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_65475104_konza464(1)Nairobi, tragicamente balzata di recente su tutte le prime pagine dei giornali, notiziari TV e siti d’informazione, non è solo un centro di snodo turistico per safari e vacanze su spiaggie bianche e incontaminate. Negli ultimi anni, qui si è sviluppata la cosiddetta Silicon Savannah, la versione africana della Silicon Valley statunitense, il primo centro regionale per la promozione e lo sviluppo d’innovazioni, soprattutto in campo tecnologico e informatico.

Il suo fulcro si chiama iHub ed è un punto di riferimento globale, il primo nel suo genere in Africa nonché la realtà che ha ispirato un movimento di giovani africani a ideare e sviluppare tecnologie per il mercato locale.

I risultati sono già notevoli, basti pensare alle piattaforme per il trasferimento di denaro via telefono come mPesa, che hanno portato milioni di africani nel mondo dei pagamenti elettronici senza bisogno di banche, bancomat e carte di credito. O a M-Farm, la piattaforma che aggiorna contadini sul prezzo di mercato dei loro prodotti in maniera che possano ottenere un prezzo reale e non essere vittima di intermediari, accordandosi fra di loro per trovare un acquirente comune e ottenere un prezzo migliore.

Questi successi hanno anche attirato l’attenzione dei giganti dell’informatica come Google e Microsoft, che sempre più spesso inseriscono nei loro viaggi d’affari anche una visita alla Silicon Savannah. Il segreto? Le 3 “C”: comunità, connettività e… caffeina. Creare una comunità innovativa richiede innanzitutto giovani formati e di talento, a  volte da assumere offrendo loro quote della società per cui lavoreranno.

In secondo luogo, i talenti hanno bisogno di un ambiente che li supporti e li guidi, e la guida spesso viene da keniani ritornati dopo esperienze negli Stati Uniti – magari dopo aver lavorato nella Silicon Valley – i quali offrono anche modelli di successo da imitare e, possibilmente, da migliorare.

La connettività si basa su una rete solida e affidabile, un mercato della tecnologia cellulare ormai consolidato. Oltre a questo, servono anche legami commerciali internazionali con i vicini in Tanzania, Rwanda, Uganda e l’emergente Sud Sudan, ma anche con India e Stati Uniti.

Infine, la caffeina: il riferimento è a Pete’s Coffee, il bar che con i suoi caffè ha dato la sveglia alla rivoluzione tecnologica keniana, luogo d’incontro dove nascono nuove idee.

L’Italia non ha nulla da invidiare riguardo all’ ultima delle 3 “C”, riguardo alle altre 2 la situazione è meno rosea nel Bel Paese, soprattutto perché i nostri migliori talenti, una volta all’estero, raramente tornano.

Stefano Battain

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