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L'immigrazione in Germania in un film

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di Valerio Bassan

Otto volti, otto storie, otto tracce italiane in Germania. Gli emigranti che “ce l’hanno fatta”, per ragioni di lavoro, di opportunità e di cuore: sono loro l’anima di “Monaco, Italia”, documentario di Alessandro Melazzini, già vincitore di diversi premi in Italia e all’estero. Il film verrà presentato a Berlino il prossimo 2 settembre, al cinema Babylon di Mitte, all’interno della rassegna CinemAperitivo, patrocinata dall’Istituto Italiano di Cultura.

Tra le storie raccontate da “Monaco, Italia” ci sono quella di Claudio Cumani, programmatore di software per le osservazioni astronomiche e presidente del Comites Baviera; di Giacomo e Giuseppina Lando, che hanno lasciato l’Etna per la Germania, e ora gestiscono un circolo di dopolavoro a Landshut; ma anche quella di Francesco Lo Mancino, colonnello dell’Esercito Italiano che oggi, smessi gli anfibi, si è dedicato all’insegnamento, diventando istruttore presso la Scuola Nato di Oberammergau; o, infine, di Padre Alessandro Rossi il quale, dopo quarant’anni di missioni all’estero, oggi riflette sulla possibilità di un ritorno in Italia.

In occasione della proiezione del film, Il Mitte ha incontrato l’autore del documentario, regista italiano residente in Baviera, dove ha fondato anche una sua casa di produzione, Alpenway (sito ufficiale). Melazzini dipinge, attraverso le voci di otto storie nascoste tra i monti e le città della regione, un emozionante “affresco corale” sull’immigrazione italiana in Germania, cercando al contempo di analizzarne gli aspetti legati all’integrazione e le conseguenze che questo flusso migratorio ha sull’Italia, la “bella abbandonata” d’Europa.

La storia recente della Germania ha forti connotati italici. Basti pensare che oggi sono 600mila gli italiani che vivono qui. Come mai, secondo te, c’è quest’attrazione? Si tratta “solo” di lavoro o c’è dell’altro?
Gli italiani transitati per la Germania dagli anni Cinquanta sono 4 milioni. La maggior parte di essi è tornata, segno che il loro soggiorno tedesco era quasi esclusivamente lavorativo. Ma, è vero, ne rimangono 600.000, anzi il flusso migratorio verso Nord negli ultimi anni è ricominciato. I motivi sono molteplici. Prima di tutto, le possibilità lavorative. Qui molti trovano posti migliori e meglio pagati. Ora si trasferiscono in Germania anche i colletti bianchi, oltre che le tute blu di un tempo.

E poi quali sono gli altri motivi?
Poi chi si ferma perché ha trovato l’amore. Ma c’è anche tutta una nuova emigrazione, fatta di giovani, soprattutto a Berlino, attirati dalle possibilità creative di questa città, unita alla sua economicità. Il lato negativo della medaglia è che questi giovani trovano (o sperano di trovare) nella Germania e in Berlino ciò che l’Italia non offre: spazi liberi di creatività, una mentalità più aperta a forme di vita non tradizionali. Alcuni di questi giovani, dopo un iniziale entusiasmo, si scontrano con le difficoltà di una lingua e una cultura comunque molto diverse da quella italiana.

A Berlino, come dicevamo, la comunità italiana è in fortissima espansione, ma rispetto ad altre città tedesche – Monaco, Dortmund, Colonia, Duisburg – è relativamente giovane. Com’è l’integrazione tra italiani e tedeschi nel resto della Germania, soprattutto dove le comunità sono radicate da più tempo?
Vedo due comunità di italiani, che spesso non si incontrano, se non al ristorante, dai due lati del bancone. La prima è quella derivante dalle emigrazioni storiche. La seconda quella dei manager e dei professionisti, il cui mondo è mille miglia distante dal pizzaiolo calabrese trasferitosi negli anni Settanta in Germania. In mezzo i figli dei Gastarbeiter, tedeschi pieni, ma con un cuore italiano. Sono quelli che hanno accolto con più entusiasmo il mio film, e hanno apprezzato molto la scelta di non raccontare per l’ennesima volta solo la storia dei loro padri.

Che cosa ti ha spinto a girare Monaco, Italia?
Tanti motivi. Il fatto di aver scoperto, quando mi sono trasferito in Germania 13 anni fa, un’Italia oltre l’Italia, con storie ricche, varie e molto diverse una dall’altra, assolutamente sconosciute agli italiani in Italia. Il desiderio di cimentarmi con il mezzo del documentario dopo anni dedicati alla parola scritta, la riconoscenza dei protagonisti, il generoso aiuto di Claudio Cumani, amico, protagonista e assistente alle riprese e di Paolo Turla, montatore romano del film. E anche quello – in controluce – di mostrare all’Italia percorsa da sentimenti anti-immigrati cosa significa dare veramente integrazione a uno straniero.

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