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Lettera d'amore alla biondina della metro

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Carissima adorata,

maestrina dalla penna rossa dei miei viaggi sotterranei, Virgilia mia guida nel purgatorio prelavorativo, due anni sono passati ormai, centoquattro settimane a contarle sai?, da quando ogni mattino ti ritrovo seduta a me di fronte, di fianco, dall’altro capo del primo vagone dell’Hainault via Newbury Park delle 6:55. Due anni, cinquecentoventi giorni feriali, a guardare impaziente i passeggeri che salgono a Tottenham Court, poi tirare un sospiro di sollievo nello scorgere i tuoi corti capelli biondissimi, tra i crani nodosi dei muratori di Stratford, maledette Olimpiadi.

Eccoci a sfogliare il giornalino gratuito, che l’è gratuito sì, ma meglio del Sun di gran lunga, poi sbirciare come scoiattoli, incrociare gli sguardi per un secondo forse due, poi ancora pudicamente abbassarli. Un povero ignaro potrebbe leggere del fastidio nei tuoi grandi occhi, colore del cielo che a Londra non riesci a vedere mai, un perchè non la smetti di fissarmi maniaco mal rasato ma io lo so che non è questo il motivo delle tue espressioni, bensì le maledette quanto opprimenti convenzioni sociali che vogliono una ragazza per bene – e quanto lo devi essere – mostrarsi timida e restìa di fronte al veneto fascino di un quasi giovane assonnato.

Ragazza poi, mi sa che i trentanni li abbiamo passati assieme, eh? Da poco ma di certo, e devo confessarti davvero apprezzo i tuoi immagino immani sforzi nel cercare di mantenere un fisico entro i limiti della decenza, arginare l’alluvione lipidica che invece investe spietata le chiappe delle tue compatriote sulla soglia del quarto decennio. So lo fai per me – e ne sono onorato – per darmi in quei tre quarti d’ora di comune tragitto di che squadrare e mentalmente stringere forte tra le braccia. Quanti teneri momenti mi hai donato, quanti sogni, a volte sai avrei voluto frangere le barriere del silenzio e parlarti così, di punto in bianco, dopo tutto questo tempo di imposta freddezza, magari commentare quel telefono spaziale con cui giochicchi ogni tanto, chiedertene il modello, la marca, i vantaggi competitivi in termini di prestazioni, funzionalità e facilità d’uso, come quel ragazzotto indiano quella volta ed il suo patetico tentativo di approccio con la contabile del West Ruislip delle 17:23. Ma no, non è cosa da farsi, come potrei io turbare il grande universo pendolare, la sua pace e le sue immutabili regole, e non essere in apprensione dunque, perchè non per questo mi rivolgo a te.

Ti scrivo questa mia infatti non certo perchè abbia finalmente deciso di compiere il grande passo e attraversare il fiume dell’educata indifferenza che ci separa, sia mai, ma perchè da quando hanno chiuso il binario della Northern a Tottenham, al mio fianco è un sedile vuoto, cioè, occupato dalla mia giacca, nella tenue speranza di vederti salire ancora e condividere con me lunghi dolcissimi silenzi. Guarda, mi sono pure informato, basta prendere il treno che arriva a Goodge Street alle 7:06, poi camminare fino al solito interscambio, sono solo dieci minuti a piedi, fanno pure bene alla salute, e la coincidenza è perfetta. In alternativa, potresti cambiare a Camden per il ramo che passa da King’s Cross e raggiungermi a Bank, avremmo dieci minuti in meno per noi, ma sarebbe bello lo stesso. Te ne prego mia adorata, il tuo posto è qui ad aspettarti, non indugiare oltre: i muratori in piedi cominciano a farsi sempre più minacciosi.

Tuo per sempre dal lunedì al venerdì,

D.

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