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Nuovo appuntamento con la rubrica settimanale a firma di Giuseppe Acconcia – autore per Infinito edizioni del libro dal titolo “La primavera egiziana” – a commento delle elezioni presidenziali egiziane. Si tratta di elezioni delicatissime e storiche che abbiamo deciso di seguire con la massima attenzione grazie alla conoscenza e alla grande sensibilità giornalistica di Acconcia, che ha seguito da piazza Tahrir la primavera egiziana rischiando in prima persona. ©Infinito edizioni 2012

Mohammed Morsi è il nuovo presidente egiziano. Piazza Tahrir è esplosa alla notizia. Da cinque giorni fratelli musulmani e salafiti occupavano la piazza. E continueranno a rimanere per strada finché non verrà ritirata la dichiarazione costituzionale complementare resa nota dal Consiglio supremo delle forze armate che limita i poteri del presidente.

I laser degli ultras dell’Ahly si sono improvvisamente moltiplicati in un gioco di luci psichedeliche che hanno illuminato i palazzi di piazza Tahrir. Mentre la folla si muoveva senza traiettorie precise o slogan definiti, come stordita. Un’attesa durata otto giorni si è conclusa con la vittoria con il 51,7% dei voti del candidato di Libertà e giustizia. Quando Farouk Sultan dalla Commissione elettorale ha annunciato che l’Egitto avrebbe potuto festeggiare il nuovo presidente, questa folla, senza forma e senza guida, ha trovato all’improvviso il suo leader. Non più un nome qualsiasi, ma l’uomo di partito, un professore universitario con tanto di dottorato negli Stati uniti e due figli con passaporto americano.Un presidente che ha conosciuto la prigione per la repressione del suo predecessore. Ma è Hosni Mubarak a essere ora in prigione.

Il presidente, che avrebbe dovuto essere tra i poveri, tra gli shaykh, tra gli uomini di fede che lo hanno eletto, ha parlato dagli altoparlanti dall’ufficio della Fratellanza musulmana nel ricco quartiere di Moqattam. La polizia che lo aveva arrestato deve ora proteggerlo. “Sarò il presidente di tutti gli egiziani: uomini e donne, musulmani e cristiani”. Si sono sentite queste parole con accento di Sharqeya da un piccolo altoparlante che vibrava sul cofano di una macchina. Decine di uomini e donne si sono raccolti intorno alla vettura. E nessuno è andato via deluso, anzi sembravano quasi commossi, quando Morsi ha concluso recitando versi del Corano. D’altra parte, Shafiq ha perso per 900 mila voti. Ed è così inusuale che il Paese manifesti lo scontro nello spazio pubblico che non sono mancati svenimenti e sparatorie. Ad Assiout, due persone sono morte dopo un diverbio verbale. Mentre piazza Tahrir ha contato un morto e cinquanta feriti.

Ma i festeggiamenti hanno lasciato presto spazio alla politica. Il primo ministro Kamal al-Ghanzouri si è dimesso lunedì. Sono continuate le consultazioni per la formazione del nuovo governo. El-Baradei è stato a colloquio con i militari e potrebbe essere il nuovo primo ministro. Ma ministeri chiave, dalla giustizia agli esteri, dalla difesa agli interni, potrebbero non andare a esponenti della fratellanza. I nodi del nuovo presidente, dallo scioglimento del parlamento, ai poteri presidenziali, fino alla composizione del nuovo governo dovranno essere sciolti uno dopo l’altro nelle prossime ore. Intanto la foto di Morsi campeggia sulle gru di piazza Tahrir, la semiotica del potere ha cambiato volto.

Dal Cairo, Giuseppe Acconcia

(“La primavera egiziana”, Infinito edizioni, 2012, pagg. 157, € 13,00)

http://stradedellest.blogspot.co.uk/

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