Legge contro l'omofobia, è giunta l'ora

Redazione - 23 novembre 2012

Cinquemila bambini si rifugiano dai salesiani

Redazione - 23 novembre 2012

La P2, Ordine Nuovo e piazza della Loggia

Redazione - 23 novembre 2012
empty image
empty image

Il valore politico cruciale degli eventi del 1974 si registra nello scioglimento presso il ministero dell’Interno dell’Ufficio Affari riservati, diretto dal prefetto D’Amato, anch’egli presente negli elenchi della Loggia, l’avvio delle inchieste giudiziarie su Ordine Nuovo e su Avanguardia Nazionale, nonché il declino delle posizioni dei generali Miceli e Maletti. Non è dato sapere con certezza se questo succedersi di eventi contrassegna un momento di disgrazia delle sorti di Licio Gelli, ma se anche così fosse, con la ristrutturazione della Loggia P2, a partire dal 1976 il Venerabile aretino appare saldamente sulla cresta dell’onda, alla guida di una rinnovata organizzazione  idonea al formidabile sviluppo della seconda fase.

Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari, si sono iscritti. Tra questi il citato generale dei Carabinieri Giovanni Allavena, quello della dote dei  fascicoli delle schedature SIFAR. Allavena, nel ’56, fu chiamato a Roma da Ancona (dove dirigeva il locale centro di controspionaggio) dal generale De Lorenzo, appena diventato capo del SIFAR.  Di lui si tornò a parlare con l’esplosione del “caso Gladio” e soprattutto con la pubblicazione degli omissis del cosiddetto “piano Solo”, il progettato golpe del 1964. Il 21 novembre ’91, a Venezia, fu interrogato dal giudice Mastelloni nell’indagine su Argo 16: nome in codice di un aereo dell’Aeronautica Militare italiana precipitato a Marghera il 23 novembre ’73, causando la morte dei quattro membri dell’equipaggio e sfiorando un disastro ambientale. Nell’audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia, l’ammiraglio Fulvio Martini, dichiarò che l’aereo era così chiamato in riferimento all’Argo mitologico, “che tutto vede”, perché svolgeva missioni speciali per il SIOS (il controspionaggio dell’aeronautica militare) ed effettuava misure elettroniche in Adriatico contro la rete radar jugoslava. Fonti giornalistiche attestano che l’aereo, registrato con la matricola MM61832, fosse stato usato anche da Gladio per trasferire uomini al Centro Addestramento Guastatori di Capo Marrargiu, in Sardegna e per trasportare le armi dei NASCO, i depositi segreti dei “gladiatori”. Servì inoltre per riportare in Libia un gruppo di terroristi arabi accusati di progettare un attentato alle linee aeree israeliane in Italia, operazione favorita dal ministro degli Esteri Moro.

Nella continuazione dei fatti inerenti la Loggia P2 vi è una riunione della quale è interessante fare menzione. Fu quella tenuta il 29 dicembre ’72 presso l’Hotel Baglioni di Firenze dallo Stato maggiore della Loggia. Dal verbale agli atti della Commissione Anselmi si evidenzia un’intensa attività, la previsione di una articolazione in “gruppi di lavoro atti a seguire situazioni e problemi attinenti alle varie discipline di interessi”, la proposta dell’invio “ad alcuni fratelli di una lettera in cui si chiede di voler fornire quelle notizie di cui possano venire a conoscenza e la cui diffusione ritengano possa tornare utile…”.  Le notizie raccolte, previo esame di un non precisato “comitato di esperti” dovrebbero essere poi passate all’agenzia di stampa O.P.

Un’altra circostanza di estremo interesse al fine di valutare il clima politico della Loggia in questa sua fase organizzativa, e la natura dell’attività condotta da Licio Gelli, è la riunione tenuta presso villa Wanda nel 1973. Partecipano a tale riunione il generale Palumbo, comandante la divisione carabinieri Pastrengo di Milano, membro della P2 dal 1968; il suo aiutante colonnello Calabrese; il generale Picchiotti, comandante la divisione carabinieri di Roma; il generale Bittoni, comandante la brigata carabinieri di Firenze: l’allora colonnello Musumeci; il dottor Carmelo Spagnuolo, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma.

Nel 1974, il 28 maggio a Brescia, una bomba nascosta in un cestino dei rifiuti in Piazza della Loggia, gremita per la manifestazione dei sindacati contro il terrorismo neofascista, provoca 8 morti e 102 feriti  L’impotenza della verità grida ancora, anche questa volta da Brescia dove, il 14 aprile 2012 a 38 anni di distanza, sono stati assolti in appello tutti gli imputati della strage. La Corte d’Assise ha assolto gli ordinovisti Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, l’estremista di destra e informatore dei Servizi Maurizio Tramonte, l’ex generale dei Carabinieri Francesco Delfino e Pino Rauti, già leader di Ordine Nuovo e del Msi, suocero di Alemanno… Nel 2012 si è chiusa, con un bilancio fallimentare, la pluridecennale stagione delle inchieste giudiziarie sulla “strategia della tensione”. Anche la strage di Brescia gode del triste primato tutto italiano: nessun condannato! Le cose sarebbero andate diversamente se i centri di controspionaggio del SID avessero fornito quelle note informative anziché occultarle fino agli anni Novanta, come confermato anche dal generale Gianadelio Maletti, un depistatore di piazza Fontana…

Il terzo imputato dell’elenco è Maurizio Tramonte. Questi frequentava la sede dell’MSI di Padova come simpatizzante di Ordine Nuovo. Tra il ’72 e il ’76 svolse anche il ruolo di informatore dei Servizi segreti, del SID diretto in quegli anni da Vito Miceli. Fu il generale del SID Gianadelio Maletti, poi condannato per depistaggio nell’inchiesta su piazza Fontana, a parlare positivamente di Tramonte.

