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Perché i sindacati non vogliono il reddito minimo garantito

Redazione - 9 gennaio 2012
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In Europa solo Italia e Grecia non prevedono il “reddito minimo garantito” per i disoccupati o i giovani in cerca di lavoro. Si tratta di un assegno mensile di durata variabile (anche eterno se si risponde a certi requisiti e si dimostra che si sta cercando attivamente lavoro, o se non si rifiutano offerte) che varia dai 345 euro della Germania ai 1200 della Danimarca.

E’ sostanzialmente una misura anti-povertà ma anche e soprattutto una rete che per i giovani precari serve da ammortizzatore sociale tra un contratto e l’altro, ha un benefico effetto psicologico garantendo una certa stabilità. Posso perdere il lavoro, certo, ma so che comunque qualcosa mi arriverà in tasca, che lo Stato non si dimenticherà di me: anche se avevo una semplice collaborazione. Gli effetti negativi (deresponsabilizzazione e apatia) sono limitabili (ad esempio togliendo l’assegno nel caso si rifiuti un lavoro dall’ufficio di collocamento) e comunque molto minori rispetto a quelli positivi.

In Italia i sindacati sono contrari o comunque di sicuro non hanno questa misura in cima alla propria agenda. Perchè? “Perché non ci sono i fondi”, dice Susanna Camusso, “perché è una misura assistenziale che ucciderebbe il lavoro” dice Raffaele Bonanni.

Sarò malvagio ma mi sto convincendo che i sindacati siano contrari perché salterebbe il loro lavoro di intermediazione per l’erogazione degli ammortizzatori sociali. Se il diritto diventa acquisito per tutti, il ruolo dei sindacati diminuisce. Una fetta di mercato se ne va. Con buona pace dei giovani e dei precari.

Lu.B.

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