Apre Kustendorf, il film festival di Kusturica

Redazione - 16 gennaio 2012

Il bene ostinato a Verona

Redazione - 16 gennaio 2012

Occupy Starbucks, la rivolta del té

Redazione - 16 gennaio 2012
empty image
empty image

‘Se non hanno pane, che mangino da Starbucks’ così si potrebbe aver pensato il rettore reagendo alle proteste degli studenti.Accade in Turchia, a Istanbul, all’Università del Bosforo che raccoglie i migliori studenti della repubblica turca. Anche qui, nel suo piccolo, sembra arrivato l’anno del dimostrante.

Dall’inizio dicembre, poco dopo l’apertura di una filiale del caffè Starbucks nel campus di questa piccola Oxford con vista sullo stretto del Bosforo sono comparsi ironici adesivi firmati “Starbucks’ta şenlik var” “da Starbucks ci si diverte”. Pochi giorni dopo molti studenti hanno inizato a portarsi il te da casa e a berlo nello Starbucks per poi trasfomare spontaneamente il locale in una sala per iniziative studentesche. L’occupazione si è poi organizzata con una struttura, proiezioni di film in curdo, dibattiti con attivisti egiziani, lezioni aperte di evuluzionismo e politica offerte da professori e infine un presidio notturno. Ciò nonostante la protesta non si è mai dimostrata direttamente ostile contro il locale. Lo Starbucks resta ufficialmente in funzione: in un cartello sulla porta c’é scritto: “Caffè aperto: per  chi vuole sette Lire. Per gli altri gratis.” Da un samovar piazzato all’entrata dell’edificio tutti gli studenti possono spillare il loro te caldo, lubrificante quotidiano della socivolezza turca. La priorità degli occupanti infatti è dimostrare che si può mangiare e bere bene e a buon mercato: ogni giorno offrono un pranzo caldo, economico e semplice (pasta al pomodoro, riso e fagioli) per tutti boicottando la mensa.

Occupy Starbucks non è un’azione ideologica contro il capitalismo rappresentato da Starbucks, quanto una richiesta degli studenti di essere coinvolti nelle scelte della vita del campus e di impedire la trasformazione dell’università in un’azienda, accessibile solo all’elite. Anche se un’università d’eccellenza per soli 10.000 studenti con un test d’accesso molto restrittivo, l’Università del Bosoforo rimane un’università pubblica, con circa 200 Lire di retta a semestre (circa 80 Euro). Starbucks in Turchia si posiziona tra i marchi di lusso. Un Chay-Tea-Latte costa sette lire, più o meno il prezzo di tre kebab o di un menù completo. Uno schiaffo per molti studenti, che non dispongono di cucine nel dormitorio e che a volte devono mettere insieme il pranzo con la cena.

Negli ultimi decenni infatti le riforme neoliberali hanno incentivato la nascita di università private e tagliato i fondi per quelle pubbliche. L’univeristà del Bosforo ha notevolmente risentito della concorrenza della ventina di nuove università private sorte a Istanbul che ne hanno drenato molti dei migliori cervelli offrendo borse di studio a studenti, quando quelle delle università pubbliche venivano tagliate, e attraendo professori con salari competitivi. Il rettorato ha deciso di dare in gestione la mensa a un consorzio privato; la caffetteria si è trasformata un caffè chic, il costo della vita studentesca si è moltiplicato, hanno aperto Dunkin’ Donuts e infine Starbucks.

Prendere di mira un locale all’interno del campus per attaccare le riforme neoliberari sembra un tattica miope. Ma per ora sembra l’unica a funzionare: infatti le proteste dirette al governo vengono violentemente represse. Un anno fa, durante la campagna elettorale, il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan in una visita all’università fu criticato da un gruppo di studenti. Un tezebao che pendeva dal dipartimento di letteratura con la scritta “Nè capitali privati, nè aiuti governativi, solo cibo, lavoro e giustizia” provocò la reazione della polizia che in assetto antisommossa caricò i dimostranti e entrò nell’edificio per rimuovere la scritta con la grazia di un elefante in un negozio di cristalli.

Occupy Starbucks segue poi un’altro evento che ha scosso il campus: nei primi di dicembre una studentessa viene prelevata nello studentato all’alba dalla polizia. Seyma, questo il nome della studentessa di storia, sarebbe colpevole di aver fatto domanda di stage presso un giornale legale. Passerà almeno sei mesi in carcere prima del processo. Come Seyma sono più di 500 in tutta la Turchia gli studenti imprigionati per reati di opinione, accusati di terrorismo per il fatto di domandare un’istruzione libera e gratuita, come riporta il parlamentare CHP (Partito Popolare Repubblicano) Hüseyin Aygün.

Forte del consenso sopra il 50% ricevuto al referendum nel 2010 e nelle elezioni del 2011 il governo del partito moderato islamico della Giustizia e dello Sviluppo (AK) ha assestato il suo potere con una serie di arresti che anno coinvolto circa 97 giornalisti e 139 alti quadri dell’esercito. Le accuse sono di fiancheggiare gruppi terroristici come il partito separatista Curdo (PKK) o far parte della cospirazione Ergenekon. Secondo Hulya Capar del Partito della Pace e Deocrazia (BDP) sarebbero più di 3.500 gli attivisti curdi (tra cui 17 sindaci) finiti agli arresti dal 2009.

La campagna autoritaria contro il terrorismo ha preso una piega drammatica la settimana scorsa quando 34 civili curdi sono stati bombardati al confine con l’Irak perchè scambiati per militanti del PKK.

Anche di questo si parla nello Starbuks occupato. Si raccolgono firme per la liberazione di Seyma e degli altri studenti. Di fronte alla biblioteca gli studenti hanno teatralmente ricostriuto la strage compiuta dall’aviazione con una perfomance teatrale, cadendo in 34 a terra come morti, al suonare di una sirena.

Il destino di Occupy Starbuks è incerto. Un pacchetto di proposte per il ritorno della ristorazione nelle mani dell’università e la creazione di una cooperativa è arrivato alla scrivania del rettore, mentre messaggi di appoggio arrivati da Occupy Wall Street, dal Politecnico di Ankara (ÖDTÜ) e dell’Univesità di Edirne mostrano che la rivolta del te troppo caro sta raccogliendo solidarità e consensi. Anche la guerra di indipendenza americana era inizata con il te. Anche quello era un dicembre.

Nicola Brocca

Leggi Cronache da Istanbul

Leave a comment

*