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Spesso si pensa all’Africa come a un paese unico, non come a un continente. E invece le differenze al suo interno, e all’interno degli stessi stati, sono immense. Sono tanti volti, tanti (e molti più) quanti quelli oggi presenti al cinema Apollo di Ferrara all’incontro “Questo è solo l’inizio” all’interno del Festival di Internazionale. Scrittori e artisti africani che testimoniano il rinascimento africano. “Faccio un esempio – dice Igiaba Scego, scrittrice italo somala che ha introdotto l’incontro -. Incrocio senegalesi a Roma che mi chiedono se c’è ancora la guerra in Somalia. Ci sono nigeriani che conoscono a memoria Parigi, ma che non sanno nulla di Capo Verde.  Quanto gli africani conoscono gli altri africani?”.

Io non mi sento né africana né svedese – dice Catherine Anyango artista svedese-keniano -. Vorrei fare un esperimento: che abbandonassimo i nostri sentimenti a riguardo della storia e ci pensassimo come appartenenti a un mondo unico”.

Un'opera di Paul Sika

Anche se è un errore dire che l’Africaè un paese, vorrei che fosse un paese – risponde Paul Sika, fotografo della Costa d’Avorio, il cui lavoro si ispira a Matrix -. E vorrei che fosse donna: vorrei una presidente degli Stati Uniti d’Africa.  Che tipo di Africa ritraggo? Un’Africa che vorrei unita, un’Africa che comprenda che vi sono tante afriche quante sono quelle persone che percepiscono quella cosa che chiamiamo Africa. Mentre crescevo mi interessavo sempre di più all’essenza delle cose che volevo fare. Ovvero raggiungere la perfezione: nella materia e nell’anima. In questa ricerca credo che l’Africa sia diventata un contesto: un punto di partenza in un viaggio verso un punto finale di destinazione. L’Africa è sia buona che cattiva. E’ il contesto ma è anche il sogno africano. Quello che mi interessa è la perfezione: lì sarò libero da ogni confine”.

Il discorso, partito da cultura e scrittura, scivola inevitabilmente sulla politica: “Ieri ho assistito all’incontro sull’Egitto – dice lo scrittore nigeriano Igoni Barret -. Prima o poi arriveremo anche noi a quel punto. La gente si stancherà e scenderà in strada per rivoltarsi. Le cose stanno migliorando, le democrazie avanzano. Ma ci vuole tempo”.

Dal pubblico uno spettatore domanda: “Pensate di aver bisogno di un aiuto, e sotto quali forme?”. Scoppiano tutti a ridere….Non ditelo a monsieur Sarkozy, per favore. Quando l’Occidente vuole darci aiuto, vista la Libia, ci preoccupiamo sempre moltissimo“. E’ un’Africa che non vuole più una colonizzazione solidale (europea o cinese che sia), vuole trovare la sua strada, costruire il suo futuro. “L’approccio del salvatore che arriva come un ufo e ci salva è vergognoso – dice Ivonne Owuor, scrittrice keniana -. E’ un approccio che non funziona più. Noi possiamo dare molto aiuto a voi: presto sarà necessario studiare il mandarino, se volete posso darvi una mano…”.

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