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Il 12 ottobre 2010 assistevamo alle inenarrabili gesta del serbo Ivan Bogdanov subito diventato “Ivan il Terribile”, che più che assimilarlo a uno zar si sarebbe dovuti andare a pescare nell’onomastica dei capi tribù barbari. Intanto, in ragione del fatto che dubbi sul loro analfabetismo è difficile averne, secondariamente perché l’idea di razziare, di saccheggiare, in questo caso il nostro piacere di guardare una partita, si addice molto a una certa sostanziale incapacità di relazionarsi responsabilmente con un mondo più grande di quattro spalti, se non attraverso l’intimidazione o la violenza fisica.
Domenica al Marassi di Genova si è rivista la stessa scena. Sarà perché è uno stadio piccolo e raccolto e le tragedie tradizionalmente si recitano a teatro.
Finito lo show si ricomincia a parlare di ennesima sconfitta del calcio, quando ormai questo calcio ha gran poco da perdere e soprattutto non è lui che perde. Sono piuttosto lo stato di diritto e la convivenza civile della nostra “comunità Paese” a perdere e a risultarne sfasciate.
In Inghilterra, in Spagna, in Germania è la rigidità delle regole che ha restituito lo spettacolo del pallone. Ma forse è ancora meglio ricordarlo così – lo spettacolo del pallone – quando le regole venivano da sé, si facevano da sole e si andava a casa al massimo con qualche sbucciatura.
08 Aprile 2012, Praça do Principe Real, Lisbona.
Campo: un passeggio in ghiaia, una porzione di prato e un’aiuola gigante.
Porte improvvisate: un albero e una maglietta, un cestino e un palo.
Pubblico: un signore visibilmente preoccupato seduto su una panchina vicina alla porta. Molte mamme.
Formazioni: 8 giocatori tra i 7 e i 10 anni incuranti dell’aiuola, un roseto.
Tattica (i due grandi strateghi): da una parte il più forte in porta, ‘ché così “con un paio di dribbling porto su la palla”; dall’altra il più piccolo, ‘ché “tanto è il più scarso”. Risultato: entrambi prendono una valanga di goal.
Pochi passaggi, della serie scarto tutti io.
Quello grande e grosso fa il bulletto.
Il fuori che non c’è, salvo gli angoli.
Il dibattito su dove si batte l’angolo, ma alla fine decide il signore sulla panchina ‘ché altrimenti si prende una pallonata.
Gli interminabili giri intorno all’aiuola.
Il pallone sull’aiuola.
Non ci si ferma neanche se una coppia ti invade il campo con un passeggino.
Quello che cade e si tiene il ginocchio, ‘ché “in tv fanno così”.
Poi una punizione, che anche se non c’era fallo, prima o poi bisogna tirarla ‘ché fa bello.
E anche un rigore, ‘ché fa ancora più bello.
I goal nessuno li conta.
Palla oltre la ringhiera e dieci minuti per recuperarla.
Intervallo…no, partita finita, ora della merenda.
Mattia Gusella

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