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Momenti in detenzioni

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IMG_0005Il racconto fotografico dell’ex carcere di Padova nasce per caso, in un’estate di qualche anno fa. In occasione di un servizio per il giornale cittadino, che consisteva nella presentazione di alcuni affreschi rinvenuti togliendo gli intonaci dei muri da due stanze dell’ex carcere, in quel periodo in ristrutturazione. L’assessore alla cultura ci porta anche a visitare gli ambienti ancora incontaminati, appunto le celle del carcere cha ancora dovevano essere trattate.

Mi si è aperto un mondo!

Entro in questi stanzoni 15×15 mt, oramai senza alcun mobilio, ma con le pareti ancora decorate e personalizzate dai detenuti.  Ritagli di giornali, fotografie, scritte, disegni, piccoli utensili, specchi.

Tutto come fu!

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Ho cominciato ad immaginare, a vedere e sentire. Non so bene cosa mi è preso, è stato come un seguire una pista, scoprire e riportare alla luce. Sogni, speranze, dolori delle persone là residenti. Ogni fotografia è stato un passo avanti nella scoperta.

Il lavoro è stato frenetico. La ristrutturazione imminente non dava una seconda possibilità. Nel breve periodo di un mese ho frequentato più che ho potuto quel posto.

E’ stato un viaggio personale nel mondo della detenzione, nella vita di persone a me sconosciute. Una condivisioni di speranza e paure e gioie e desideri, che loro i detenuti, mi hanno lasciato e che la fotografia mi ha permesso di riportare a un momento materiale.

Nicola Fossella

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Il racconto di Bruna Mozzi

IMG_0027Guardavo spesso quella parete con le foto, Carlo mi diceva che gli sembrava la “parete delle stelle” di cui aveva letto nel diario di Anna Frank: roba per debosciati  e checche pensavo io, ma non glielo dicevo mai perché sapevo che lui era il boss di quel reparto del carcere e contraddirlo voleva dire aver finito di vivere, sputare sangue per alcuni giorni e, se tutto andava bene, esser isolati dal resto del gruppo per qualche mese. Gli sgarri si pagano cari in carcere e quell’unico che avevo fatto al Genio, uno dei boss della mala veneta, mi era costato carissimo. Mi avevano bloccato nell’angolo tra la lavanderia e il wc durante la pausa d’aria e ne avevo prese talmente tante di botte dai suoi amici da promettere a me stesso che al Genio, uomo di rispetto, non avrei più fatto nessun sgarro. Non ne valeva la pena; mi facevo gli affari miei e qualche volta, se qualcuno mi guardava storto o voleva attaccar briga per una precedenza o un mancato saluto, me ne andavo a testa bassa con lo sguardo fisso sulla punta delle mie scarpe.

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IMG_0050Ci pensavo a quelle foto e mi piacevano un casino: mi ricordavano gli anni d’oro in cui andavo a far bisboccia e a cercar la compagnia di ragazze facili al night dove ballavano nude sui tavoli, roba da far salire la pressione a mille e c’andavo  con Marco detto Ciccio perché già a 20 anni pesava 90 chili e Vanni, detto Spugna che era capace di scolarsi una bottiglia di whisky in una sera e che se le buscava sempre da suo padre perché tornava tardi, sbronzo e non si alzava più al mattino per aiutarlo a portar su la malta in cantiere. In quegli anni non avevamo ancora tutti quei maledetti soldi che poi ci avrebbero rovinato, vivevamo solo di qualche espediente, piccola roba in nero, furtarelli, qualche truffa, ma in fondo eravamo appagati da quella vita a metà tra i bravi ragazzi in cerca solo di qualche avventura e le tentazioni della mala che cominciava allora ad affacciarsi e a minacciare i nostri paesi. Fu più tardi che col Tesa (perché da piccolo – dicevamo – lo mandavano a dormire per punizione nel granaio di casa) e coll’Elvis che si credeva uno di quei divi del rock americano ed era un fan di Elvis Presley andavamo a far rapine a mano armata; era un tizio di Milano che ci procurava i ferri e lo pagavamo caro, ma ci dava sempre qualche giorno in più degli altri per saldare i nostri debiti e questo ci faceva comodo perché quello che entrava – ed era tanto all’epoca – usciva subito:  spendevo quasi tutto in belle donne, invece in macchine e moto il Tesa che aveva anche la mania degli orologi e del vestirsi da elegantone e sfoggiava sempre roba elegante al polso e scarpe lucide che ci si poteva specchiare, Elvis invece no lui dava tutti i soldi a sua madre che era in clinica da almeno quattro anni e non ne voleva sapere di uscire, non ci stava più con la testa e Elvis pagava sempre i migliori medici come quella volta che fece venire un luminare da Toronto a spese sue e si illuse che sua madre sarebbe uscita da lì a poco, ma niente da fare.

