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Opzione, le tracce del ricordo a teatro

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OptionIl 31 dicembre 1939 è una data scolpita nella storia dell’Alto Adige. Fu allora che l’intera popolazione fu posta di fronte alla scelta della propria vita: lasciare la propria Heimat per trasferirsi nel Reich hitleriano, oppure rimanere in Italia giurando fedeltà al fascismo che voleva italianizzare con la forza una popolazione tedesca da secoli, con il rischio di essere trasferiti in località non precisate nel sud Italia.

L’80% della popolazione dell’Alto Adige, che all’epoca ammontava a circa 235.000 persone, scelse la cittadinanza germanica. In ogni caso, sia chi “optava” per il Reich, sia chi rimaneva (i “Dableiber”) era destinato ad essere additato come traditore: i primi per aver voltato le spalle alla propria terra, occupata dall’esercito di Mussolini, rinunciando a combattere per liberarla; i secondi per aver accettato l’abbraccio mortale con il conquistatore, senza neanche la garanzia di poter conservare i propri beni e le proprie terre.

E’ su questo pezzo di storia – a 75 anni di distanza ancora sconosciuta oltre i confini della provincia autonoma ma a lungo ignorata anche dalla popolazione italiana dell’Alto Adige – che punta i riflettori lo spettacolo in lingua tedesca “Option. Spuren der Erinnerung” (“ Opzione. Le tracce del ricordo”) per la regia dell’austriaco Alexander Kratzer, in programma al Teatro Comunale di Bolzano. Il prodotto è una pièce toccante e commovente, ma anche divertente e scanzonata, che ha strappato al pubblico lunghi minuti di standing ovation.

Lo spettacolo nasce dal minuzioso lavoro di ricostruzione del Vereinigten Bühnen Bozen sulle interviste di oltre sessanta testimoni dell’epoca – le cui interviste sono proiettate in video sul fondo del palco – ma anche dall’accompagnamento con le note dell’orchestra austriaca Franui, e soprattutto dall’incontro fra un potente quintetto di attori (Günther Götsch, Christine Lasta, Lukas Lobis, Markus Oberrauch e Anna Unterberger) con dieci ultraottantenni altoatesini che vissero in prima persona il dramma delle Opzioni: Georg Dignös, Edmund Dellago, Martha Ebner, Anna Gius, Erich Innerebner, Hermann Oberparleiter, Marieluise Oberrauch, Anton Rinner, Regina Stockner, Karl Tarfußer. Alcuni di loro hanno lasciato l’Alto Adige per tornarvi a guerra finita, alcuni hanno trovato all’estero una nuova Heimat, altri non lasciarono mai – chi per caso, chi per scelta – l’Alto Adige. E’ così la viva voce di Martha Ebner, 91 anni, “Dableiberin” di Aldino, a narrare della scissione profonda della propria famiglia sul tema delle Opzioni. Nel 1940, appena compiuta la maggiore età, Martha si regalò la firma che le consentì di schierarsi dalla parte della madre Anna Gamper.Lo zio era infatti proprio il canonico che cercò di contrastare la propaganda nazista e fascista convincendo la popolazione sudtirolese a non abbandonare le proprie case. La decisione divise la famiglia poiché il padre, convinto aderente al nazifascismo, aveva deciso per l’opzione. Ma c’è anche Erich Innerebner, 82 anni, la cui famiglia visse per mesi fra le casse dei propri beni inscatolati e pronti alla partenza dopo aver scelto di optare. “La chiamata per emigrare però non arrivò mai” spiega dal palco Innerebner a una efficacissima Christine Lasta, seduti su casse di legno che ricordano quelle fornite alle famiglie per inscatolare i propri beni.

Option1C’è poi chi optò, inscatolò i propri beni e dovette poi partire davvero. Si tratta di Hermann Oberparleiter, 79 anni, gardenese d’origine e meranese d’adozione. Con la famiglia fu spedito prima a St. Pölten in Austria. Poi alla sua famiglia fu assegnata una masseria in Repubblica Ceca, espropriata ai legittimi proprietari. La stessa fine, forse, che avrebbe fatto la sua a San Lorenzo in Badia. “Per fortuna quando tornammo la casa era sì stata svuotata, ma era rimasta in piedi” racconta Oberparleiter.”E’ stato meraviglioso lavorare con i testimoni dell’epoca, ma soprattutto mettere a punto un progetto che in due ore riuscisse in qualche modo a tematizzare un argomento così complesso e delicato” ha spiegato il regista. Sugli stessi toni anche la direttrice del VBB, Irene Girkinger. “Interrogandoci sul nostro compito, la risposta è che lavoriamo con le persone per le persone. Dunque l’idea di portare sul palco direttamente i testimoni dell’epoca è stata naturale. Se ne sono candidati così tanti che non è stato possibile portarli tutti in teatro” ha chiarito Girkinger. Una posizione che, insieme a quella del regista, ricorda molto da vicino quell’impegno civile del teatro oggi sempre più di rado rintracciabile sulle scene.

Silvia Fabbi

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