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Viaggio in M9, il museo che porta Mestre nel futuro guardando al Novecento

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M9 Mestre, foto Giulio Todescan

Un’operazione di riqualificazione urbana basata sull’architettura contemporanea, un’operazione culturale di largo respiro per mettere Mestre, territorio esemplare in quanto “esploso” in tutti i sensi nel Novecento, al centro della riflessione sul Secolo breve con uno sguardo nazionale. Sono le due gambe su cui “cammina” M9, il museo del Novecento di Mestre inaugurato il 1 dicembre 2018, dopo anni di gestazione a cura della Fondazione di Venezia che vi ha investito 110 milioni di euro attraverso la controllata Polymnia Venezia.

Due gambe che devono camminare insieme, per riuscire a mantenere la promessa di rivitalizzare il centro di Mestre rendendolo un hub urbano attrattivo per turismo, cultura e mestieri innovativi. Obiettivi ambiziosi che volano ben sopra la media della progettualità culturale in Veneto oggi. E già questo significa una salutare boccata d’ossigeno per chi in questa regione ci vive, ci lavora o semplicemente la frequenta da turista.

M9 Mestre, foto di Giulio Todescan

Grandi potenzialità e qualche limite emergono dopo aver visitato il museo. La qualità architettonica e la versatilità degli spazi vanno ascritte sicuramente alla prima categoria. Il progetto dello studio Sauerbruch-Hutton di Berlino è un segno urbano potente nella sua parte costruita ex novo, caratterizzata dal rivestimento di 20 mila mattonelle di ceramica dai colori pastello – che sembrano “fare il verso” alle piastrelle di tanti condomini anni Settanta che punteggiano la città – e da un’anima che unisce cemento a vista e raffinati rivestimenti in legno.

Ospita i due piani di museo permanente, un ultimo piano open space per le mostre, con l’illuminazione naturale garantita dal tetto a shed che richiama l’architettura industriale, e al piano terra un bistrot e un auditorium da 200 posti che, in questi mesi di lancio, offre un fitto calendario culturale. Lo spettacolo “Isola di fuoco” a cui chi scrive ha assistito, sonorizzazione live del cantautore Colapesce sulla proiezione di un montaggio di documentari di Vittorio De Seta, ha mostrato le grandi potenzialità di un contenitore culturale tecnologicamente al passo coi tempi, con tanto di poltroncine dotate di visore per la realtà virtuale. A fianco del corpo contemporaneo, ecco inglobati due edifici preesistenti: un ex convento e ex caserma, il cui cortile è stato trasformato in una piazza coperta, e la palazzina per uffici modernista “Brenta Vecchia”. Qui il progetto, ancora in fase di avviamento, prevede la creazione di un centro commerciale dal taglio innovativo che sfrutti la capacità di attrazione del museo, ospitando negozi, uffici ed eventi.

M9 Mestre, foto di Giulio Todescan

Il museo in sé è un’esperienza che fa quasi girare la testa, tanti sono gli stimoli da cui il visitatore è bombardato fin dall’ingresso nei due “cubi neri” che costituiscono i due piani. Per visitare (leggere-vedere-sperimentare) tutto ci vorrebbe una settimana, hanno spiegato i curatori, un pool di storici guidati dal direttore Marco Biscione. Nelle tre ore consentite dal ticket, è consigliabile limitarsi ai percorsi tematici che si possono scegliere tramite la app di M9. I due open space sono organizzati per aree tematiche unite tra loro in modo fluido, e costellati di stimoli audiovisivi continui.

Ci sono schermi ovunque. I più grandi con filmati, fotografie e infografiche in loop, e i più piccoli touch screen interattivi, postazioni di realtà virtuale, grazie a cui ad esempio si può esplorare l’evoluzione di una cucina media italiana nei diversi decenni del secolo. La gamification è portata all’estremo, come nelle esperienze di una catena di montaggio Fiat o dei ritmi alienanti di una fabbrica Lanerossi, resi immedesimando l’utente in un capo reparto (efficaci soprattutto nel restituire una notevole dose di ansia). Tantissimi i dati, i disegni e le statistiche riportati anche sulle pareti, che in modo molto sintetico e semplice ricostruiscono il volto mutato di una società che da contadina si è ritrovata post-industriale nel volgere di un secolo.

M9 Mestre, foto di Giulio Todescan

Il focus non è sulla grande Storia – che comunque c’è, belle ad esempio la sintesi sui crimini del colonialismo italiano e sui campi di concentramento creati nel nostro Paese – ma sulla storia della vita quotidiana. Tante storie apparentemente minori, ma che in realtà vanno a formare l’ossatura portante del Paese: le evoluzioni del costume, dei consumi, dell’industria, della stessa struttura fisica degli italiani, e poi la storia industriale e dei redditi, le reti infrastrutturali, le bonifiche (ci è sembrata mancante, nella mappa dedicata, quella del Metaponto in Basilicata), schede sui grandi scienziati e le loro scoperte. Non mancano Mestre, Marghera e la sua area industriale, naturalmente, ma non hanno il ruolo che ci si potrebbe aspettare dato il contesto: lo sguardo resta, appunto, nazionale.

Forse più riuscito, tra i due, è il secondo piano, dove gli aspetti pop prendono il sopravvento, come il “tavolo dei dialetti” in cui si può dialogare con un computer imparando i detti delle diverse lingue regionali, o il juke box delle radio e telecronache sportive rimaste nella memoria collettiva. Le “storie nella storia” racchiudono in uno schermo decine di lettere, interviste, racconti in prima persona: ecco un fascista veneziano della prima ora descrivere di suo pugno una violenta azione squadrista contro la “Repubblica di Santa Margherita”, cuore rosso della città lagunare attorno alla Camera del lavoro.

M9 Mestre, foto di Giulio Todescan

All’ultimo piano si torna alla luce e alle pareti bianche, in cui brillano le oltre 230 immagini riunite nella mostra “L’Italia dei fotografi. 24 storie d’autore” aperta dal 22 dicembre 2018 al 16 giugno 2019. Da Gabriele Basilico a Gianni Berengo Gardin, da Letizia Battaglia a Mario Cresci, i più grandi fotografi italiani indagano le metropoli e le campagne, i borghi del Sud e le case borghesi della Milano da bere.

A chi si rivolge, in definitiva, questo museo? L’esposizione permanente – in realtà, per sua natura, destinata a un continuo aggiornamento – sembra avere come target privilegiato le scuole e, in generale, il pubblico giovane. Usa la sua lingua, una multimedialità frammentata, e si promette di colmarne le lacune in fatto di storia anche recente. Nonni e nipoti possono trovare qui gli spunti per trasmettere memorie individuali e collettive. Una fetta di turismo veneziano (che sempre più sceglierà la terraferma visti i massicci investimenti in corso in nuove strutture ricettive low cost) può essere un altro target. Le mostre temporanee e gli eventi culturali dell’auditorium parlano invece anche a un pubblico più adulto e colto che forse rischia di “dare per scontati” molti dei contenuti della sezione permanente. Anche qui, due gambe per camminare meglio e (ci auguriamo) andare lontano.

Giulio Todescan