Serve una casa per Altin il bambino kosovaro malato

Redazione - 1 gennaio 2011

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Redazione - 1 gennaio 2011

Libano 2009

Redazione - 1 gennaio 2011
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Tibnin (Sud del Libano) – Beirut, la nuova primavera di Beirut, le luci scintillanti della vita notturna, le discoteche e il lusso della rinascita libanese, la vedono e la vivono solo di passaggio. Al rientro dalla licenza magari. Loro, i 2.400 soldati italiani del contingente Unifil, vivono una realtà ben diversa. Una realtà chiusa in una lingua di terra grande poco meno di una media provincia italiana dove la quotidianità viene scandita da pattugliamenti, convogli blindati, attività di sminamento e ricostruzione. Quasi un mondo parallelo, un Libano nel Libano, al di sotto della linea del Litani, a fare da cuscinetto tra il Libano dei miracoli e la forza di Israele. Lì dove prima del loro arrivo la polizia libanese non si era nemmeno mai spinta.
Il loro compito, ormai a 31 anni dall’arrivo della prima missione Onu nell’area, è quello di riportare la zona sotto il controllo dell’esercito libanese “neutralizzando” le milizie di Hezbollah e il via vai di armi che ha sempre contraddistinto la zona. E ci stanno riuscendo scoprendo arsenali di armi e aiutando anche questa parte del paese, tre anni fa distrutta dall’invasione israeliana, a ripartire. Nonostante l’impasse istituzionale che avvolge Beirut. Nonostante le sassaiole e l’ostilità di quella parte di libanesi che del flusso di armi e denaro lungo l’asse Iran-Siria-Libano aveva fatto una professione. Anche gli ultimi episodi, come il lancio di razzi dell’11 settembre, non sembrano preoccupare troppo il generale Claudio Graziano, da tre anni Force Commander della missione. “L’obiettivo finale del nostro mandato, l’end state – spiega – potrà essere dichiarato raggiunto solo quando il “cessate il fuoco” imposto diventerà una vera cessazione delle ostilità e tutto potrà essere riconsegnato in mano alle autorità libanesi”. “Ma se ve lo state chiedendo – si affretta ad aggiungere con un sorriso di circostanza – non sono proprio in grado di dirvi quanto tempo ancora ci vorrà”.

Tra l’oggi, pacifico nella sua precarietà, e il domani definitivamente riappacificato dovrà trovare spazio la soluzione al “problema” Hezbollah e l’affermazione delle Laf (l’esercito libanese). Un domani minato dai campi profughi palestinesi, un buco nero dove le cellule terroristiche hanno facile presa tra quasi mezzo milione di esuli cui non vengono riconosciuti né diritti né libertà nel timore che proclamarli “cittadini libanesi” alteri il delicato rapporto tra le componenti religiose che di fatto regola il Paese.
In mezzo a tutto questo 2.400 italiani ogni giorno mediano conflitti e costruiscono il futuro, sminando i campi disseminati di cluster bombs e progettando infrastrutture. Ma per quanto ancora? A fine anno scadrà il terzo mandato del force commander Claudio Graziano. Se l’Onu affiderà il comando della missione alla Spagna il governo potrebbe decidere di ridurre l’impegno ritirando una parte del contingente.
Pensieri di domani. Per il momento ci si districa nel ginepraio libanese.

La mappa religioso-politica della regione controllata da Unifil è praticamente monocromatica: una grande macchia sciita governata qui da Hezbollah, qui da Amal. I cristiani sono appena il 5% del totale: Alma Achaab è l’unico paese a maggioranza maronita del Sud Ovest del Libano. Si sente circondato, il sindaco. E lo dice apertamente. Nel 2006 l’esercito israeliano non ha certo fatto sconti ai cristiani del luogo: 150 le case colpite nei 33 giorni di guerra. “Dalla missione Onu ci aspettiamo sicurezza e opportunità di lavoro – lamenta – Unifil non ci aiuta abbastanza: forse perché non chiediamo tanto quando i vicini mussulmani”. Un misto di furbizia, ingratitudine, e calcolo politico il suo. Unifil ad Alma Achaab, coi i soldi della cooperazione Civile militare italiana, ha appena inaugurato un nuovo frantoio per il paese. “Anche se l’olio dei cristiani non viene comprato dagli islamici”, sottolinea subito il sacerdote che funge da sindaco ombra. Negli anni scorsi i militari hanno donato al paese giocattoli, attrezzature sportive, aiutato a ristrutturare strade e luoghi pubblici. Insomma hanno fatto tanto.

