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Coni di Dudik a Vukovar

Per conservare le nostre città anche attraverso i loro simboli, per evitare che esse sprofondino in un tetro anonimato, in un’abitudine visiva foriera di un annullamento delle loro caratteristiche peculiari, porta San Giovanni a Padova diventa il proscenio per una installazione visiva: una proiezione continua, un looping, sulla facciata della porta medioevale di un video fotografico, che ripercorre un “Viaggio nella Memoria di un paese che non c’è più” attraverso le opere di Bogdan Bogdanović. L’appuntamento è per questa sera, martedì 9 ottobre alle 21 a Porta San Giovanni, a Padova, con la videoproiezione in esterni di Bruno Maran, fotografo e blogger di And (leggi il suo blog sui balcani). Opere straordinarie sopravissute allo Stato che le ha costruite, nonostante la creatività di Bogdanović, ma non sono state sufficienti a mantenere una memoria condivisa tra in popoli della Jugoslavia socialista.

Bogdan Bogdanović, architetto, urbanista, sindaco di Belgrado dal 1982 al 1986, è una delle figure più eminenti della cultura jugoslava del ‘900.

Nato a Belgrado nel 1922, dopo aver partecipato alla lotta di Liberazione, progetta e dirige la costruzione di venti memoriali sulla Seconda Guerra mondiale. Negli anni ’80 rinuncia al proprio posto nell’Accademia delle Scienze di Serbia e, nel 1987, scrive una lettera aperta a Milošević di carattere antinazionalista e antimilitarista. La campagna di diffamazione conseguentemente avviata contro di lui lo costringe all’esilio a Vienna, città dove è morto il 18 giugno 2010.

Nel 2007 ha ricevuto a Treviso il prestigioso premio Carlo Scarpa, assegnato dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche e dedicato al Complesso Memoriale di Jasenovac.

Fu Bogdanović a coniare il termine “urbicidio” per definire l’atroce attacco che, nelle guerre jugoslave degli anni ’90, fu portato alle città e alla società cosmopolita che esse rappresentavano. Per Bogdanović, l’urbicidio è un’opposizione manifesta e violenta ai più alti valori della civiltà”, intendendo quindi non solo la distruzione fisica delle città, ma anche la distruzione simbolica della cultura espressa dalle città, dello spirito e della convivenza urbana.

Sono quattro, tra le venti realizzate, l’oggetto della proiezione.

Uno è Memoriale di Jasenovac, sede di un campo di sterminio messo in opera dagli ustascia croati, in cui morirono centinaia di migliaia di serbi, di rom, di ebrei, di antifascisti: forse poco noto, ma tristemente famoso per le atrocità commesse, che Bogdanović onorò col famoso Fiore, simbolo di pace e di riconciliazione.  Jasenovac è una pagina nera della storia del XX secolo, oggetto di strumentalizzazioni e controversie politiche sia durante sia dopo i conflitti armati degli anni ’90 in Jugoslavia.

L’altro è il Cimitero partigiano di Mostar è forse uno dei più bei lavori del grande umanista e creatore Bogdan Bogdanović.

Cimitero monumentale di Mostar

Costruito su sei terrazze, comprende 661 lapidi coi nomi dei caduti e ogni pietra racchiude un proprio significato simbolico. Questo monumento ricorda i caduti di tutti i gruppi etnici di tutta la Bosnia-Erzegovina, che hanno combattuto per liberare la regione nel 1943-’44.

Il cimitero sale sul lato di una collina nella parte sud occidentale della città e, trovandosi nella parte della città a maggioranza croata, è abbandonato all’incuria e all’oltraggio…

                                                  

Coni Dudik – Vukovar                                                           Cenotafio di Bihac

Il “Viaggio nella Memoria di in paese che non c’è più” continua col Parco memorialeConi di Dudik” nei pressi di Vukovar, in Croazia. Città ancora una volta al centro delle cronache per l’assedio prima e i massacri conseguenti durante la guerra interslava nel 1991. Il monumento di Dudik si riferisce a un massacro compiuto durante la IIª Guerra mondiale dagli ustascha fascisti croati contro la popolazione serba e i membri della Resistenza.

Nelle venti opere di Bogdanović a sfondo storico-rievocativo trova posto anche il Cenotafio per le vittime del fascismo di Bihac, in Bosnia-Erzegovina.  Altra città che ha rivissuto pagine sanguinose dopo quelle degli anni ’40.

 

Bruno Maran

Nato a Padova ove vive e lavora, ha iniziato nel 1969, presso agenzie specializzate nell’automobilismo sportivo. Acquisisce esperienze nel campo della pubblicità.

Attualmente si occupa di fotografia sociale e reportage da India del Sud, Sri Lanka,lo tsunami 2004; dalla ex-Jugoslavia: Bosnia, Croazia, Macedonia, Serbia, Kosovo. 

Dal 2001 è fotoreporter dell’agenzia Stampa Alternativa; nel 2004 fonda con altri fotografi il Gruppo Controluce, dal 2007 collabora come conduttore con Radio Cooperativa.

Significativi i reportage da Kragujevac in Serbia su “Fabbrica auto Zastava”, ora Fiat;        “La Risiera di San Sabba di Trieste”, per la serie Luoghi della Memoria; “17 febbraio” sul giorno dell’indipendenza del Kosovo; “Vukovar, vent’anni dopo”; “Bosnia”, ecc.

E’ autore del saggio “Una lunga striscia color cenere”, Città del Sole, Napoli.

In preparazione il libro “C’era una volta un paese che si chiamava Jugoslavia”.

 

www.artcontroluce.it

http://padovacultura.padovanet.it – info 049 8204546

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