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Redazione Padova - 27 gennaio 2013

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Redazione Padova - 27 gennaio 2013

Mal d'Africa: il Kenya e quegli occhi che parlano

Redazione Padova - 27 gennaio 2013
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Coloro che ci sono già stati provano a dirti cos’hanno provato, cos’hanno visto, cos’hanno imparato, come l’hanno vissuto, tentano di farti capire come e cosa sarà il famoso mal d’Africa che inevitabilmente proverai dopo, ma la realtà è che non si è mai abbastanza preparati per non sentirsi invadere e sconvolgere dentro dal Kenya che ho visto io. E forse non lo si vuole nemmeno evitare. Si è pronti a dare tutto, come si è pronti a ricevere tutto. Perché è così che va, è così che non se ne va, il Kenya che ho visto io.

Il Kenya che ho visto io entra prepotentemente dalle narici appena si aprono le porte dell’aereo. Invade ogni centimetro esposto della pelle, e anche i centimetri ancora coperti dagli indumenti pesanti che s’indossano dall’Italia. L’aria è profondamente diversa, impone di respirare ad un ritmo più rapido, riempie i polmoni della sua densità. L’aria del Kenya entra in te, e lì rimane. Forse avrei dimenticato, pian piano, quella prima sensazione, se avessi trascorso le mie due settimane keniote in un villaggio turistico. Quei mondi ovattati, perfetti, preparati e infiocchettati appositamente per le persone in cerca di relax, mare e sole. Quei mondi così finti, così contrastanti dal mondo vero che si mostra se solo hai il coraggio di guardare un po’ più in là.

No, meno male la mia visita al Kenya ha incluso molto di più. Mi sono sentita in un altro mondo non appena ho respirato in terra africana, e l’immersione è proseguita durante le due ore di viaggio dall’aeroporto di Mombasa alla città di Malindi, dove si trovano la scuola e l’orfanotrofio presso i quali si è svolta interamente la mia esperienza. Quelle due ore all’interno di quel piccolo e malmesso monovolume sono quasi più pesanti, a livello fisico e psicologico, delle otto ore appena trascorse in aereo: il caldo umido è asfissiante, i fastidiosi ed alti dossi sulla strada sono numerosissimi, l’intervallarsi dello scorrere fuori dal finestrino di foreste e villaggi trafficatissimi è inspiegabile, per chi è cresciuto nel mondo occidentale. Mi aspetto di fare un incidente ad ogni metro, di investire quasi sicuramente uno di quei bambini piccolissimi che vagano da soli per le strade, oppure uno di quei giovani che, con la divisa scolastica sgargiante, torna da scuola scherzando con gli amici e non presta molta attenzione alla strada. Lì, gli uomini che trascinano pesantissimi carretti pieni di tutto e le donne che trasportano sulla testa chissà quali carichi si alternano a qualche macchinone di grossa cilindrata, il tutto porta come sfondo prima una fitta vegetazione di un verde a noi sconosciuto, poi innumerevoli negozietti coloratissimi e bancarelle fatte di sterpi che vendono ogni sorta di merce.

A un certo punto, quando ormai manca poco all’arrivo alla scuola, smetto di tentare di capire, ed inizio ad accettare. Devo accettare. Perché capire come, e perché, quel mondo sia così diverso dal mondo a cui siamo abituati sembra impossibile. La mia immersione è completa e totale quando arriviamo alla scuola: i bambini non mi hanno mai vista prima, ma mi corrono incontro, mi abbracciano, mi chiedono come mi chiamo in quel loro linguaggio mezzo inglese, italiano e swahili, mi toccano i capelli, gli orecchini, vogliono che giochi con loro. I miei primi cinque minuti con quei bambini hanno segnato tutta la mia esperienza, e non se ne andranno mai dalla mia testa.  Hanno un paio di vestiti ciascuno, ed i primi giorni sono l’unico metodo che mi permette di distinguerli. Poi, invece, imparo a riconoscerli da quel meraviglioso sorriso: c’è chi ce l’ha aperto e completo, chi riesce a sorridere solo dopo qualche ora che ti ha vicino, chi sorride senza mostrare i denti, chi sorride ogni minuto con gli occhi. Quando arriviamo alla scuola, al mattino e dopo pranzo, non si stancano mai di correrci incontro, di farci sentire a casa.

