba: attentato contro il Sinai e i beduini

Redazione - 17 febbraio 2014

L'altra spiaggia del lago: conoscere il mondo arabo

Redazione - 17 febbraio 2014

La mia fuga dal Sud Sudan

Redazione - 17 febbraio 2014
empty image
empty image

2Il ritmico tintinnio delle scatole metalliche dei lustrascarpe mi sveglia, sette di mattina, bimbi lunghi, magri e coi vestiti stracciati si aggirano per le strade di Wau. Offrono servizio di pulitura e lustratura delle scarpe, il loro kit include una scatola con un po’ di lucido, una spazzola e un paio di ciabatte di gomma da dare al cliente durante l’operazione di lustratura. Apro gli oggi in questa mattina calda, l’aria calda entra dalla finestra, ho tolto la zanzariera, con la stagione secca non ci sono piu zanzare. Il cielo del Sud Sudan è sereno, azzurro chiaro, pulito, la gola ed il naso secchi, non piove da fine ottobre, la polvere si accumula dappertutto, si appiccica al collo sudato, si incolla al computer, si deposita su tutti gli oggetti di casa che rimangono immobili per qualche giorno. Uscendo per strada a mezzogiorno, sole a picco e brezza leggera, si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un immenso phon.

La stagione secca, asciuga le strade e scalda gli animi, sono stati due mesi difficili per il Sud Sudan. Un lunedi mattina all’improvviso tutto è cambiato, inaspettatamente. Alle otto e mezza arrivo in ufficio, c’è tensione nell’aria, non ricordo come l’ho saputo, ma mi dicono che girano voci di un colpo di Stato a Juba, scontri per le strade e morti. La tensione cresce, mandiamo a casa quasi tutti, rimaniamo io e il logista, Chaplain, per assicurarci che tutto sia a posto ed in ordine, scatta subito la preparazione per l’emergenza: radioline cariche, telefono satellitare nel caso blocchino la rete telefonica per ostacolare i ribelli, ricariche telefoniche a volonta’, cibo in scatola, pasta, riso, acqua da tenere in casa, la confusione potrebbe durare dei giorni, dicono. Radio Miraya, principale emittente del paese è muta, non un bel segno.

Ci rifugiamo a casa, le strade sono deserte, regna un silenzio surreale, parcheggiamo la macchina col muso in avanti pronti a partire, se serve, verso UNMISS (Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan). Proprio a UNMISS, in altre città, trovano da subito rifugio migliaia di sudsudanesi choccati, terrorizzati dalle violenze e dalle uccisioni che stanno facendo ripiombare il paese nell’incubo pluridecennale della guerra da cui questo popolo fragile sta lentamente provando a riprendersi. Torna la paura, evidente sulle facce preoccupate di chi sa cosa significa la guerra. Per noi è diverso, per noi la guerra è una noia da studiare sui libri di storia, qualcosa di affascinante nei film americani oppure al massimo un commovente servizio del telegiornale che ci rovina la cena. Giovani europei, da due generazioni senza guerra (per fortuna) ci si ritrova catapultati in dinamiche, sensazioni ed emozioni nuove, strane, confuse.

Al massimo abbiamo sentito la guera raccontata dai nonni ma per noi è una cosa lontana, finchè non ti trovi all’aeroporto, provando ad uscire dal paese, a destra, il bianco cancello d’accesso al rosso e polveroso piazzale dell’aeroporto, a sinistra, qualche centinaio di soldati in divisa, seduti per terra con il fucile in mano. Cantano, non capisco le parole ma l’eco di quelle voci fa gelare il sangue nelle vene. Ci mettiamo in coda, in piedi, valigia in mano, fuori dall’aeroporto, la signora del controllo sicurezza è in ritardo. Per rompere la tensione ed ingannare l’attesa si fa una chiaccherata, non vediamo l’ora di andarcene, Daniela mi aspetta a Dar es Salaam, 2 coincidenze da Wau: Juba e poi Entebbe, spero di farcela. L’intero traffico aereo nazionale è bloccato, perchè, oltre alle violenze a Juba, il giorno prima è esploso il pneumatico di un aereo in atterraggio che ha bloccato decolli e atterraggi per l’intera giornata. Il sovraccarico sulle compagnie aeree è allucinante, nel paese tanti vogliono andarsene, chi non ha volato negli  scorsi vuole volare, chi aveva prenotato per oggi pure. Sul volo da Wau a Juba supplico l’assistente di volo di chiedere che l’aereo da Juba ad Entebbe mi aspetti. Per tutta risposta 20 minuti dopo mi dice che è gia partito, addirittura in anticipo. Quello che non sapevo è che invece dei soliti 2 voli Juba-Entebbe oggi ce ne saranno 6 (solo con Air Uganda) e quindi sono partiti per iniziare a smaltire i passeggeri dei giorni precedenti. La tensione sale, l’aeroporto di Juba, in giorni normali un girone d’inferno, è oggi la realizzazione pratica dell’anarchia. I soldati all’entrata provano a gestire una fila di passeggeri stanchi, stressati ed impauriti.

