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L'unico da bocciare è l'esame

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Con questo intervento Corrado Poli risponde alla provocazione di Fabrizio Tonello, professore universitario che sostiene sia ora di bocciare di più.

Se ci si limita a criticare l’incompetenza di molti studenti e si offre la soluzione semplicistica della bocciatura, si omette di affrontare il problema fondamentale: il modo in cui si tengono gli esami nelle nostre università. Una modalità che peraltro costituisce una continuità con i metodi di studio e di valutazione della scuola media. Alle elementari sono più evoluti.

Poiché il titolo di studio continua ad avere valore legale, l’esame è indispensabile e burocratico. Sappiamo bene che la maggioranza delle commissioni sono irregolari e quindi molti docenti evitano di incorrere in possibili ricorsi promuovendo tutti o quasi. Inoltre l’esame universitario di oggi in Italia è strutturato in modo che gli studenti lo “tentino” come una lotteria. Questo atteggiamento è insultante per i docenti e gli studenti stessi. Non si dovrebbe accettare di fare esami di 15 minuti su un programma che consiste nella lettura di due o tre testi scelti dallo stesso docente.

Se poi qualcuno risponde che l’Ucraina era un paese satellite invece che una repubblica sovietica, l’errore sta nella domanda nozionistica e nella mancanza di curiosità dello studente. Alla conoscenza si deve arrivare, non può essere imposta: la cultura non è un vaso da riempire, ma un fuoco da suscitare come mi pare abbia detto Plutarco o chissà chi? Se ho sbagliato citazione, non bocciatemi perché in ogni caso il ragionamento tiene!

D’altra parte oggi è così facile verificare su Google che questi errori sono più perdonabili nel contenuto e meno per quel che riguarda la buona educazione. Per esempio, Tonello stesso ha citato la Cecoslovacchia che non esiste più, ma questo errore banale, non toglie nulla al valore del docente. Nelle opere di Goethe ci sono un sacco di errori, al punto di confondersi sui personaggi (Wahlverwandtschaften), ma il senso del capolavoro non cambia. Lo dico persino io, noto pignolo …

Pensare che la soluzione sia la bocciatura, non affronta il problema perché si resta nei propri schemi. Mi sorprende per questo che Tonello, persona stimata, abbia scritto quelle cose su un sito universitario. Piuttosto che pensare a bocciare, riprendiamo in mano la questione di come insegnare; poi di cosa insegnare; infine di chi lo insegna. Ma prima di tutto diamo la possibilità a chi vuole imparare di scegliere materia e docente. L’esame sarà una conseguenza e sarebbe proprio l’ultima cosa da prendere in considerazione.

Io agli esami che sono stato costretto a tenere in Italia faccio solo una domanda: “Mi dica cosa ha imparato in questo corso”. Chi ha frequentato sa come rispondere esponendo l’elaborazione del proprio pensiero sui problemi che ho sollevato a lezione e dimostrando di conoscere le nozioni inserendole nel discorso. Quando i non frequentanti mi chiedono: “quali testi dobbiamo leggere tra i venti circa che ha indicato? Rispondo: “Veda lei”. Non faccio mai domande quiz … ma è capitato (poche volte) che abbia mandato a casa l’ignorante, non tanto perché non sapeva, ma per questioni di comportamento in generale.

Quello studente citato nell’articolo di Tonello, per quanto antipatico, è la vittima di un sistema che non fa apprezzare lo studio a studenti che incontrano il docente solo per un quarto d’ora in una situazione in cui si devono fare giudicare; persone a cui non interessa studiare, ma vogliono un titolo di studio per ottenere un posto, una promozione, ecc. Vivendo nel sistema, queste cose diventano routinarie e non se ne nota più l’assurdità. “Si avanzano sempre ragioni pratiche per giustificare l’assurdo e condurre all’impossibile”: così Yourcenar faceva dire all’imperatore Adriano. I nostri esami sono assurdi e impossibili!

In sintesi: se si parte dal ragionamento sull’assurdità degli esami (di certi esami) potremmo affrontare molti problemi che non riusciamo più nemmeno a vedere perché ne siamo parte. Citando a braccio e parafrasando Einstein (per la prigrizia di non andare su google) si può concludere che per risolvere un problema, è necessario aumentare il livello di conoscenza e riformularlo talora completamente. Dobbiamo pensare a cambiare gli esami se vogliamo cambiare l’atteggiamento degli studenti verso lo studio. Il resto sono sfoghi personali giustificabili e altrettanto comprensibili raccomandazioni paternalistiche … ma lasciano il tempo che trovano.

Corrado Poli

3 comments

  1. Ci sono molte cose interessanti e condivisibili in questo intervento, nell’articolo del prof. Tonello e nei commenti. Quasi tutte, in effetti: l’unica che non mi sento di condividere è la critica al nozionismo. Conoscere tante cose è importante per creare i collegamenti ed avere gli elementi a portata di mano; sarebbe impensabile doversi affidare a riferimenti, libri e Google in continuazione. La differenza tra sapere e non sapere c’è e si vede, oltre al fatto che imparare è di per sé un esercizio importante. Per questo difendo la presenza di una certa misura di nozionismo.

    Si tratta comunque di una piccola cosa. La tendenza che mi sembra di notare in questo post e nei commenti, e cjhe non condivido, è quella ad allargare il problema ai massimi sistemi. Intendiamoci: so benissimo che i problemi sono tanti, profondi e di sistema. Per esserlo basta aver fatto l’università e leggere in giro (per quanto stimi l’opinione di chi, al contrario di me, la vive ogni giorno). Però ad un certo punto è necessario scegliere un nodo e cercare di risolverlo, perché è più efficace che ragionare all’infinito su problemi giganteschi e nel loro complesso inaffrontabili.

    La difficoltà dell’esame è uno di questi nodi. Un’università selettiva, che richiede impegno e talento per arrivare al massimo (e una certa dose anche solo per laurearsi) è la migliore opportunità di miglioramento sociale per chi non possiede risorse finanziarie o relazionali. L’eccessiva facilità distrugge questa opportunità con una finta universalizzazione dell’accesso al titolo, apparentemente aprendo le porte a tutti ma in realtà impedendo di ottenere veri obiettivi.

    Già invertire questa tendenza sarebbe un aiuto al sistema di educazione superiore; poi di cose da fare ce ne sarebbero a decine, molte non dubito anche più importanti.

    Bel dibattito!

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