Porta Aperta Rubriche Varie 03 luglio 2012

La Slovenia dichiarò la sua indipendenza il 25 giugno 1991. Una data che è passata sottotraccia l’anno scorso che ricorreva il ventennale, figuriamoci quest’anno. Questa data invece è importantissima per comprendere quanto è accaduto nei giorni scorsi a seguito di una sentenza della Corte Suprema europea. Com’ è spesso accaduto in Slovenia anche quest’anno la festa nazionale si è trasformata in un terreno di scontro in cui si continua a combattere una vera e propria “guerra culturale” tra “rossi” e “bianchi”, ovvero tra chi durante la Seconda guerra mondiale scelse il movimento partigiano e chi invece optò per il collaborazionismo.  Durante la celebrazione di quest’anno in più il governo di centro destra ha esplicitamente vietato l’esibizione delle bandiere partigiane usate durante la Resistenza. E’ stato vietato alla SUBNOR, l’associazione degli ex-partigiani, di partecipare alla manifestazione. Hanno trovato spazio soltanto i simboli dello Stato e delle associazioni di veterani della guerra del 1991, escludendo i simboli legati al periodo del comunismo di Tito. Le misure antipartigiane hanno scatenato l’opposizione slovena: il partito del centro-sinistra ha affermato che si tratta di un tentativo di creare ulteriori divisioni nella popolazione slovena. Anche la Chiesa Cattolica si è schierata con il premier Janša attraverso il cardinale Franc Rode: “Dobbiamo chiederci chi sia il vero responsabile della creazione di queste divisioni interne alla Slovenia. La verità è che l’unico colpevole è il Partito Comunista Jugoslavo. La guerra del 1991 fu combattuta proprio contro chi, quelle stelle rosse, le utilizzava ancora”. In passato, la polemica è stata accesa e molto spesso le diverse componenti politiche del paese hanno celebrato in tempi e luoghi separati.

Pirano, Slovenia, 1992. Un uomo svolta l’angolo sulla via di casa e vede dei poliziotti che gettano in strada le sue cose. Nato da genitori sloveni e cresciuto a Pirano, Milan Makuc si sente sloveno, ma per il nuovo stato indipendente è «solo jugoslavo». A sua insaputa, è stato cancellato dai registri di residenza permanente della Repubblica, perdendo tutto: casa, lavoro, assistenza sanitaria… Dall’appartamento, passa a una panchina del cortile. Sopravviverà grazie al buon cuore di qualche ex-concittadino. Più tardi portava i segni di quattordici anni di «cancellazione»: un tumore gli mangiava il volto, nessun ospedale disponibile a curarlo. Dovettero farlo, quando sul tavolo della Corte di Strasburgo arrivò un fascicolo intitolato: «Milan Makuc e 10 altri c. Slovenia». Non era stato facile convincere Milan, temeva per la propria vita. «Sai, attraverso la strada, arriva una macchina, nessuno si accorgerà di niente…». Infine si decise, affidandosi all’ombrello della giustizia europea.

Di lui scrisse Paolo Rumiz: “Milan è un sans papier fortunato… Per Natale ha avuto un tetto, dopo dodici anni di vita nei cartoni. Una stanza di due metri per tre, in fondo a un corridoio gelido, col cesso intasato, ma pur sempre una stanza. Di pomeriggio, quando tira la bora, può ficcarsi sotto una montagna di coperte e dormicchiare fino al mattino dopo, accanto a una radiolina. L´inverno è una brutta bestia; per venirne fuori sta diciotto ore a letto, ogni giorno, feste comprese. Per lui Natale e Capodanno sono giorni come gli altri; anzi, peggio degli altri. Le feste – si sa – fanno bene a chi sta bene, male a chi sta male. E Milan Makuc – celibe, anni 59, ex cameriere di bordo – sta peggio che male. Ha un cancro che gli sfigura il volto come una maschera greca e fa di lui l´icona terribile dell´insulto che ha subito. Nessuno gli crede quando racconta la sua storia. Milan non è un relitto della guerra jugoslava. Non è un bosniaco o un kosovaro in terra straniera. È uno sloveno, cancellato dall´anagrafe per aver dimenticato – nel 1992 – di re-iscriversi alla propria nazionalità dopo l’indipendenza del Paese. Per questa svista gli hanno tolto tutto: appartamento, lavoro, passaporto, diritti civili, pensione, assistenza malattie. Quindici anni fa, prima che una burocrazia fascista lo trasformasse in barbone, Milan era uno stimato cittadino di Pirano. Oggi è un clandestino in patria. Per anni ha dormito sulle panchine del suo quartiere e ha vissuto della carità dei vicini. E per anni non ha trovato medici che lo curassero, finché il cancro è diventato un cavolfiore”.

La vicenda dei cancellati del 1992 è veramente incredibile. Non furono ne espulsi, nè considerati “persona non grata”, furono semplicemente “cancellati”. Non esistevano più. Ma li escluse, sempre a loro insaputa e in flagrante violazione delle leggi, anche dalla categoria di cittadini stranieri con residenza in Slovenia. La cancellazione era ovviamente avvenuta solo a danno degli “jugoslavi” e non di altri. Le conseguenze umane di questa cancellazione furono inaudite. Migliaia furono i casi di disperazione; per fare un esempio: una “cancellata” ricoverata d’urgenza per partorire, si vide negato il figlio neonato perché la sua assicurazione sanitaria era stata cancellata con lei. Non avendo soldi con cui pagare il parto, il bambino rimase in ospedale come “ostaggio”.