1In qualche modo riesco ad entrare e mi metto in fila per il check in, nessuno sa e capisce nulla, ci si mette in piedi da qualche parte infilandosi nei buchi e spingendo per raggiungere il banco qualche minuto prima della persona a fianco a te, un vero gioco al massacro. L’aspetto positivo è che è impossibile cadere perche si è spinti in maniera uguale da tutti i lati come ad un concerto rock, ma senza musica, cantanti, luci e chitarre, solo tanto sudore e nervosismo. Dopo circa un’ora e mezza al check-in ottengo il “biglietto” c’e il numero del volo ma non si sa esattamente se e quando il volo partirà, alla domanda di quando partira il volo, le addette della Air Uganda, le quali meritano un premio per la calma che riescono a mantenere davanti a quella folla di passeggeri vocianti e arrabbiati, rispondono solo: “Entra e aspetta”. Grazie, penso frustrato dentro di me.

Seconda fila, il timbro d’uscita sul passaporto, qui ci sono 3 file (che si intersecano con quelle del check-in e con la gente che va a depositare i bagagli sul nastro trasportatore) mi metto a quella all’estrema destra, la più breve, sbagliando scelta, perche l’addetta, una donna sulla quarantina, è di una lentezza esasperante, anche per questa fila ci vuole quasi un’ora. Il tutto succede in circa 20 metri quadrati che separano il check-in dallo sportello dell’immigrazione.

Ora inizia il bello, la fila vera e propria, le spalle mi fanno già male, tolgo lo zaino e lo appoggio per terra. Solitamente la coda per entrare nella zona d’attesa dell’aerporto di Juba è un assembramento di persone che conserva la parvenza di una fila, magari 2-3 file parallele che si incontrano ad imbuto sulla porta d’entrata, ma, di solito, la parvenza di fila c’è. Questa volta siamo come tanti granelli di sabbia che vogliono passare dall’altra parte della clessidra nello stesso momento. Per qualche motivo però, la clessidra è piena e quindi per circa un’ora e mezza non mi sposto di un solo centrimentro in avanti. Fra aerei delle ambasciate, voli speciali, charter privati (1,500 dollari a testa un volo di un’ora e poco più per  Kampala) e confusione generale di un aeroporto troppo piccolo e troppo disorganizzato.

La clessidra si è intoppata. Sono quasi le due, sono in fila dalle 9 e 40 e avro percorso al massimo 40 metri sommando le 3 file, leggo, ma la preoccupazione di perdere la coincidenza per Dar es Salaam non mi lascia stare. Provo a chiamare Daniela, non ho soldi, il mio amico Ray, mi presta un Blackberry che non so usare. Avviso Daniela che ancora non so se ce la farò, il volo da Entebbe a Dar es Salaam parte verso le 4 e mezza. Verso le 3 del pomeriggio riesco a superare il controllo sicurezza, più inutile del solito viste le circostanze. L’addetto nemmeno guarda lo schermo dei raggi X, la sala d’attesa è piena in ogni suo angolino: giapponesi col cappello, famiglie sud sudanesi con bimbi in braccio, americani che parlano a voce altissima lamentandosi per la situazione, volti tirati, stanchi, a volte disperati. Io credo di aver perso il volo per Dar, passo altre 3 ore e mezza di attesa con Ray e con il suo collega Herbert, i quali, hanno amici che passano loro informazioni sui voli in partenza ed in arrivo: il mio, mai. Una vera tortura che rende l’attesa snerbante.

Alle 6 scatta il coprifuoco a Juba, quindi se l’ aereo non arriva ci tocca dormire in aeroporto, impossibile muoversi per la città, in questi giorni il coprifuoco è molto rigido e farsi sparare addosso non è difficile. Alle 6 e 20, all’ imbrunire, ecco gli aerei Air Uganda, tre, tutti insieme, tutti i passeggeri dei tre voli si affrettano alla stretta porta d’ uscita e di forza usciamo tutti in mezzo alla pista di atterraggio cercando il nostro aereo con il biglietto in mano, come essere alla stazione degli autobus di una citta’ che non si conosce, solo che qui, la destinazione non è scritta da nessuna parte. Sudo, ma spero ancora di farcela, nel frattempo ho pensato a Daniela che dovra tornare da sola, ho pensato di comprare un volo per il Cairo dove potrei ancora raggiungerla e arrivare insieme a Roma, ho pensato tante cose ma mai avrei pensato che Air Uganda avrebbe ritardato il volo per Dar es Salaam di 4 ore solo per aspettare me ed un altro passeggero, tanzaniano, che lavora all’UNICEF (con cui scopro incredibilmente di avere un’amica in comune); di corsa saliamo sul volo per Dar es Saalam, con una meritata e freschissima birra Tusker mi rilasso e sono felice, volo verso Dar, e verso Daniela. Arrivo a Dar, caldo umido ad accogliermi, sono stanco, le spalle fanno male per le tante ore di viaggio ma soprattutto per la lunga attesa in piedi, faccio un visto breve, esco, passo la porta scorrevole…finalmente.

 Stefano Battain

Di Stefano Battain leggi: Rompere il Ramadan a BagamoyoL’Africa ha il cellulare in manoLe mani della Cina sulla spiaggia di Bagamoyo

Obama, lo spettacolo africano

Kosovo, Tanzania

Arrivederci, Sud Sudan

Africa, un asilo a cielo aperto

Leave a comment

*