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Pannolone tibetano costellato di bandierine, capello arruffato, geco tatuato sulla spalla, un’infinita processione di braccialetti, il primo impatto con Bangkok é il viaggiatore etnico in fila per il controllo passaporto, tra una selva di “uomini d’affari in visita di piacere” da Giappone, Stati Uniti ed Europa.

Non so cosa sia peggio per la Thailandia, se le orde di turisti sessuali o i viaggiatori fricchettoni dalle dubbie abitudini in materia di igiene personale. Passeggiando per Kao San Road, la via del giramondo per eccellenza, ovunque la vista viene aggredita da bancherelle stipate di bracaloni, magliette psichedeliche, accessori di moda indiani, il tutto condito da truffatori e tassisti dalle politiche di mercato estremamente rapaci.

Nulla che abbia a che fare con la cultura e le tradizioni tailandesi ovviamente, ma che si conforma allo stereotipo del sud-est asiatico come luogo dell’anima, il che non sarebbe poi tanto lontano dalla realtá, se questa visione non fosse distorta dalla new age e dall’ereditá degli anni Sessanta americani. Per i locali il rasta addobbato come un albero di Natale ha un che di circense e viene guardato con una miscela di compassione e derisione: é il pollo che si fa fregare dall’autista di tuk tuk quando, lo sanno tutti, i rischiosissimi mototaxi sono il modo migliore per girare in cittá, quello che compra oggetti di artigianato locale made in China, come pure quello che schifa il cibo di strada ottimo e conveniente, per ammassarsi in coda al Mc Donald’s dietro l’angolo.

Davide Miozzi

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