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(DİL) EĞİTİMİ/ EDUCAZIONE (LINGUISTICA)

La lingua turca è molto logica e la grammatica quasi senza eccezioni: come se in italiano si dicesse io ando, tu andi, lui anda, noi andiamo...il turco non conosce verbi irregolari. Anche il comparativo e il superlativo irregolari non esistono: come se avessimo imparato l’inglese con questa regola: good, gooder, the goodest.

Tuttavia è necessario un po’ di tempo per abituarsi alle nuove parole, alla nuova pronuncia: state attenti a distinguere i dalla ı (una i senza puntino), altrimenti rischierete di dare una brutta impressione: “Làvati spesso le mani” pronunciato male potrebbe suonare: “E lavati le mani, cazzo!”.  Come se non bastasse il turco è una lingua anticapitalista: nel turco non non esiste il verbo avere: per dire “io ho una macchina”, bisogna dire “di me una macchina possesso”. E se il verbo avere piange, il verbo essere non ride: öğretemenim: io sono un maestro, letteralmente “maestro io”, “o  öğretemen” equivale a lui/lei è un maestro/a, letteralmente “questo/a maestro”.

 

Se la grammatica vi sembra complicata potete iniziare imparando alcuni gesti turchi: per esempio se vedete un turco che unisce i polpastrelli attorno al pollice e piega in su e in giù il polso, non crediate che vi voglia dire -come in italiano- “machec—-dici”. Sta invece dicendo: molto buono! Una della prime serate in Turchia mi incontrai con una professionista di Istanbul che avevo conosciuto a un matrimonio un anno prima. In un tête-a-tête in un ristorante di pesce con vista sul Bosforo non so bene se mangiavamo melone bevendo rakı o se bevevamo rakı mangiando melone. Mi raccontò che era appena tornata dal suo viaggio ad Amalfi in yacht rientrando attraverso il Mar Egeo. Non ero mai stato prima né in Grecia né su un panfilo e non sapevo cosa dire per accattivarmi le simpatie della mia ospite, così finii per esclamare: “Ah, il Mar Egeo, così brillante!”. La risposta fu quella mano in cui i polpastrelli si uniscono mentre il polso ondeggia e che in italiano significa “machec—-dici”. Per un attimo pensai di aver fatto una gaffes, forse avevo di fronte una nazionalista che odia tutto ciò che è greco. “Çok güzel” (letteralmente molto bello) esclama infine la mia compagna, levandomi un peso dallo stomaco.

 

I linguisti dell’ottocento la definivano una lingua agglutinante, il turco: per esempio la frase “non mi sono fatto fare le scarpe”, sette parole in italiano, si scriverebbe in turco in sole due parole “ayakkablarımı yaptırmadım” letteralmente “scarpe mie fare-fatto-non-passato-io”.

Un’altra carattesitica che rende il turco interessante è l’ordine dei componenti (Soggetto-Verbo-Oggetto) inverso rispetto quello dell’italiano: “io ho visto una bella moschea” suonerebbe in turco “bella una moschea vidi io”, e questo si riperquote anche sull’ordine delle proposizioni secondarie: frasi come “sono contento che tu sia venuto”: “tu venente, contento sono io”; “non credo che domani farà bello”: “domani bello farà, credo non io”.

 

Ma una volta imparato il turco vi mancherà non poter trasferire la sua ricchezza espressiva parlando un’altra lingua. Ci sono centinaia di espressioni che non hanno un equivalente in italiano: un turco quando vede una persona al lavoro gli augura: “kolay gelsin”, che ti venga facile. Vi separate da un amico che sta studiando dicendo “Kolay gelsin”, volete chiedere un’informazione a un vigile per la strada, vi accostate e gli dite “Kolay gelsin”, uscite dal ristorante, pagate, mettete un chiodo di garofano tra di denti (in una ciotolina vicino alla cassa con funzione di pastiglia rinfresca-alito) e dite “Kolay gelsin”.

 

Nelle stesse occasioni in cui in italiano usiamo la parola “grazie” il turco diversifica almeno cinque situazioni diverse usando per ognuna espressioni diverse: tesekkuler grazie, sağol un grazie per un piacere non richiesto, quando qualcuno ti da il benvenuto (hoş geldin) non si risponde grazie, ma bentrovato (hoş bulduk), se sternutisci un turco ti augura “cento anni a te” e la risposta non è “grazie” ma “sen de gör”, letteralmente “anche tu vedrai questi anni”.

 

Anche se “afiyet olsun” vuol dire “buon appetito” (letteralmente che sia salute), il contesto d’uso è diverso da quello italiano. In genere il pranzo comincia quando il cuoco augura “afiyet olsun”. Al primo boccone l’ospite esprime un complimento: “Çok güzel”. Il cuoco risponde “afiyet olsun”. Al secondo boccone un’altro ospite replica: ”Ellerine sağlık” letteralmente “salute alle tue mani”. Il cuoco risponde “afiyet olsun”. Alla fine del pranzo gli ospiti ringraziano. Il cuoco risponde “afiyet olsun”.

Nicola Brocca

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