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di Pap Khouma

Kaha Mohamed Aden è Nata a Mogadiscio. Figlia di Mohamed Aden Sheikh, più volte ministro in Somalia prima di diventare per lunghi anni prigioniero politico del dittatore Siad Barre. Kaha Mohamed Aden è arrivata in Italia negli anni ’80. Si è laureata in economia all’Università di Pavia, dove risiede. Si occupa di intercultura e mediazione culturale. Nel 2002 ha ricevuto l’onorificenza cittadina San Siro di Pavia per “l’attività nel campo della solidarietà, della tolleranza e dell’integrazione. Ha pubblicato articoli e racconti su diverse riviste: www.el-ghibli.org; Nuovi Argomenti; ecc. Ha pubblicato Fra-intendimenti (Edizione Nottetempo 2010). Nel 2012 agosto ha vinto il premio Sabaudiaper la sezione dedicata alla letteratura immigrata.

Sei laureata in economia. Due parole su questa professione che hai lasciato per la scrittura? Ci parli del tuo lavoro di scrittrice.

Ma che dici?! Io non “lascio” mai quando si tratta di saperi; poi quello dell’economia che è stata una difficile conquista… La scrittura e l’economia stanno bene insieme. Sono dell’idea che più informazioni si ha sui soggetti e il loro contesto, anche quello economico perché no, meglio si può giocare la partita della narrazione. Un immigrato non è soltanto uno che sta cercando un angolo in cui rannicchiarsi da queste parti del mondo, ma è anche un soggetto su cui una comunità intera ha investito in istruzione, sulla sua salute e sulla sua affettività. Per quella società lui rappresenta una perdita netta. Inoltre cerco sempre qua e là di mettere in bocca ai miei soggetti, che sono sempre immigrati, qualche frase che testimonia la questione delle rimesse. Le rimesse sono state e sono tuttora un considerevole ritorno economico per le comunità d’origine, oltre ad essere un grande atto affettivo e di responsabilità. Quindi ecco che economia e scrittura nei miei racconti si intrecciano.

Hai scelto di scrivere in italiano. Parli e scrivi in altre lingue? Che difficoltà incontra una scrittrice di origine straniera, italo-somala, per pubblicare e promuovere il proprio lavoro?

Scrivo in italiano perché vivo in Italia e l’opportunità di scrivere è nata in Italia e poi il mio editore è italiano. Parlo anche l’inglese e pochino il francese ma il mio pezzo forte è il somalo, la mia lingua madre, che parlo e scrivo correttamente. Fino adesso non si è presentata l’opportunità di scrivere storie in somalo e quasi quasi ne sono felice. A proposito dell’investimento di cui parlavo prima per il somalo, ho ricevuto davvero tanto. Faccio parte della generazione che ha assistito alla nascita della scrittura della lingua somala. I miei genitori sono stati in prima fila in questa conquista: attraverso la scrittura ritenevano di dare a tutti i somali la possibilità di essere pienamente cittadini. Quindi la paura di deludere scrivendo in somalo incombe. Mentre per l’italiano non c’è tutto questo bagaglio emotivo, posso permettermi di essere indulgente con me stessa quando sbaglio. E poi a lungo la lingua italiana è stata per me un luogo in cui potevo “gozzovigliare” come mi pareva, senza dover chiedere a nessun il permesso di soggiornarci. Infine mi piace l’idea, attraverso l’italiano, di coinvolgere altri, non somali, nelle mille storie belle e brutte di cui la Somalia è ricca. Per quanto riguarda la pubblicazione devo dire che sono stata davvero fortunata di aver incontrato la casa editrice Nottetempo con cui mi trovo benissimo. Sono felice del premio Sabaudia 2012 è un riconoscimento che mi incoraggia ad andare avanti.

Quali sono i tuoi autori di riferimento? Africani, europei o altro?

I miei autori di riferimento sono variegati ma uno in particolare voglio nominare il nigeriano Chinua Achebe : immenso! Il suo modo di narrare la storia senza mai perdere di vista la dignità delle singole persone è sempre stato per me un forte punto di riferimento. Mi piace anche Chimamanda Ngozi Adichie , naturalmente una giovane discepola di Achebe anche lei nigeriana. Cosa vuoi che ti dica: mi piacciono gli autori nigeriani. Un altro grande che è stato un importante punto di riferimento è il senegalese Ousmane Sembene . La sua idea che l’Africa, se vuole una rinascita, debba affrontare le sue questione cultural-identitarie mi ha sempre interessato.

Ci parli della Somalia prima della guerra civile? E del futuro della Somalia?

I somali per esempio si stanno preparando – speriamo bene – alla rinascita di un nuovo Stato senza voler assolutamente affrontare la questione cultural-identitaria che ha comportato la distruzione di tutto quello che precedeva la guerra (per non parlare degli eccidi e le devastazioni). Ma sappiamo bene che anche in momenti difficili e non, i somali sono pieni di mille risorse e storie e a questo io mi affido. La distruzione dello Stato somalo per alcuni (vedi “i signori della guerra” e i loro entourage) è stata una manna ma, ovviamente, per molti altri il tracollo. Per fortuna mi trovavo qui in Italia quando è scoppiata la guerra che ha spazzato via lo Stato somalo. Il primo effetto importante che mi è toccato subire è stato, come per tutti i somali che si trovavano all’estero, quello di divenire apolidi.

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