E poi dopo anni di vita così e rischio della pelle perché la Polizia della città e i Carabinieri dellaIMG_0066 Riviera ci stavano sempre più addosso, il cerchio si stava chiudendo intorno a me e ai ragazzi; neppure alle altre bande andava meglio e la banda degli assalti Portavalori era già dentro, non ci si poteva più fidare di nessuno e nemmeno tra di noi ormai c’era quella complicità che avevamo avuto per anni.

Ero finito dentro quella maledetta volta che la mia donna, la Vanna, che pettinava le amiche a casa sua e sapeva anche far le unghie e quelle altre robe lì, aveva spifferato che l’avevo portata al Ritz di Cortina e che le avevo regalato l’anello che teneva per le grandi occasioni; la Giulia l’aveva detto a Carla che era la moglie del maresciallo e così via. Il resto l’avevano fatto gli inquirenti di Stra che avevano seguito il Tesa nei suoi movimenti e all’uscita del colpo lì alla filiale della banca Popolare c’avevano aspettato dove mettevamo tutta la refurtiva, nonostante fosse davvero un pantano giù verso la laguna a tal punto che la conoscevano solo pochi vongolari di frodo. Eppure i CC erano arrivati lì a prenderci e ci colsero con i sacchi di danaro: il colmo era che quella volta poi doveva essere una delle ultime che rapinavamo una banca, io e Elvis volevamo finirla e smetterla col rischio. Lui aveva un figlio in arrivo con la Massi che voleva sistemarsi e io non ne potevo più, i soldi non mi mancavano e ne avevo messi da parte molti, avrei aperto il negozio alla Vanna e l’avrei portata a fare quel viaggio in America dove voleva andare sin da piccola quando sognava i grattacieli, guardando Miami Vice alla tivù.

IMG_0070In carcere però era durissima, ci stavo da più di un anno, la condanna era stata pesante e me ne restavano altri sei che, se rigavo dritto potevano essere ridotti a due soltanto. Sapevo che la Vanna mi avrebbe aspettato ancora per un po’, ma di certo non tutto quel tempo, si sarebbe persa gli anni migliori; in fondo lei era molto giovane ed aveva il diritto di trovarsi un altro e buttare all’aria la nostra storia. Da quando ero dentro, ragionavo così, sentivo che ero cambiato e che non avevo più la spavalderia di quando ero fuori e infatti i compagni di cella avevano cominciato a chiamarmi Grugno perché me ne stavo sempre più da solo e parlavo sempre meno.

Da un po’ avevo anche cominciato una cura con gli antidepressivi e vedevo due volte al mese una IMG_0084strizzacervelli che mi metteva sempre alle strette, chiedendomi della mia infanzia e dei miei e di quella fottuta mattinata in cui fui pizzicato dai CC e poi del sesso che avevo fatto e che non facevo più. Mi imbarazzava alquanto, eppure ogni volta, dopo che l’avevo incontrata, ero più leggero e mi sentivo un po’ meglio: non so cosa avesse, ma piano piano quella stanza livida e spoglia in cui mi trovavo a rispondere alle sue domande diventava un posto bellissimo e mi dimenticavo della cella e dei compagni e del capo chino che ero costretto a tenere: mi sentivo qualcuno e cominciavo a riavere fiducia in me stesso. A volte mi trovavo persino a guardare la madonnina che avevamo su in alto al centro del cortile sulla torretta di controllo delle guardie, chiusa in quella gabbia che sembrava carcerata pure lei e mi commuovevo col naso in su e ripensavo a mia madre quando mi prendeva sulle ginocchia ancora in lacrime per le botte prese da mio fratello che era grande e grosso e mi pestava di brutto per i piccoli furtarelli di figurine dai suoi cassetti segreti.

