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Mazzette, spiagge, faccendieri: reportage dall'Albania che bussa alle porte della Ue

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Il prossimo autunno Bruxelles deciderà se accettare l’Albania come candidata all’ingresso nell’Unione europea. Quale regalo migliore potrebbe ricevere il Paese delle aquile, che proprio a novembre festeggia il centenario dell’indipendenza? In ogni caso a Tirana e dintorni già da un pezzo sembrano sentirsi già membri comunitari di diritto. Nelle città e nelle strade le bandiere con le 27 stelle su fondo blu affiancano immancabilmente l’aquila bicipite, nei siti patrimonio Unesco come sulle cartoline in stile anni Ottanta. Sarà a ottobre che Bruxelles si pronuncerà per la seconda volta nella storia recente sulla concessione a Tirana dell’ambito status, consentendole di andare a raggiungere il limbo privilegiato in cui stazionano già Croazia, Repubblica di Macedonia, Montenegro, Turchia, Islanda e Serbia.

In più occasioni l’Italia ha manifestato il proprio interesse a che il paese delle aquile entri a far parte dell’Unione. L’ultimo a pronunciarsi in questo senso è stato lo scorso luglio il ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi nel corso di un incontro con il suo omologo Edmond Panariti. Che questa sia la volta buona? “E’ troppo presto, nessuno di noi pensa seriamente che verremo accettati. C’è ancora tanta, troppa strada da fare” sostiene Eglisa, 26 anni, un lavoro presso lo studio legale di un’importante impresa di costruzioni della capitale. Come la maggior parte dei suoi connazionali, è scettica. E per rendersene conto basta davvero poco.  Con due episodi di corruzione di cui sono stata protagonista in meno di un giorno, la polizia mi ha fornito un argomento ben poco attaccabile per dubitare dell’effettiva modernità del paese. Per esordire non ho neanche avuto bisogno di mettere piede nel paese.
“Non ho con me la carta verde. Però, se mi dà un numero di fax di qui, me ne faccio inviare una copia dalla mia compagnia assicurativa” spiego al poliziotto che sta studiando il mio passaporto. Quando mi dice che l’estensione dell’assicurazione costa comunque 38 euro, gli porgo senza indugio la somma attraverso il finestrino. Lui però rifiuta con la mano, mostrandosi superiore e anche un po’ risentito. “Lascia un caffè e puoi passare” mi dice poi, in un italiano bonario e quasi colloquiale, porgendomi il mio passaporto aperto al di sotto del livello del finestrino. Ci infilo dentro 20 euro. Lui richiude il documento, torna nel gabbiotto, mi rende i passaporti e mi raccomanda di guidare con prudenza. E’ fatta. Siamo in Albania.
Ventiquattr’ore dopo, stessa scena. Il poliziotto ci ferma sulla strada che da Tirana porta a Valona, sostenendo – sempre in un italiano piuttosto approssimativo – che qualche centinaio di metri prima abbiamo superato con la nostra auto il limite di velocità. Ci elenca le sanzioni che rischiamo, ma poi si lascia convincere dalla banconota da 1000 leke (circa 8 euro) sapientemente posta all’interno del passaporto. Possiamo proseguire. Inutile dire che nessuno della decina di colleghi ha commentato l’episodio, ciò che ci lascia il fondato sospetto di essere di fronte a una prassi consolidata. “Ah ma vi stupite?” ci canzona la nostra amica Eglisa. “Questo succede perfino negli ospedali. A me è successo con l’anestesista che seguiva mio zio durante la chemioterapia. Per non raccontare della trafila nell’ufficio dove dovevano accettarmi il riconoscimento della patente, o in quello che doveva rilasciarmi il certificato d’iscrizione all’università. Qui se non alzi la voce e sgomiti non ti prendono neppure in considerazione” chiarisce rassegnata.

Non bastasse questo a rendermi scettica sulla concessione dello status di candidato membro Ue, il materiale supplementare di sicuro non manca. Dai roghi di rifiuti abbandonati che punteggiano ovunque il paese, alle miriadi di cani randagi a zonzo per città e villaggi, dalle condizioni stesse delle strade, che a tratti ricordano quelle cubane per dimensioni delle buche e numero di curve e tornanti, ma anche per la presenza massiccia di mezzi trainati da cavalli, muli, buoi, greggi di pecore e capre a incrociare costantemente la marcia, anche sulle autostrade o presunte tali. “Tutta colpa di Enver Hoxha” spiegano pazienti gli albanesi. “E’ lui il responsabile di questa situazione, è lui che per anni non ha fatto nulla, facendo sì che il paese rimanesse fermo immobile”. La memoria del dittatore è scomparsa, cancellata. Nulla che ricordi quarant’anni di regime si incontra mai. Persino la sua casa natale a Gjirocastro è stata resa irriconoscibile come dimora del despota che ha tenuto in mano le sorti dell’Albania da dopo la II guerra mondiale fino alla morte nel 1985, e il cui regime è crollato solo nel 1991, con la nascita del Partito Democratico (il primo indipendente dopo mezzo secolo di monopolio del Partito Albanese del lavoro, Partia e Punees see Shqipeerisee, PPSH). L’elegante e restaurato edificio ottomano di mattoni grigi, la cui architettura è il marchio distintivo e l’attrazione turistica di località come Gjirocasto e Berat, è stato trasformato in museo etnografico. Solo una scritta tracciata con una bomboletta spray sul muro di cinta che dà sulla strada, “Enver 1908” ne ricorda la figura insieme alla data di nascita.

