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“Sei capi dello Shin Bet che meriterebbero la massima riprovazione in patria sono considerati veri e propri eroi nazionali”. Il giornalista del quotidiano israeliano Haaretz Gideon Levy, autore di numerosi articoli anche per la rivista Internazionale, sintetizza così il proprio commento al film “The Gatekeepers”, che ha ottenuto la nomination come miglior film non fiction dalla National Academy of Film Critics.

La critica di Levy al film del regista Dror Moreh, distribuito da Sony Pictures Classics, poggia su una considerazione. “Chiunque faccia il “lavoro sporco” viene considerato “inferiore”. Non così gli uomini dello Shin Bet, avvolti da un’aura di stima e prestigio” spiega nel suo articolo Levy. Il documentario si snoda attraverso sei interviste ad altrettanti ex dirigenti dell’agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele,  ufficialmente noto come Shabak.

Un frame del film

Il merito del documentario è quello di mettere a disposizione dell’opinione pubblica, per la prima volta, il racconto e l’esperienza di sei uomini del servizio di sicurezza israeliano, le cui testimonianze coprono un arco di tempo che va dal 1980 al 2011, eccezion fatta per due anni durante i quali il capo dell’organizzazione era un dirigente che non ha acconsentito a essere intervistato. Dalle loro testimonianze appare tuttavia evidente come in nome del proprio lavoro, gli ex 007 siano arrivati per loro stessa ammissione a mettere in dubbio anche il rispetto i valori di giustizia universale e la democrazia, “per difendere il valore più alto dell’incolumità dello stato di Israele”. Il film documenta non solo i brutali metodi di interrogatorio e di tortura messi in atto dallo Shin Bet nei confronti dei leader di Hamas, ma anche le promesse e le profferte fatte ai “nemici” per convincerli a tradire il proprio paese e a diventare informatori dell’agenzia di intelligence. Nell’apprezzarne nel complesso i contenuti, il New Yorker ha visto nel film una sfida al “regime di Netanyahu”.

Silvia Fabbi

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