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Redazione Padova - 10 Febbraio 2020

Montagna, oltre turismo ed eventi alla ricerca di una nuova identità industriale

Redazione Padova - 10 Febbraio 2020

Dai Mondiali di sci alle Olimpiadi, dai Suoni delle Dolomiti a quel “benedetto” turismo che porta milioni di persone in cima alle montagne più belle del mondo. In quello che sarà il secolo dell’inurbamento di massa, la montagna sembra poter giocare un ruolo importante. Lo può fare davvero, il potenziale è grande, ma potrà farlo solo se eviterà il rischio di diventare un gigantesco Luna Park fatto di trampolini, zipline e rafting, solo se i grandi eventi qui citati saranno solo un mezzo, non il fine. La salvezza della montagna dallo spopolamento non passa da turismo ed eventi: passa dalla costruzione di un ecosistema produttivo evoluto, rispettoso della natura e dei suoi tempi, che possa attrarre talenti, garantisca una formazione di qualità e sia servito da infrastrutture con collegamenti veloci e sostenibili.

D’altra parte il contributo della manifattura alla ricchezza delle province di Trento, Belluno e Bolzano è già ora fondamentale, si aggira ovunque attorno al 30%. Strade e ferrovie servono in primo luogo a lavoratori e merci. I grandi eventi come le Olimpiadi invernali sono solo la giusta (forse necessaria) scusa per ripensare la propria immagine. Ma se la montagna pensasse di salvarsi solo con il turismo, anche quello a cinque stelle, anche quello destagionalizzato non mordi e fuggi, avrebbe già perso in partenza: il turismo crea sì lavoro, ma a basso valore aggiunto. E in un contesto con scarsità di manodopera attrarre stagionali crea solo tensioni, non nuovi cittadini. Che è quello di cui ha bisogno la nostra montagna. È solo scommettendo sull’economia della conoscenza e della sostenibilità, che le zone montane possono giocare la loro partita nel cuore dell’Europa.

È proprio l’Europa infatti, se ci pensiamo, la loro vocazione naturale: da barriera e confine insanguinato tra gli Stati, in un secolo sono diventate diventate luogo di incontro e contaminazione. Contaminazione all’insegna innanzitutto di quel filo rosso che collega Nord e Sud delle Alpi: dalla Baviera al Nordest un tessuto di imprese familiari, frutto di una cultura operosa legata alla terra, ha fatto da culla a grandi avventure imprenditoriali. Per fare quattro nomi, in settori tra loro diversissimi: Luxottica, Leitner, Felicetti, Eurotech crescono e competono a livello internazionale partendo da Bellunese, Alto Adige, Trentino e Carnia. Imprese nate da iperspecializzazioni territoriali e grandi visioni. Non è un caso: la montagna che le circonda è l’habitat in cui da generazioni i loro operai sono nati e cresciuti; è la montagna nella quale tornano alla sera a lavorare, in cui raccolgono il fieno e curano gli animali; è la montagna in cui l’impresa è sempre stata, ed è tuttora, complemento dell’attività agricola che da sola non basta a sbarcare il lunario. Nemmeno se combinata a qualche posto letto.

Ed è in questa montagna il luogo in cui l’impresa internazionalizzata ha bisogno ora di attrarre talenti: ingegneri, designer, fisici, tecnici specializzati. Cambiano le motivazioni, la montagna da necessità e costrizione diventa una scelta. Chi nel 2020 decide di vivere qui, lo fa in forza di un calcolo ben preciso: qualità della vita, un ambiente sano in cui crescere i propri figli, amore per la natura e lo sport. Lo può fare rinunciando a una carriera nella City, non a scapito di alcuni servizi fondamentali: buona offerta culturale, formazione adeguata, collegamenti con il mondo. Certo, tra le due province autonome e il Bellunese ci sono degli abissi: facile parlare per chi, come me, si è trasferito dalla pianura in Alto Adige. Anzi a Bolzano. Che non è montagna: è una città moderna come e più di tante altre. Una città speciale, come la sua Provincia, anche dal punto di vista normativo ed economico. Eppure, qui a fondo valle, come a Belluno e Trento, i vincoli e le opportunità delle montagne si sentono eccome: spazi ridotti per le imprese, prezzi mediamente più alti, scarsità di manodopera, maggiore difficoltà a spostarsi. Tutto per poter camminare in verticale subito usciti di casa, un senso di comunità più stretto e sentire la natura addosso. Eppure per avere un treno diretto che colleghi Bolzano (e quindi Trento) a Milano senza cambi sono servite seimila firme e la mobilitazione di un territorio. Ma nulla salverebbe questo collegamento se turisti e imprenditori non lo usassero, se tanti altri come me non sentissero il bisogno di salire in montagna per scenderci. Un luogo in cui non si viene più per isolarsi, ma per vivere aperti al mondo: un luogo dell’anima dal quale partire per tornarci il prima possibile.

Intervento di Luca Barbieri, pubblicato su Corriere Imprese del 10 febbraio 2020