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Parigi chi? Parigi cosa?

mattia gusella - 29 dicembre 2011
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A metà Ottocento quando le capitali di mezza Europa radevano al suolo le loro cinte murarie, a Parigi si cominciava a costruirne una di dimensioni enormi per l’epoca. Una cinta muraria che aveva all’incirca il perimetro dell’attuale percorso della Périphérique.

Era il 1844, data in cui Parigi corrispondeva all’incirca ai primi 12 arrondissements. Dal 13° al 20° sono stati creati nel 1860, prendendo come riferimento il neo-nato confine che conteneva qualche paesino e tanti campi.

Un confine tra l’ordine e il disordine. Tra l’ordine dei grandi boulevards con le loro sezioni quadrate – strade larghe 18 metri e palazzi altrettanto alti – e le mansarde a 45 gradi; e il disordine di una banlieue cresciuta senza controllo e alcun piano di sviluppo.

Quello di Haussman fu forse il primo ed ultimo progetto per Parigi che ne proponesse una visione di insieme, benché un po’ parziale. Una visione che nel complesso sembra dare un quadretto molto ordinato, condito di difetti e problemi, ma che coglieva la città nella sua integrità, disegnandola con geometrie molto pacificanti e convergenti il più delle volte su un monumento, un palazzo o una chiesa.

Da allora la città rimase “piccola”. Già ad inizio Novecento i confini amministrativi, appena vecchi di quarant’anni venivano superati, e progressivamente l’agglomerazione crebbe, crebbe e crebbe.

Non si è mai riusciti veramente a conciliare la rigidità di un territorio comunale, limitato alle mura di Thiers e poi alla Périphérique, e un centro abitato in continua espansione.

La banlieue di decennio in decennio lievitava, inglobando alcuni nuovi insediamenti e altri vecchi paesi. Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta viene lanciata la costruzione dei “grands ensembles”, dei complessi edilizi di dimensioni spropositate. Il primo, quello di Sarcelles (1954), prevedeva più di 12.000 alloggi – la popolazione del “paese” passò da circa 8.000 a più di 30.000 abitanti – . Un’opera che fa onore al lavoro dei migliori palazzinari e che offre un prodotto non molto diverso da molte periferie italiane (vedi Tor Bella Monaca a Roma).

“Delouvrier, mettemi dell’ordine in questo bordello”, diceva nel 1960 il presidente De Gaulle a Paul Delouvrier, delegato generale de la Région Parisienne, sorvolando Parigi in elicottero.

L’aneddoto prelude alla decisione di costruire cinque nuove città, le cosiddette “villes nouvelles”, integrando dei comuni preesistenti: Cergy-Pontoise, Saint-Quentin-en-Yvelines, Évry, Marne-la-Vallée, Sénart.

Risultato: molto disordine, un’area metropolitana che raggiunge gli 11 milioni di abitanti e una Parigi “piccolina” che si ferma a poco più di 2 milioni. Un tale squilibrio per cui non si sa molto bene cosa sia Parigi. C’è resistenza a riconoscerla nei suoi limiti amministrativi per le ridotte dimensioni e in compenso non si riesce ad afferrare un nuovo confine o qualcosa che ci assomigli.

La tanto conclamata “grandeur” francese è sempre rimasta affacciata alla finestra quando si è trattato di ripensare l’architettura istituzionale di Parigi e dell’Ile-de-France. In proposito, i Bureaux hanno partorito una serie interminabile di piani o sigle che hanno tentato di affrontare il tema da differenti prospettive: Commission d’extension de Paris (1911), Plan Prost (1934), Plan d’Aménagement de la Région Parisienne (1939), Plan d’Aménagement et d’Organisation Générale de la Région Parisienne (1960), Schéma Directeur d’Aménagement et d’Urbanisme de la Région Ile-de-France (1976), Schéma Directeur de la Région Ile-de-France (1994, poi aggiornato nel 2004).

Se non altro bisogna ammettere che più volte si è fatto lo sforzo (vano) di provare a pensare o a ripensare in grande la città. Parigi ha sempre pagato una dimensione e una domanda di risorse troppo elevate rispetto alle altre città francesi. Poi la politica non le è mai stata d’aiuto: dalla Terza Repubblica ha sempre sofferto una composizione “provinciale” del parlamento, vale a dire che la popolazione della capitale era sotto-rappresentata in termini di seggi. Non ultimo, c’è sempre stato fino al 2001, quando Delanoe è diventato sindaco, un equilibrio tra la Parigi governata dai popolari e la “cintura rossa” governata da sindaci comunisti e socialisti.

Rotto l’equilibrio i piccoli passi per costruire “Le Grand Paris” si stanno facendo più svelti e il dibattito si intensifica sul piano politico e di conseguenza sulle soluzioni amministrative, infrastrutturali e culturali.

Prossimamente il seguito…

Mattia Gusella

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