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Quel giorno, quando andai dalla strizzacervelli o dalla “dottoressa” come la chiamavano tutti lì dentro, ero più agitato del solito, cupo in volto come non mai e, passando davanti alle celle dei compagni, sentivo che ironizzavano su di me e usavano improperi che mai avrei pensato di sopportare: la checca, il culattone, sfigato e simili. Me ne importava assai poco, a me bastava incontrare la dottoressa o Mariapia come la chiamavo io da qualche mese, dopo che lei mi aveva dato il consenso. Sentivo che mi piaceva, che mi faceva bene aprirmi con lei ed il benessere durava per qualche giorno dopo il colloquio;  la cosa era nata IMG_9230soprattutto dopo che mi aveva fatto parlare del sesso e dell’amore che avevo provato per la Vanna. Lei era minuta, sottile sottile e biondissima, tutto il contrario della Vanna che era abbondante di forme e mora; non avrei mai immaginato che mi piacessero le bionde, le avevo sempre detestate, eppure Mariapia mi dava serenità, non riuscivo a staccarmi dagli occhi l’immagine del suo volto e delle sue mani che muoveva velocemente e a scatti, mentre annotava ciò che le dicevo e scriveva sul registro dell’amministrazione. Anche i secondini la trattavano coi guanti, ce n’era solo uno, un tipo di Caserta che era qui al nord da qualche mese trasferitosi per seguire la moglie, che faceva parecchio il gradasso con lei, l’affiancava sempre nel corridoio e una volta sentii che le fece anche dei complimenti pesanti. Non lo sopportavo. Doveva stare al suo posto e rispettarla e quella sua presunzione mi dava parecchio ai nervi. All’uscita dal colloquio, nel corridoio B dell’ala centrale, mentre tornavo alla mia cella, sentii lui che parlava della dottoressa con apprezzamenti pesanti, dicendo che se la sarebbe fatta volentieri e si vantava di come l’avrebbe saputa prendere e che trattamento le avrebbe riservato; Marco, l’altro secondino se ne stava zitto, era più rispettoso e sapeva che io avevo un debole per Mariapia, che nessuno me la doveva toccare, sennò mi sarei imbestialito. Quando Salvo, la guardia di Caserta, disse che la dottoressa secondo lui doveva saperci fare e questo e quest’altro, non ci vidi più e gli saltai addosso per colpirlo: così feci, gli diedi due sinistri sul naso sferrati per bene e con la voglia di fargliela pagare per sempre. Fu subito un lago di sangue e solo il soccorso veloce del collega riuscì a sottrarmelo in tempo, sennò lo avrei sfracellato a terra. Per questo fui punito dalle altre guardie e poi il giudice mi disse che avevo peggiorato la mia situazione e che forse non mi avrebbero più ridotto la pena.

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Non mi importava, sarei stato dentro anche di più, mi bastava vederla e sapere che nessuno le avrebbe fatto del male o l’avrebbe offesa.

Ora i compagni di cella mi rispettano, nessuno mi chiama più culattone o checca ed io non smetto di pensare che per fortuna c’è Mariapia, e col suo nome ho battezzato anche la madonnina chiusa in gabbia lassù nel cortile che ormai da un po’ non mi fa più ricordare mia madre…

Bruna Mozzi

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Nicola Fossella. Fotografo. Raccontato da Nicola Fossella

IMG_9830WNel 1997 trovo, quasi per caso,  in un cassetto di mio padre una vecchia Rolleiflex.  La prendo, carico un rullino da 120mm e inizio a scattare . Da quel momento non mi sono più fermato.

Cerco e trovo lavoro come fotografo nell’agenzia che allora curava la parte fotografica di uno dei giornali locali di Padova, e così inizia la mia carriera di foto giornalista. Attualmente collaboro con due delle principali testate giornalistiche di Padova.

Il giornalismo mi ha dato tanto, soprattutto mi ha permesso di entrare direttamente in contatto con la realtà. Senza filtri e senza veli. Ho potuto vedere, osservare e quindi fotografare gli eventi della vita di moltissime persone. Situazioni drammatiche ma anche di gioia che mi hanno aperto gli occhi su molti aspetti della società che ci circonda.

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La mia convinzione è che il fotografo, il foto giornalista, abbia una missione, un compito ben preciso. Noi dobbiamo riportare e comunicare senza veli e vizi la realtà che ci circonda, con lo scopo di migliorarla, di creare consapevolezza e quindi riflessione su argomenti a volte, e le volte sono assai numerose, che sono poco conosciuti o peggio che la loro conoscenza è viziata, distorta, artefatta.

Da chi e perché ?    A voi la risposta ..

IMG_9948 Il mio stile è di conseguenza estremamente reportaggistico.  Le mie preferenze  sono per le immagini in bianco e nero. Per i neri profondi, per i contrasti forti . Amo l’inquadratura classica,quella dei grandi maestri della Magnum quindi niente “grandangolate”  esagerate, preferisco il caro e buon 50mm.

Posso dire che ho appena iniziato a fotografare, mi sento un giovane fotografo.  Ancora ho molto da fare.

Ma qualche punto fermo l’ho messo.

Il reportage sul G8 di Genova 2001, esperienza profondamente formativa in tutti i sensi.

La mia visita ai campi profughi in Chad.

IMG_9976La settimana di embedded con le truppe italiane in Afganistan di qualche natale fa.

Il reportage sui campi profughi in Tunisia durante la  crisi libica.

E di recente i numerosi viaggi nei Balcani come fotografo per una libro in uscita.

Il bello della fotografia e quindi della vita in fotografia è che non si smette mai, non si è mai arrivati.

 

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Leggi Pensieri riflessi, il blog di Nicola Fossella

Lettera ai giornali di un fotografo arrabbiato

Da Padova città in divenire leggi: Il bowling; Le Padovanelle

 

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