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Le alture del Golan: in esplorazione lungo la frontiera

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Strana terra, il Golan. A prima vista sembra un piccolo paradiso terrestre, un fazzoletto di terra incontaminato, con le sue praterie verdi, le sue montagne boscose e i suoi torrenti argentati. I centri abitati sono pochi e sparsi, la presenza dell’uomo a prima vista è molto ridotta, e ci si sente subito a contatto con la natura.

Non è sempre stato così però.  Prima della guerra del 1967, la regione era molto più popolata di adesso, e vi sorgevano quasi un centinaio di villaggi siriani. Durante la guerra dei sei giorni, la maggior parte della popolazione fuggì dai combattimenti o venne espulsa dall’esercito israeliano, e circa 100,000 persone perdettero le loro case e si ritrovarono sfollate nelle zone interne della Siria. Rimasero soltanto gli abitanti di sei villaggi nel nord dell’altipiano, circa 7,000 persone, diventate al giorno d’oggi circa 20,000 con la loro discendenza. Israele non permise il rientro degli sfollati alla fine delle ostilità, e distrusse metodicamente tutti i villaggi abbandonati, cancellando il più possibile le tracce degli insediamenti precedenti e riassegnando una gran parte delle terre a dei coloni israeliani. Le migliori vigne e i più bei frutteti del Golan sono oggi in mano loro.

Il governo siriano dal canto suo non ha reso la vita più facile per gli abitanti del Golan. Pur considerandoli sempre come cittadini siriani, gli ha impedito di trasferirsi a vivere in altre zone della Siria, per paura che i piccoli villaggi rimasti poco a poco si svuotassero e morissero di emigrazione, lasciando il Golan senza più popolazione autoctona e facendone quindi una facile preda delle mire espansionistiche israeliane. Per esempio i giovani del Golan hanno il diritto di studiare all’università di Damasco gratuitamente, con una borsa speciale del governo; ma dopo la laurea sono obbligati a rientrare nel Golan per mettere a frutto le competenze acquisite nel loro territorio d’origine.

Strana terra, il Golan. Terra di frontiera. Ma la frontiera dov’è? Quella ufficiale, riconosciuta internazionalmente, è giù in fondo alla valle: taglia in due il lago di Tiberiade e risale il corso superiore del fiume Giordano fino al confine col Libano. Secondo questa linea, tutte le alture del Golan sono dal lato siriano. Questa frontiera però è invisibile, non ci sono né cartelli né indicazioni a mostrarla. La frontiera visibile è invece la linea del cessate il fuoco, negoziata alla fine della guerra dello Yom Kippur (1973) e sorvegliata dalle Nazioni Unite. Questa frontiera divide la parte occidentale del Golan, sotto occupazione israeliana, dal suo lato orientale ancora sotto controllo siriano.

Mi aspettavo di trovare un’alta catena montuosa, con una recinzione divisoria sul crinale e postazioni militari sulle sue cime; mi ero immaginato una vera barriera geografica, uno sbarramento fisico e solido per separare questi due paesi così nemici. Niente di tutto questo. La frontiera è una semplice recinzione metallica: corre al centro dell’altopiano del Golan, e si snoda lungo le sue dolci ondulazioni, senza porre alcun ostacolo alla vista. A Majdal as-Shams sfiora le ultime case del villaggio, mentre più a sud corre in aperta campagna. Subito dietro di lei, si vedono chiaramente alcune cittadine siriane e le loro campagne, talmente vicine che le si potrebbe raggiungere a piedi con una breve passeggiata. La separazione quasi non si percepisce; e verrebbe voglia davvero di attraversare il posto di frontiera, e prendere il primo autobus per arrivare a Damasco in meno di due ore. Deve essere terribile per gli arabi del Golan vedere il resto del loro paese giusto lì dietro, a pochi metri e in piena vista, ma senza poterci quasi mai andare.

Lungo la recinzione esploriamo due vecchi bunker dell’esercito siriano, un edificio amministrativo in rovina, vari punti di osservazione, e un gruppo di case siriane distrutte e abbandonate. Giusto dall’altro lato, disperse tra la boscaglia, si vedono le macerie della vecchia Quneitra, la principale città siriana del Golan prima del 1967, occupata e distrutta dagli israeliani prima della loro ritirata. Il governo siriano l’ha lasciata in rovine per poterla mostrare al suo popolo come esempio della “barbarie israeliana”, e ci organizza regolarmente delle visite di propaganda. Il governo israeliano dal canto suo ha installato delle audio guide che lodano le virtù dell’agricoltura israeliana nelle terre occupate ed il coraggio e la buona volontà del suo esercito. I prati del Golan in primavera vestono una tunica verde smeraldo, si bagnano nei ruscelli del disgelo e si ricoprono di fiori colorati; ma gli uomini da un lato e dall’altro continuano ancora a seminare incomprensione, odio e rancore.

Segui questi link per leggere altri racconti sul mio viaggio in Golan e sull’ospitalità dei drusi siriani e per vedere la mia piccola galleria di foto.

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