Li accompagniamo in chiesa, che è anche la scuola di alcuni di loro, e la strada è un sentiero nella foresta, creato dagli abitanti del villaggio coi loro stessi piedi. Attorno a noi qualche casetta di fango, galline, capre, tutto il resto è vegetazione all’apparenza sempre uguale. I bambini dicono che la chiesa è vicino, ma in Kenya s’impara subito che il concetto di vicinanza italiano è molto lontano da quello keniota: i bambini infatti non hanno difficoltà a ricordare e riconoscere la strada, nonostante non ci siano apparenti punti di riferimento, ma avverto che i nostri occhi non vedono ciò che vedono i loro. Arrivati alla chiesa, la signora che dice messa è entusiasta di avere dei muzunghi che l’ascoltano, e parla durante tutta la messa in inglese, proprio per farci capire. È una funzione cantata, ballata, così bella che mi viene da pensare che se anche le nostre fossero così, forse andrei a messa più di una volta l’anno.

Ci capita anche di portare dei vestiti alle famiglie dei villaggi nei pressi dell’orfanotrofio: una delle esperienze che maggiormente sono impresse nella mia mente. Ci facciamo accompagnare dalla ragazza più grande che vive in orfanatrofio perché conosce i sentieri, le distanze e alcune famiglie. Non dobbiamo muoverci molto: appena raggiunta la prima famiglia, infatti, i più giovani corrono a chiamare tutto il vicinato, e in pochi minuti ci ritroviamo decine e decine di persone di tutte le età attorno. Sono lì per noi, e noi siamo lì per loro.

Il loro atteggiamento nei nostri confronti può sembrare scontroso, strafottente, assolutamente non grato, in quanto non ringraziano dei vestiti che gli regaliamo, si spingono l’un l’altro per raggiungerci, tanto che nella foga urtano persino noi, che ci sentiamo ballonzolare corpi, cervelli e cuori, cercano di prendere più di un vestito ciascuno, cercano di fregarci. Ma poi capiamo, capiamo che non dev’essere facile essere quelli che ricevono, capiamo che noi abbiamo il nostro mondo da poter confrontare a quello, loro hanno solo il loro.

Una notte decidiamo di dormire in orfanotrofio con i bambini: vediamo le mama offrirci il cibo che loro consumano quasi ad ogni pasto: riso e fagioli, con un po’ di pane e della loro polenta bianca. Si mangia con le mani. Da bere c’è the bollente. Capiamo che in Italia si dice “l’ospitalità è sacra” ma è qui in Kenya che questo principio viene effettivamente applicato: ci guardano in un modo che ci sentiamo in colpa se non finiamo tutto ciò che abbiamo nel piatto.“We we lala apa?”, ci gridano ogni cinque minuti. – “Si”, bambini, dormiamo qui con voi stanotte.

Nei weekend cerchiamo di vedere altri luoghi che quella terra ci offre, tentiamo di fare i turisti: vediamo la magnifica e brillante spiaggia dorata, ricca di fossili di stelle marine, andiamo al mare di Watamu, uno dei più famosi per la villeggiatura. La realtà è che sebbene anche questo sia Kenya, nelle ore da turista mi sento strana, quasi colpevole, perché so com’è mondo là fuori, a pochi metri dalle lussuose ville sulla spiaggia. I viaggi giornalieri in tuk-tuk non mi stancano mai, pur percorrendo sempre le stesse strade. Ogni volta vedo cose diverse, volti diversi, ogni volta provo emozioni contrastanti l’una con l’altra, ogni giorno sento quel mondo che come un chiodo si pianta dentro di me, sempre più a fondo. Mentre sono là penso poco a casa, forse perché quelle visioni, i pensieri che il Kenya mi crea, mi riempiono quasi fino in fondo, e una delle cose che vorrei sarebbe poter portare tutti i miei parenti e amici con me, in quel viaggio dell’anima, vorrei che le foto rendessero un po’ di più, appena un po’ di più.

Vorrei portarmi a casa più emozioni possibile, più Kenya possibile. Quando sono tornata ho provato a raccontare a tutti della mia esperienza: qualcuno si commuove, qualcuno mi guarda con occhi ammirati, altri hanno sguardi smarriti, ma ad ogni parola mi rendo tuttora conto che non sto dicendo niente. Che il Kenya bisogna provarlo, vederlo, portarsene un po’ a casa. Che quei sorrisi bisogna sentirseli nell’anima. Mi basta chiudere gli occhi e concentrarmi per riuscire a rivederli e a sentire di nuovo quei gridolini misti d’italiano, inglese e swahili.

In effetti, la cosa più bella che il Kenya mi ha insegnato è che la lingua non c’entra, perché sono gli occhi che parlano. E poi, tutti sorridiamo nella stessa lingua.

Anna Comparini

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