La casa natale di Enver Hoxha a Gijrocastro

 

Stessa sorte sta toccando alla celebre Piramide di Tirana, progettata dalla figlia Pranuera Hoxha e dal marito di lei, Klementi Udaneci per diventare il mausoleo del dittatore, scopo cui l’edificio non è mai riuscito ad assolvere. Divenuto prima un museo e poi una discoteca, da quando è stato abbandonato le sue pareti lisce si sono trasformate in un parco giochi per bambini, che per generazioni hanno fatto a gara ad arrampicarvisi fino in cima.  Una settimana nel paese delle aquile riesce solo a confermare l’impressione subitanea che si ottiene varcata la frontiera e percorse alcune centinaia di metri sulla strada, dissestata e assediata da ogni genere di animali, che conduce alla capitale. Lungo la via si apprezzano abitazioni quasi lussuose, costruite secondo il gusto dell’Italia del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta: ampie balconate fiorite, elementi architettonici ridondanti e murature dai colori sgargianti, che osano fino al rosa shocking senza disdegnare il verde elettrico e l’arancione fluo. Un segno, penso, che la ricchezza privata in questo paese esiste, e che proprio l’iniziativa del singolo, un po’ come è capitato nel nostro paese, ha supplito all’assenza o all’immobilismo dello Stato. La storia dell’Albania è piena di esempi: dopo la morte del dittatore è stato il suo medico personale, Sali Berisha, a prenderne il posto alla guida del paese. Posizione che gli uomini del suo entourage occupano tutt’oggi.

Basta saper chiedere alle persone giuste, oliare i meccanismi giusti, e l’Albania riserva buone chance per chiunque abbia voglia di rimboccarsi le maniche, anche fra gli “amici” italiani. Qualcuno con la vista lunga ci sta già provando, come ci dimostra un impresario edile di Otranto, che incontriamo sul traghetto diretto all’isola di Corfù al termine del suo “sopralluogo di lavoro” nelle vicinanze di Valona. A quelli che immagina semplici turisti suoi connazionali, l’abbronzato e brizzolato impresario non vede l’ora di raccontare del suo progetto, che pian piano sta prendendo forma: un molo turistico autonomo e indipendente, da far sorgere su un braccio di laguna a nord di Valona, dotato di tutti i comfort. Come abbiamo avuto modo di renderci conto, non c’è nulla di simile in tutto il paese. Chi scende in barca a vela da Venezia e Trieste lungo la Croazia non può contare su alcun punto di approdo lungo la costa albanese. E anche se ci fosse, le strade non lo collegherebbero al resto del paese a causa della catena di monti che costeggia la costa e che impedisce di fatto ogni accesso al mare, se non nella costa di Durazzo e nella meridionale “riviera albanese”. “Per questo puntiamo a fare una struttura completamente autonoma, ma fatta bene eh. Tutto compreso. Costruisci e poi vendi tutto il pacchetto per, diciamo, 300mila euro: posto barca e appartamento, con la possibilità di accedere a strutture benessere, campi da tennis, supermarket” spiega con fare sognante. L’area è già stata individuata: 60 ettari sulla laguna, vicino alle montagne, per farne, chissà, una nuova Byblos, dove uscire in barca la mattina e andare a sciare nel pomeriggio. Il vantaggio è presto detto.
“Quanti sono in Italia che non vogliono pagarci le tasse, sulla barca? Qui la ormeggi, metti la bandiera che ti pare – purché non sia quella albanese, beninteso – e sei a posto. Nessuno mai verrà a chiederti un cent” chiarisce soddisfatto, con l’espressione di chi ha calato un poker d’assi. D’altro canto lussuosi yacht che battono bandiera delle isole Cayman li abbiamo già ammirati nella montenegrina baia di Kotor. In Albania i prezzi bassi potrebbero far gola anche ai velisti, non solo ai costruttori. “Bisogna calcolare che le spese di costruzione qui sono praticamente un quinto rispetto all’Italia – prosegue l’imprenditore, che nel suo viaggio si è fatto accompagnare da due colleghi e amici salentini –  di qui il profitto su un progetto del genere è adeguato e perciò fa gola”.

Pecore in spiaggia a Ksamil nella “riviera albanese”

Addestrata dalle mazzette dei giorni precedenti ma fingendo l’ingenuità della turista, chiedo della burocrazia locale. “Basta avere gli agganci giusti, investire qualcosa anche in questo, diciamo. Il parlamentare che conosco ha promesso di darmi una mano. Vediamo se ho puntato sul cavallo giusto” chiarisce allusivo. Se prima potevo avere il dubbio che mi mancasse qualche tassello, ora mi sembra proprio tutto chiaro. Qualcuno ha già pensato a sfruttare il crescente flusso turistico, dal momento che ai tradizionali visitatori serbi e macedoni si stanno aggiungendo sempre più numerosi austriaci, germanici e italiani. Va detto che, per il visitatore in viaggio nel paese, l’impressione è che il pericolo maggiore sia rappresentato dai cani randagi presenti praticamente ovunque. Per il resto, sarà paura della polizia o lungimiranza in vista dello sperato boom turistico, nulla fa temere di poter essere aggrediti o rapinati. L’unica eccezione è rappresentata da Tirana, dove anche gli stessi residenti spesso temono per la propria sicurezza.

Silvia Fabbi