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Quando si viaggia in Sud-Est Asiatico bisogna dimenticarsi di Schengen e della libera circolazione. Bisogna sottostare alla dura legge del visto.  In fondo è solo un semplice timbro sul passaporto, ma non è particolarmente economico. Se quindi non si vuole pagare il doppio e restare un altro mese, bisogna uscire dal Paese ospitante entro 30 giorni. Il nostro prolungato soggiorno ad Hanoi ci ha fatto arrivare agli sgoccioli: non rimane che fare rotta a nord-ovest, verso il confine di Tay Trang con il Laos, aperto a tutti da un paio d’anni o poco più.

La strada è lunga e i tempi di percorrenza lo sono ancora di più. Decidiamo di spezzare il viaggio in due tratte che, includendo il passaggio del confine, fanno tre giorni di viaggio. E il viaggio però, è la cosa che più conta in questa avventurosa parte del Vietnam che meriterebbe una lunga pausa per comprendere davvero la sua diversità. Sull’affollatissimo autobus urbano di Hanoi, mi ritrovo pressato come una sardina in scatola contro un vietnamita che parla inglese e che ci chiede dove siamo diretti, visti i pesanti zaini e i danni fisici causati alla folla per cercare di sistemarli. Salta fuori che il mio vicino di sudore è responsabile dei trasporti tra Laos e Vietnam e che il confine lo conosce più che bene. La sua opinione sulla strada da percorrere è “very bad”, incoraggiante.

Il primo giorno però si parte bene. Le strade sono tutte asfaltate, in Cambogia abbiamo visto molto di peggio. L’obiettivo è dormire a Son La, tra sei e otto ore di strada da Hanoi. La piana del Red River diventa collina e ad ogni curva si aprono spaziose vallate. Il riso la fa ancora da padrone, ma i confini squadrati degli appezzamenti si ammorbidiscono nelle linee curve: per sfruttare al meglio l’area disponibile, i contadini creano terrazzamenti seguendo la linea irregolare dei pendii. Il risultato visivo è spettacolare, il giallo dei campi ormai secchi si contorce accompagnando i tornanti della strada.

Presto il cemento e il mattone lasciano il posto al legno e tornano i villaggi di palafitte che avevamo lasciato lungo il Mekong, sulla sponda cambogiana. Qui il problema delle inondazioni sembra meno incombente che per i Khmer e tuttavia la casa di legno sospesa sui pali è tradizionale e deriva anche dal bisogno di difendersi dagli animali anche feroci che, in passato, popolavano queste montagne. Chi popola allora queste pittoresche abitazioni, chi coltiva queste terre che i vietnamiti avevano sottovalutato concentrandosi sulle vaste e irrigate pianure del delta dei due grandi fiumi? Non è facile dirlo con esattezza: ci sono decine di gruppi etnici differenti nel Nord del Vietnam, molti hanno una lingua propria, alcuni sono arrivati in tempi recenti, altri oltre un millennio fa; sono famosi per i costumi tradizionali e l’abilità nel creare colorati intrecci di tessuti. Nella provincia di Son La, i più numerosi sono i Thai, che però sono divisi in almeno tre gruppi di “colori” (rossi, bianchi e neri), in base forse a caratteristiche del loro abbigliamento. Ma non c’è un giudizio univoco e i colori così come le etnie, si mescolano in una babele di origini e costumi. I Thai del Vietnam sono imparentati con i più famosi Thai della Tailandia. Le loro origini sono in Cina e raccontano di successive emigrazioni dovute alla pressione di altri gruppi emergenti nella storia dell’impero cinese o invasioni da nord come quella dei mongoli di Gengis Khan. Le loro lingue attuali sono una sorta di dialetti non modernizzati dell’attuale tailandese.

La città di Son La, dove arriviamo nel primo pomeriggio, ci mostra qualcosa di diverso. Pur situata in una valle da sogno, è una cittadina moderna e organizzata. Il mercato però rivela la ricchezza culturale della provincia. Le donne Thai, dalle lunghe gonne nere di velluto, le cinte intrecciate, ridono e contrattano con i loro lunghissimi capelli neri raccolti in cima alla testa, spesso adornati da copricapo che agli occhi esperti possono rivelare molto sul villaggio di provenienza o sulla precisa collocazione etnica. Una breve passeggiata è una immersione nella diversità.

La mattina dopo una fredda notte di montagna fermiamo al volo un piccolo bus diretto a Dien Bien Phu, l’ultima città prima del confine. In breve le montagne si fanno più alte, i paesaggi ancora più spettacolari e i villaggi più ricchi di folklore. Sul bus salgono per brevi tratti anziane minute dal volto scavato. Trasportano verdure e sorridono alla nostra vista. Hanno vistosi orecchini di metallo e camicie dai colori accesi, oltre agli immancabili copricapo intrecciati. Altre mamme giovanissime portano i loro piccoli avvolti in un sacco sulla schiena. Ad un certo punto, arrivati in un villaggio, un urlo senza tempo di una di loro ci gela il sangue. Porta il suo bambino in grembo, ci sembra a prima vista che il piccolo abbia perso i sensi. La strada si riempie di donne che si riversano dalle case e chiamano aiuto, le moto si fermano, la gente accorre. Il nostro autista, dopo un breve cenno con un passante, si allontana, e il paesaggio torna ad aprirsi. In poche centinaia di metri, abbiamo visto di sfuggita l’importanza della comunità e la difficoltà del vivere isolati.

Dien Bien è una città di confine. Polverosa e di passaggio. Molto meno amichevole di Son La. Nella valle risuona il ricordo di una delle battaglie più importanti della storia moderna dell’Asia, quella in cui le forze di resistenza vietnamite assediarono e conquistarono la roccaforte locale dei francesi, convintisi erroneamente che i Viet Minh non avrebbero potuto trascinare l’artiglieria pesante tra queste montagne. Di lì a pochissimo, i francesi avrebbero dichiarato conclusa la loro avventura coloniale in Indocina, lasciando in realtà il posto alla più subdola presenza americana.

Lasciamo questi echi di guerra quando ancora è notte. Una superba alba spinge il nostro autobus verso i tornanti che portano all’ultima montagna che ci divide dalla nostra nuova destinazione, il Laos, dove la cultura tribale ci assorbirà con tutto il suo misterioso fascino.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

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