Esattamente lo stesso lavoro portato avanti con le municipalità a maggioranza Hezbollah. Nonostante questa da una grande parte dell’occidente sia considerata nulla più di un partito para-militare di ispirazione terroristica.
Aytaroun è uno dei paesi “martiri” della guerra dei 33 giorni: 42 morti, 205 case distrutte e altre 1.700 danneggiate. Di 18mila abitanti ne sono rimasti sono 7mila. Ora è tutto un fiorire di cantieri: sulle strade, a fianco delle gigantografie dei “martiri”, crescono enormi villone kitsch, circolano Suv e auto di lusso. “Le rimesse degli emigrati all’estero” spiega Salim Mourad, sindaco Hezbollah che nell’abbigliamento ricorda vagamante Ahmadinejad. Con lui i militari italiani scambiano abbracci, sorrisi e vigorose strette di mano. Lo stanno aiutando a costruire un centro per la differenziazione dei rifiuti. Nel municipio si utilizzano solo lampadine a basso consumo. “Siamo il partito della resistenza, delle classi povere, del popolo – sottolinea – Siamo grati a Unifil per quello che fa ma sappiamo che se Israele, o meglio, gli occupanti della Palestina, torneranno ad invaderci dovremo difenderci da soli. In questa resistenza, in questo nostro operare, fare politica equivale a fare il volere di Dio”.

Aytaroun è in pieno boom economico. E i soldi pare non dispiacciano a nessuno: “Siamo in piena occupazione e questo ci sta aiutando a dimenticare la guerra”, ammette Mourad. Realpolitik e dialogo con tutti, Hezbollah compresa quindi. Anche così Unifil supera la fase della violenza. “Io non faccio politica – sottolinea Graziano – Però devo parlare con i sindaci e con gli amministratori e in questa area la maggioranza sono Hezbollah, non è un segreto per nessuno”. E non è un segreto per nessuno nemmeno la difficile e delicata convivenza esistente tra libanesi e militari Unifil. I convogli blindati, le colonne di costosissimi mezzi “targati” Nazioni Unite sfrecciano tra le povere e dissestate strade del sud del Libano. Dai finestrini (solo dai finestrini perchè per fermare un convoglio servono decine di autorizzazioni) compaiono case semi distrutte da colpi di mortaio, palazzi ancora oggi bucherellati come scolapasta, bambini che salutano con occhi gonfi di gratitudine ma anche giovanissimi che giocano alla guerra premendo il grilletto di pistole ad aria compressa proprio contro i mezzi UN. “Unifil ha fatto molto bene al nostro paese – spiegano due adolescenti libanesi accanto alla ludoteca di Shuur, costruita proprio grazie ai fondi italiani – siamo grati di tutto quello che hanno fatto e ogni giorno fanno per noi. Ma di base c’è che non ci sentiamo padroni a casa nostra, non sentiamo più nostra la terra dei nostri padri”.
Un compromesso, una complessa e difficile convivenza. Tre anni di serenità, il periodo di pace più lungo mai vissuto dal Libano dal 1978 ad oggi, in cambio dell’inevitabile alienazione di una parte della propria libertà. Così nelle classi dell’orfanotrofio femminile di Tibnin. Da un lato il rosa candido dei veli delle bambine e adolescenti che qui mangiano, vivono e studiano. Dall’altro il verde e il marrone delle mimetiche di quei militari che lì si stanno improvvisando insegnanti di italiano.
Che il problema ora non sia rappresentato da Hezbollah, lo dice la stessa cronaca. Il 22 settembre i militari Unifil sono riusciti a sventare un attentato contro di loro arrestando cinque appartenenti a Fatah Al Islam: volevano utilizzare una mercedes bianca rubata a inizio mese per attaccare una colonna. Palestinesi quindi. Come palestinesi sono i razzi sparati l’11 settembre verso Israele. Il punto è che nei loro confronti non solo Unifil, ma lo stesso stato libanese è praticamente senza armi: nel Paese dei cedri vivono quasi mezzo milione di palestinesi confinati in campi autogestiti da Fatah e Hamas (o non autogestiti affatto) dove le forze locali non possono entrare e all’interno dei quali si nasconde un arsenale pronto ad essere usato in ogni momento.
“Prevedere la fine della missione? Allo stato attuale è impossibile” ammette anche il generale Carmelo De Cicco, comandante del Sector West. Le Laf sono ben lungi da assumere il controllo della zona. Insufficienti e male armate, senza il contingente di 12mila militari dell’Onu non potrebbero tenere sotto controllo Hezbollah né tantomeno i gruppi palestinesi. I libanesi di quest’area, che non vedevano l’esercito da 30 anni, di sicuro non le considerano ancora una difesa efficace contro Israele.
Il sole tramonta sulle basi Unifil, sui mezzi blindati, sulle bandiere blu delle Nazioni Unite mentre i soldati italiani fanno la fila ordinatamente alla mensa. Un altro giorno si conclude. E altri se ne concluderanno ancora. I libanesi, i più giovani ma anche chi la prima invasione israeliana l’ha vissuta da adulto, non hanno dubbi. “Questa pace è troppo precaria per reggere in eterno”.
Riccardo Bastianello
Luca Barbieri

Settembre 2009

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