Nel 1999 la Corte costituzionale giudicò la “cancellazione” della residenza avvenuto nel ‘92 ad opera del Ministero degli Interni, come anticostituzionale e illegale. Tale decisione fu ribadita ulteriormente nel 2003, quando la stessa Corte decretò l’ obbligo del riconoscimento retroattivo dei diritti alienati, ma il governo sloveno passò sopra alle sentenze della sua Corte costituzionale!

Martedì scorso finalmente, dopo azioni legali sostenute anche da associazioni italiane, la Corte europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha emesso una sentenza davvero storica. La Corte ha ritenuto lo Stato sloveno colpevole di alcune gravissime violazioni dei diritti umani. La Corte ha accolto le argomentazioni dei ricorrenti, un campione assai ridotto, ma significativo, delle decine di migliaia di cittadini, che furono illegalmente privati della «residenza permanente» nel ’92. Un’operazione di pulizia etnica in guanti bianchi, portata a termine davanti ai terminali dei computer del Ministero degli Interni sloveno e passata per anni inosservata nonostante gli effetti devastanti su migliaia di famiglie (l’ultima stima governativa ammette la “cancellazione” di 25.671 persone). In Slovenia, pressoché segretamente, decine di migliaia di cittadini erano stati trasformati in morti viventi, uomini senza diritti.  Un bel giorno erano fermati dalla polizia, o entravano in un ufficio per rinnovare un documento. “Ci porti anche il passaporto…”. Lo bucavano sotto i loro occhi, con un’apposita foratrice di metallo. Le istituzioni europee fingevano di non vedere, compresi i nostri campioni, Romano Prodi e Riccardo Illy. Non c’era avvocato, in Slovenia, disposto a difendere i “cancellati”. Fu dopo il primo articolo di denuncia di Tommaso Di Francesco sul Manifesto del maggio 2004 che di fatto si aprì la campagna per la restituzione dei diritti civili a questi cittadini..

Alcuni non ce l’hanno fatta a vedere il successo del loro ricorso e riprendere una dignità completa tra gli umani. Tra quelli che non ce l’hanno fatta c’è Velimir Dabetič. Nato a Capodistria nel ’69, era in Italia per lavoro e dopo la «cancellazione» non è più potuto rientrare nel suo paese. Da dieci anni si aggirava per la riviera romagnola, facendo il saltimbanco con due “collaboratori”in regola, in quanto iscritti… all’anagrafe canina, ma Velimir non aveva documenti. Ogni tanto i poliziotti lo fermavano, lo tenevano dentro per un po’, poi lo mollavano. Un paio d’anni fa gli fu notificato un decreto di espulsione verso… la Romania. Non che l’Italia brilli in nel campo dei diritti umani…

La Corte di Strasburgo aveva atteso quattro anni, prima di dar ragione a Velimir, nel 2010, mal’altro giorno ci ha ripensato. A vent’anni e quattro mesi esatti dal 26 febbraio ’92, ha deciso che Velimir Dabetic, apolide e senza mezzi di sussistenza, deve restare “cancellato” a vita. Nemmeno Milan Makuc godrà i benefici della sentenza, è diventato un sans papier meno fortunato. Fu trovato morto qualche anno fa, nella misera stanza che gli aveva concesso la municipalità di Pirano. Il suo corpo fu cremato a tempo di record, senza informare i familiari, come accade spesso anche in Italia, fra rom e clandestini – i nostri “cancellati”…

A proposito, dice Bozidar Stanisić: “Una storia drammatica, che non cancella molti interrogativi etici. La sentenza della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha messo fine alla vicenda dei cancellati: il governo sloveno è condannato per la violazione dei diritti dei cittadini della ex Jugoslavia che, nel 1991, nella Slovenia indipendente, erano stati cancellati dai registri dei residenti  e avevano perso qualsiasi status giuridico”.

Oggi, la Slovenia dice che non ha i soldi per risarcire tutti quei suoi abitanti, oltre 25 mila persone originarie delle altre ex repubbliche jugoslave, alle quali in quel 1991, tolse la residenza proclamandoli ”stranieri”, meglio conosciuti come ”cancellati”. Lo ha affermato il primo ministro sloveno, Janez Janša, commentando il verdetto della Corte di Strasburgo, che mercoledì ha condannato la Slovenia per discriminazione. ”Lo Stato non ha soldi neanche per le spese strettamente necessarie”, ha aggiunto il premier sloveno.

Secondo Amnesty International, dei 25 mila ”cancellati” nel 1991 dal registro degli abitanti della Slovenia, ”ancora 13 mila sono privi di un qualunque status e vivono in condizioni sociali e materiali precarie”.

Alcuni esperti hanno calcolato che gli indennizzi potrebbero costare allo Stato sloveno circa 500 milioni di euro. Il timore del costo dei risarcimenti era risultato cruciale anche al referendum tenutosi nel 2004, quando i cittadini sloveni respinsero una legge che prevedeva la restituzione ai ”cancellati”, perlopiù bosniaci, serbi e kosovari, di alcuni diritti sociali derivanti dalla residenza. Tutto ciò nella cattolicissima Slovenia, tanto attenta ai simboli ex comunisti o partigiani, ma poco disposta a riconoscere le proprie colpe per crimini contro suoi cittadini. Da martedì scorso la “cancellazione” è ufficialmente riconosciuta come un crimine contro i diritti umani e anche la Chiesa slovena, che ha grande influenza sul governo, dovrà tenerne conto nella sua ambigua politica sociale. O è troppo impegnata nella campagna per farsi restituire i bei sottrattigli dal regime comunista?

A proposito, qualcuno qui in Veneto, ha detto: ”Difficile non riflettere su quanto accaduto in Slovenia dato quel che potrebbe accadere in Veneto, Lombardia, Piemonte… nelle terre padane insomma…”.

Bruno Maran





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