Le mancate condanne parlano dell’inquietante esistenza di reti di solidarietà occulte, di una continuità di pratiche illegali in seno alle forze di sicurezza, pronte a scattare con “depistaggi sofisticati”, come quando s’indaga su Ustica, su piazza Fontana, sulle stragi mafiose, sulle trattative Stato-mafia… Ma soffermiamoci su Maurizio Tramonte, che, come si è visto, all’epoca dei fatti era un simpatizzante di Ordine Nuovo, non di un gruppuscolo minore, di un gruppetto …in fieri, bensì di una realtà criminale ben nota nonchè informatore del SID.

Il 23 e 25 maggio 1974, in un albergo di Abano, presente Gian Gastone Romani, un fondatore di Ordine Nuovo Veneto, si decise di compiere un grande attentato. Il ventenne Tramonte partecipò alle riunioni in cui si pianificavano gli attentati e poi riferiva al maresciallo dei Carabinieri Fulvio Felli, agente del SID, nome in codice Duca, che inviò un rapporto.

Il martedì della strage in piazza della Loggia c’erano pochi Carabinieri, in quanto molti erano a un corso di formazione, che di solito si svolgeva il sabato e il comandante del loro nucleo operativo, capitano Francesco Delfino, dal ’78 al ’87 al SISMI, si trovava in Sardegna. Delfino, tra l’altro, nell’82 fu vicino al caso Calvi, inviato a Londra come unico agente del Servizio. Ha dichiarato in un incontro segreto con Spadolini e il capo del SISMI, generale Ninetto Lugaresi, che: “Calvi si HA suicidato”. Le informative di Tramonte però rimasero nei cassetti del SISMI (il Servizio segreto militare) di Padova per 17 anni finché le trovò nel ’91 il giudice Guido Salvini.  Su questo informatore Tramonte, nome in codice Tritone, grava un ulteriore sospetto: è stato riconosciuto (col 92% di attendibilità da parte dei tecnici) in una foto scattata in piazza della Loggia pochi minuti prima dell’esplosione.

Se i carabinieri di Padova avessero fornito le copie in loro possesso… Se la stazione del controspionaggio, sempre di Padova, non avesse distrutto oltre ai documenti anche i registri, che potevano lasciare traccia… Nella sentenza i giudici di Brescia hanno scritto che negli anni ’90 tutti i documenti conservati presso il centro del controspionaggio di Padova, compresi i libri di protocollo, che per legge dovevano essere conservati, sono stati distrutti. Un fatto gravissimo e nella sentenza è invece riportato così, come una semplice constatazione, senza andare più a fondo…, in realtà una parte di Stato ha lavorato sistematicamente per coprire prima i bombaroli fascisti, che alimentavano la tensione, poi per proteggere se stessa.

Chi comandava a quel tempo il Centro informazioni militari di Padova?  Il tenente colonnello Manlio Del Gaudio…tessera P2 117. Del Gaudio per sei anni è stato quindi il comandante del gruppo Carabinieri di Padova, la città in cui è nata la strategia eversiva del terrorismo nero con potenti coperture a livello istituzionale, proprio quando a Padova agivano Franco Freda, Massimiliano Fachini, Roberto Rinani e molti altri. Quel colonnello dell’Arma, che non ricordava bene o non sapeva rispondere. Tanto che il giudice istruttore di Venezia Felice Casson nel 1987, lo ha arrestato, spiccando nei suoi confronti un mandato di arresto per reticenza, nell’ambito del processo riguardante le attività delle organizzazioni neofasciste nel Veneto e sui molti attentati compiuti e rivendicati nella regione, ma di cui gli inquirenti non sono mai riusciti a scoprire gli autori. L’ufficiale dell’Arma è stato poi sentito anche dalla Commissione parlamentare sulla P2, quella presieduta da Tina Anselmi, in quanto risultava tra gli iscritti alla Loggia. Aveva ammesso l’iscrizione, ma aveva affermato di essere finito in quella lista inconsapevolmente, senza averlo mai chiesto. Un antico caso di fatti avvenuti a propria insaputa… A differenza di alti ufficiali delle Forze armate italiane iscritti alla P2, Del Gaudio è rimasto in servizio e in seguito ha ricoperto incarichi importanti al ministero degli Interni e in quello delle Finanze.

(3.continua)

Bruno Maran

Leggi la prima e la seconda puntata della storia della P2

Leave a comment

*