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Le condizioni di vita in una segheria della foresta equatoriale

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Ieri sera ho conosciuto uno dei fratelli di mia moglie. Ad un certo punto siamo rimasti soli e abbiamo fatto quattro chiacchiere. Mi incuriosiva in particolare il suo lavoro.

Lavora nella foresta equatoriale, geograficamente a est-sud-est rispetto a Yaounde, a circa 500km da qui (Yaounde), 120km a sud di Bertoua, che è il capoluogo della provincia dell’Est. La segheria, di proprietà francese, si trova nel nulla più nulla della foresta, lungo una pista che a sud porta in Gabon e in Repubblica Centrafricana. La mia curiosità era dovuta al fatto che mi piacerebbe una volta prendere la macchina ed andare fino laggiù. Sono distanze “astronomiche” per noi abituati ad autostrade o treni ad alta velocità. Per coprirla forse ci vogliono 2 giorni, sempre che non piova…

La foresta equatoriale si estende tra Camerun, Gabon, Guinea equatoriale, ad est in Repubblica Centrafricana e più a sud in Congo. E’ il secondo “polmone” mondiale, dopo l’Amazzonia, e come questa da un lato è in gran parte allo stato di incontaminazione primordiale, dall’altro è oggetto di sfruttamento da parte delle compagnie che commerciano il legno. Più o meno da quelle parti vive anche una popolazione particolare, i Pigmei, in parte ancora allo stato di società che vive sulla caccia e sulla raccolta. La strada che taglia la foresta è in realtà una pista di argilla rossa non asfaltata, che sotto il sole è dura come il cemento armato, ma che sotto la pioggia diventa piena di buche che i pesanti camion che trasportano il legno (le bois) inevitabilmente causano. Buche a volte profonde anche mezzo metro. Non a caso, mi dice il fratello di mia moglie, quando piove la strada viene chiusa completamente, proprio per evitare la formazione di buche. Così, centinaia di km.

Questa visione un po’ letteraria del luogo si “colora” di una realtà ben diversa.

Mi racconta le condizioni di lavoro. Ci sono tre squadre, una lavora nella foresta e taglia gli alberi (trattano circa 50 tipi diversi di legno), le altre due, in una delle quali lavora lui, operano in segheria. Da come me la racconta, la segheria è come una base sulla luna: non c’è niente a parte la segheria stessa. I lavoratori hanno a disposizione un alloggio. Non c’è un bar né una mensa. A fine turno, e i turni vanno dalle 6 alle 15 (con 10′ di pausa per mangiare qualcosa), e dalle 15 alle 24 (a settimane alterne), l’unica cosa che puoi fare è chiuderti nell’alloggio e riposare. Non solo perché sei morto. Ma perché stare fuori è impossibile. La foresta è un ambiente non “a misura d’uomo”. Una marea di insetti di ogni tipo assale chiunque ci si avventuri. Gli unici due posti dove non entrano gli insetti sono in segheria (per il calore delle macchine, che quindi deve essere infernale visto che già fa abbastanza caldo ed è anche molto umido) oppure negli alloggi, dove fortunatamente ci sono le zanzariere. Se vuoi stare fuori qualche minuto devi accendere un fuoco e coprirti fino ai polsi, tutta la testa, fino ai piedi calze comprese. Per resistere qualche minuto comunque, non di più. Gli insetti provocano spesso malattie. La segheria ha un ambulatorio medico ma, dice, se ti ammali non ti pagano la malattia e ti fanno pagare i farmaci. Il salario di base è minimo, quasi nullo, ed il guadagno si basa sopratutto sui periodi nei quali la produzione è massima. Il che non accade sempre perché per esempio durante la stagione delle piogge, da fine maggio a ottobre, le condizioni sono in generale proibitive per i camion e per la squadra che lavora nella foresta.

Mi racconta che qualche tempo fa’ hanno fatto uno sciopero duro, cioè zero produzione per alcuni giorni. Il Governo si è impegnato a mediare coi francesi, ma ad oggi non se n’è saputo nulla. Si capisce la sofferenza ma al tempo stesso c’è molta semplicità e dignità quando, ridendo, mi dice: “comme ca c’est l’esclavage…”. Non credo ci sia bisogno di traduzione.

Una sessantina di km più a sud c’è un’altra compagnia, stavolta sono italiani. Lì, per quello che ne sa lui, è dura come dove lavora lui, ma le condizioni sono un po’ più umane. La compagnia paga i giorni di malattia e cura a proprie spese i lavoratori che si ammalano. Mi dice, concludendo, che oramai sono 3 anni che lavora lì, adesso si trova a Yaounde perché un mese all’anno la segheria chiude. Tra pochi giorni farà ritorno, riaprono il 14 aprile. Dice che in questi anni non ha messo via nulla, e ribadisce il concetto: è solo per la sussistenza, ma così non ha senso. Penso che la vita media qui è poco sopra i 54 anni, e penso che vivere così sia davvero terribile. Quando se ne va mi dice che il suo progetto è di andare a lavorare per gli italiani.

Resto col suo sorriso impresso negli occhi e nel cuore

Paolo Guiotto

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